ELIZABETH PERCER.
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EDUCAZIONE DI UNA DONNA.
Parte 1.
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Titolo originale: Un Uncommon Education. 2012.
Traduzione di: Chiara Brovelli.
2012. NERI POZZA Editore, VICENZA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il Wellesley College, nel Massachusetts,  uno dei pi prestigiosi college femminili americani.
Con la sua architettura gotica, i suoi archi e i suoi giardini, il campus esercita un fascino irresistibile sulle giovani donne consapevoli della propria intelligenza. Persino Rose Kennedy, la matriarca d'America, la madre di JFK, amb a respirare il romanticismo e il pathos che aleggiano tra le sue mura.
In un angolo appartato del campus vi  una casetta in stile Tudor, un rifugio incantato che si adatta perfettamente agli edifici gotici circostanti.
 il luogo di ritrovo delle Shakes, le temute e riverite ragazze della Shakespeare Society.
Ogni tanto le Shakes mettono in scena opere del Bardo alle quali invitano la preside e altre autorit del campus. Tuttavia, simili inviti hanno il solo effetto di accrescere il sospetto del college nei loro confronti, dato che ragazze che interpretano uomini in preda ad angoscia, tradimenti e dubbi, in una forma arcaica della lingua inglese, non sono certo un bell'esempio di decoro e compostezza.
Le Shakes si curano per poco del giudizio altrui.
Sono a Wellesley dalla fondazione del college, esattamente dal 1877. Centodiciassette anni trascorsi a osservare le proprie cerimonie iconoclastiche, a unire le loro voci nei versi di Shakespeare per temprare il loro valore di giovani
donne dedite all'arte, alla poesia e alla conoscenza.
Sensibile fino all'estremo, incapace di trascurare anche per un solo istante coloro che ama, triste per l'impossibilit di avere accanto Teddy, il suo amico del cuore, Naomi Feinstein mette piede al Wellesley College e, con sua somma
sorpresa, diviene quasi subito una Shake, un'appartenente all'lite di Wellesley, al ristretto gruppo di cinquanta invidiate ragazze. Accade tutto per volont del destino: Naomi salva dalle acque ghiacciate del lago Waban una delle Shakes, viene iniziata alla Societ con un rituale vecchio di un secolo sotto un ritratto lacero del Bardo; diventa l'amica pi stretta della bella Jun, altezzosa Shake ed elegante giocatrice di tennis.
Come in ogni educazione che si rispetti, tuttavia, anche per Naomi  in agguato la sfida con le svolte inaspettate e maligne della sorte.
Un tradimento per sconfinata gelosia mette in discussione il Codice d'Onore del Wellesley College e trascina nella vergogna l'amica del cuore: la bella, intoccabile Jun, studentessa d'eccellenza in mezzo a studentesse d'eccellenza.
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L'AUTRICE.
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Affermata poetessa, Elizabeth Percer  stata tre volte finalista al Premio Pushcart. Ha ricevuto un Bachelor of Art in inglese dal Wellesley College, un dottorato di ricerca in educazione artistica presso la Stanford University, e ha completato una borsa di studio post-dottorato a Berkeley. Le sue pubblicazioni sull'arte e la scrittura sono state apprezzate a livello internazionale. Vive in California. Il suo sito  www.elizabethpercer.com
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Nota dell'autrice.
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Parecchi luoghi menzionati nel romanzo, come il John Fitzgerald Kennedy National Historic Site e il Wellesley College, sono stati intenzionalmente adattati alle esigenze della narrazione. Si noteranno quindi, ad esempio, inesattezze significative riguardo al loro aspetto concreto e reale. La rappresentazione dei luoghi e delle tradizioni connesse  frutto esclusivamente dell'immaginazione dell'autrice.
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Nota all'edizione italiana.
La traduzione italiana delle citazioni dal teatro di Shakespeare che si trovano disseminate tra le pagine del romanzo  tratta dalle rispettive edizioni a cura di Gabriele Baldini, pubblicate da BUR.
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EDUCAZIONE DI UNA DONNA.
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CAPITOLO 1.
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Il giorno dopo la morte di mia madre tornai all'83 di Beals Street per la prima volta dopo quindici anni. Molto tempo prima, quando stavo per compierne nove, in quella casa avevo commesso un furto. Avevo rubato qualcosa di molto prezioso, qualcosa da cui non mi ero voluta separare nemmeno quando le ragioni che mi avevano spinta a prenderlo e a conservarlo si erano rivelate prive d'importanza. A quell'et avevo cominciato a collezionare talismani - reali e
immaginari - per dare sostegno alla serie di convinzioni su cui poggiava la mia vita. La pi forte, e quella che in seguito impiegai pi tempo ad abbandonare, era probabilmente la convinzione che, se qualcuno me ne avesse affidato il compito, sarei stata in grado di salvare le persone che amavo.
Fino a quando ebbe un attacco di cuore, mio padre trascorse assieme a me molti pomeriggi all'83 di Beals Street, a Brookline, Massachusetts, noto anche come John F. Kennedy National Historic Site. Il presidente Kennedy era nato nella camera padronale di quella modesta casetta gialla e blu, e vi trascorse i primissimi anni della sua infanzia. Quando la famiglia si trasfer in una dimora pi grande e imponente, non lontano da l, il piccolo John aveva cominciato da poco la scuola. L'abitazione di Beals Street rimase vuota per decenni, finch nel 1967, quattro anni dopo l'assassinio del figlio, Rose Kennedy decise di tornarvi e di ristrutturarla.
Io sono cresciuta due strade pi in l, in Fuller Street, in circostanze completamente diverse e indipendenti, e in una casa pi vecchia di quella dei Kennedy. La nostra casa un tempo doveva essere stata bella, ma i miei genitori non avevano i mezzi per sistemarla. Mamma l'aveva ereditata in seguito a una misteriosa catena di eventi, ma non arriv mai a considerarla veramente sua. Credo che tutto ci avesse a che fare con lo stato di abbandono in cui si trovava, e con il fatto che non eravamo economicamente in grado di mantenerla.
All'esterno l'intonaco si staccava, e all'interno era scrostato lungo i bordi dove le pareti incontravano i pavimenti di legno e i soffitti, entrambi incurvati. Io l'adoravo: come tutti i bambini amavo qualunque cosa tendesse a diventare malridotta. Ma sapevo che per i miei genitori non era cos.
Mia madre passava quasi tutto il suo tempo confinata in camera, e mio padre non era granch interessato alle faccende domestiche. Preferiva trascorrere il suo tempo con me, a improvvisare lezioni su qualunque libro riuscissimo a procurarci oppure a organizzare escursioni a piedi nei dintorni.
L'area di Greater Boston pu sembrare chiusa e poco accogliente, ma  pronta a rivelare i propri tesori a chi  disposto a passeggiare per le sue strade serpeggianti. Ci sono piccole targhe blu sui cancelli; antiche casette a schiera con le porte dai colori vivaci; cimiteri in pendenza; musei silenziosi; giardini talmente piccoli da poter ospitare a malapena una statua. Ma quello che mio padre preferiva, tra questi tesori fortuiti, era casa Kennedy, principalmente perch era stata ristrutturata da Rose Fitzgerald Kennedy in persona.
Cos, da quando fui in grado di camminare, cominciammo ad andarci regolarmente.
Sceglievamo sempre la visita autoguidata: adoravo premere i pulsanti rossi che diffondevano la voce nasale di Rose dagli altoparlanti fissati al soffitto. Infilavamo la testa in ogni stanza, e facevamo a gara per mostrare l'una all'altro qualche delizioso oggetto che fino a quel momento ci era sfuggito. Mio padre era un maestro in quel gioco e, se perdeva, era solo perch aveva voluto lasciarmi vincere. Restava sempre incantato davanti al fascino e all'organizzazione impeccabile della casa, ed era facile essere contagiati dal suo stupore. Pap non era un ingenuo, ma il suo timore reverenziale per il mondo che lo circondava era pari a quello di un bambino.
Credo che il suo carattere fosse il risultato dell'infanzia tragica e caotica che aveva vissuto a Gerusalemme, dov'era nato nel 1935 da genitori profondamente consapevoli delle tensioni nella regione. Un giorno, quando aveva solo sei anni, usc di casa e fu ritrovato diverse ore dopo. Mia nonna era isterica. Aveva ragione a essere preoccupata mi spieg pap. Troppi bambini sparivano nel nulla. Troppe persone.
Era difficile per chiunque mantenere la calma, figurarsi per una madre con un figlio unico. Sebbene convivessero da tempo con le voci di assassini e orribili tragedie, fu lo shock di quella breve scomparsa a spingere la famiglia a imbarcarsi sulla SS Kawsar, che salp dal porto di Suez nell'ottobre del 1941. Destinazione: New York.
Poich le potenze dell'Asse avevano gi preso il controllo dello Stretto di Gibilterra, la Kawsar dovette circumnavigare il Capo di Buona Speranza, e alla fine il viaggio dur tre mesi. Per garantirsi condizioni decenti a bordo servivano soldi, e la famiglia di mio padre ne aveva pochi. Eppure, a suo dire, non fu la povert a uccidere i suoi genitori, come pensavo io inizialmente. Piuttosto attribuiva la loro morte a una serie di piccole scelte naturali. Ne parlava con la massima tranquillit, come di una qualunque questione di causa ed effetto. I ratti si arrampicavano sulle cuccette inferiori; perci mi facevano stare in alto, e continuarono a farlo anche quando mamma si ammal. Il cibo
era pessimo, e davano a me i pezzi migliori. E le medicine erano troppo costose raccontava; non guardava nessuno, quando parlava di queste cose. E loro fecero le scelte che qualunque genitore avrebbe fatto. A questo punto faceva una pausa. Io mi sarei comportato allo stesso modo aggiungeva.
Quando gli facevo pressioni - e accadeva spesso, dal momento che non mi accontentavo delle informazioni che mi offriva spontaneamente - mi diceva che tutta la notte sentiva correre i topi sul pavimento, e che non riusciva a dormire perch era preoccupato per sua madre. Ero troppo piccolo per discutere con mio padre su chi la dovesse proteggere, ma non lo ero per provare paura.
Quando la nave attracc nel porto di New York, mia nonna paterna e altri venti passeggeri erano morti di dissenteria.
Il nonno, gi ammalato, mor sei settimane dopo.
Non essere triste, Naomi mi disse sin dalla prima volta che mi raccont questa storia, mentre con il pollice tentava di appianare la mia fronte corrugata. Ero solo un bambino.
I dettagli peggiori li ho dimenticati. Perlopi ricordo le cose belle. I vestiti di tua nonna avevano il profumo dei nasturzi che coltivava nel giardino dietro casa, a Gerusalemme,
in cui stendeva i panni ad asciugare. Non pioveva
spesso. Aveva un'espressione contrariata quando mi diceva
queste cose; detestava vedermi triste. E tuo nonno aveva
una grossa barba e la faccia buffa. Non era un bell'uomo,
ma era simpatico e aveva gli occhi buoni. Non so se
fosse la verit, ne dubito. Credo invece che mentisse per
proteggermi dalla sua sofferenza, arrivando a dimenticarla lui stesso.
Lo zio lituano che avrebbe dovuto offrire un rifugio
temporaneo ai miei nonni e a pap al loro arrivo in America
divenne suo malgrado il tutore di pap. Non parlavano
nemmeno la stessa lingua; il mio prozio parlava yiddish,
polacco e un inglese stentato, mentre mio padre aveva imparato
solo l'ebraico. Conosceva qualche parolina affettuosa
in yiddish, che per non gli fu di alcuna utilit. L'unica
cosa che pap e suo zio avessero in comune era il desiderio
di evitare la moglie di lui, Rifkah, una donna acida
diceva con una smorfia. Molto acida. A casa avevano un
solo libro. Un volume di fotografie del Boston Common e
del Giardino Pubblico. Non credo nemmeno che sapessero
di possederlo. Era bello. Pap trascorse la maggior parte
dell'adolescenza in camere oscure dove faceva resuscitare
immagini da vaschette piene d'acqua nera. Poco pi che
ventenne, si trasfer a Boston e apr un negozio dove intendeva
guadagnarsi da vivere come fotografo.
Mi raccontava queste storie quando ero io a supplicarlo,
ma presto cominciarono a generare un'eco nella mia mente:
un'eco che rimbalzava sulle pareti molto pi grandi degli
eventi che teneva per s. In generale, parlare delle difficolt
e delle lotte che aveva dovuto affrontare gli creava imbarazzo.
Quando si trattava della sua infanzia, accettava di ripetere
solo pochi aneddoti rilevanti, quasi fossero le fiabe su
disco che prendevamo in prestito dalla biblioteca. Non credo
che quei brevi sommari avessero l'unico scopo di proteggere
me. Penso, invece, che i traumi che avevano costellato
i primissimi anni di vita di mio padre l'avessero reso capace
di distaccarsi completamente dalla realt conosciuta in seguito;
il suo dolore era un arto ferito che era stato reciso di
netto, di cui ricordava solo le sensazioni. Ma pap era anche
capace di provare quel genere di gioia che pu conoscere
solo chi ha vissuto la vera infelicit. Poich lo adoravo, di
solito ero ansiosa di condividere con lui le piccole cose che
lo divertivano, e di osservare il suo volto per meravigliarmi
del modo in cui s'illuminava per particolari anche bizzarri.
Sfortunatamente, la casa natale di Kennedy non era riservata
a noi due. Pap vi portava anche i facoltosi clienti
che arrivavano da fuori per fargli restaurare vecchie fotografie,
un'operazione che veniva svolta a mano finch l'evolversi
della tecnologia non la rese obsoleta. Mi sono domandata
spesso se pap fosse deluso dal suo lavoro. Il suo sogno
era portare nuove immagini nel mondo, e invece aveva finito
per dedicarsi a restaurare quelle che ormai si vedevano a
malapena. Suppongo che la vita dell'artista povero in canna
non facesse per lui. Comunque negli anni Ottanta, quando
ero ancora una bambina, il suo lavoro era molto richiesto,
in particolare - cosa piuttosto curiosa - da anziani musulmani
dello stato di New York e del New Jersey. Non ci faceva
molti soldi, ma quello che guadagnava era sufficiente
per far vivere dignitosamente la sua famiglia.
Poich occorrevano almeno cinque ore per raggiungere
il suo studio da Manhattan o da Bridgewater, normalmente
pap tentava di socializzare con gli uomini che venivano
a trovarlo, cos che sfruttassero al meglio il viaggio.
Sembrava non capire che non si consideravano suoi ospiti.
E in verit, con le loro facce nervose e le dita che stringevano
quelle immagini sfocate, avevano l'aria di accompagnarlo
pi come guardie del corpo che come clienti il cui
unico interesse era alimentare un tenue legame con quegli
antenati che sfuggivano loro dalle dita, nel senso letterale
dell'espressione.
Fortunatamente mio padre non era un grande conoscitore
dei meccanismi che regolano rapporti e situazioni sociali,
e attendeva con impazienza i clienti lontani come se
fossero vecchi amici che venivano a trovarlo. Pianificava
in anticipo una serie di gite cos, anche se pioveva, poteva
condividere con i suoi ospiti qualche capitolo dell'illustre
passato di Boston. Poich nel New England piove abbastanza
spesso, e poich la maggior parte dei suoi clienti
non erano cos ansiosi di andare a visitare le bellezze del posto,
spesso questi ultimi preferivano la casa natale di Kennedy
- pi digeribile e accessibile a piedi - alle pi ambiziose
proposte di pap.
Per quanto gli piacesse condividere con i clienti la tanto
celebrata storia di Boston, niente rendeva quelle escursioni
pi affascinanti del potermi portare con s. Gi da bambina
nutrivo qualche dubbio riguardo al fatto che quelle persone,
ammesso che avessero un briciolo d'interesse per la casa
natale di JFK, potessero averne per l'adorata figlia del loro
fotografo. Ma lui era felice di avermi l. Si gonfiava d'orgoglio,
e io ero contenta di vederlo cos, con la schiena diritta,
la testa gettata all'indietro in modo quasi impercettibile,
ma con un notevole effetto.
La nostra ultima visita avvenne il 15 maggio dell'83, una
domenica apparentemente normale, forse un po' afosa, un
mese prima del mio nono compleanno. Pap era rientrato
per pranzo, prima d'incontrare un nuovo cliente nel pomeriggio.
Da tre giorni pioveva a dirotto, e io mi sentivo
molto stanca. Mi svegli quanto bastava per farmi vestire
e uscire, ma non appena ci incamminammo lungo il marciapiede
mi resi conto di non sentirmi affatto bene. Avrei
voluto dirglielo, ma non riuscii a interrompere la sua indignata
descrizione della bisnonna del signor Saab, una donna
con tre menti e due baffoni neri di cui doveva restaurare
la fotografia. Andava avanti imperterrito: tentava di darmi
una descrizione di quella donna sfortunata, mentre io mi
concentravo per non rigettare il pranzo. A posteriori, sono
lieta che non fosse un'occasione speciale. Non c' niente
di peggio dei cerimoniali, quando si tratta di godersi gli ultimi
momenti di qualcosa di fondamentale, tipo l'innocenza
o la salute di una persona.
Come molti clienti di pap, il signor Saab era giunto in
compagnia di un gruppo di altri uomini che stavano sempre
un passo indietro rispetto a lui. A tutt'oggi non sono
ancora riuscita a capire se fossero guardie del corpo, famigliari
o entrambe le cose. Io mi misi in coda mentre pap
dava inizio alla visita, tenendo un braccio dietro il suo
cliente, attento a non toccarlo, come l'usciere di un teatro
elegante.
Nella casa dei Kennedy c'era sempre un lieve odore di
polvere, muffa e profumo vecchio, che di solito trovavo
confortante. Quel giorno, invece, nell'istante stesso in cui
giunse alle mie narici, afferrai la giacca di pap e vi diedi
uno strattone. Quando pap abbass lo sguardo gli feci segno
di avvicinarsi, e lui rivolse un sorriso di scuse ai suoi
ospiti prima di abbassarsi. Sto per vomitare gli dissi in un
orecchio, immobile: temevo che il minimo movimento mi
avrebbe fatto rivoltare lo stomaco. Lui si raddrizz lentamente,
lo sguardo fisso su di me. Io continuai a fissarlo negli
occhi, senza cedere.
Mi mise una mano sulla spalla. Mia figlia  un pochino
stanca disse. Ci aspetter qui, mentre noi facciamo la
nostra visita.
Posso tornare a casa, pap.
Assolutamente no! esclam lui, come se gli avessi detto
di voler correre un inutile rischio. Dov' la signora Olsen?
grid, quasi fosse il padrone che chiamava la servit.
La signora Olsen era la custode pagata dal governo per
prendersi cura della dimora. Apparve in fondo al corridoio
e venne avanti con passo cauto e sdegnato, i capelli folti e
neri in netto contrasto con la pelle del viso sottile come carta.
Doveva aver passato da poco i sessant'anni, ma non aveva
un solo capello grigio.
Signora Olsen le disse pap, continuando la sua recita,
Naomi non si sente bene. Ci sono problemi se resta qui
con lei? La domanda era una mera formalit, una cortesia
da uomo ricco. Con mio immenso stupore, lei annu senza
dire nulla. Forse anche lei voleva convincersi che in quella
casa vivesse ancora qualcuno. Mio padre torn a dedicarsi
al suo cliente, prima che l'incantesimo si spezzasse.
Partiamo dalla stanza della musica, sulla vostra destra.
Allung il braccio, la mano a un palmo dalla schiena del
signor Saab, a bloccare me e la signora Olsen. Vi chiedo
cortesemente di restare sul tappeto dell'ingresso.  la regola
aggiunse, aggrottando le sopracciglia a lasciar intendere
quanto fosse contrariato. Premete il pulsante rosso a destra,
quando ritenete di avere la visuale migliore. La voce
che sentirete  quella di Rose Kennedy in persona, la madre
del presidente. Sono certo che troverete i suoi commenti
alquanto divertenti. Quest'ultimo aggettivo era sempre
frutto di un'improvvisazione: talvolta diceva buffi, talvolta
istruttivi, o anche illuminanti se era di umore strano.
Sapevo che era nervoso quando diceva divertenti, incoraggiando
i clienti a distrarsi.
Non appena ebbero finito con la stanza della musica per
salire al piano superiore, la signora Olsen si volt svelta, lasciandomi
sola nell'ingresso.
Se non mi fossi sentita male, mi sarei goduta l'emozione
di stare per conto mio, come se davvero vivessi in quella
casa. Mi esercitai ad appoggiarmi oziosamente alla parete,
fingendo di essermi fermata l dopo aver pranzato in cucina,
in attesa della lezione di pianoforte del pomeriggio. La
brezza port dentro l'odore delle piante che crescevano fuori
attraverso la porta d'ingresso socchiusa e poi la spalanc
fino a far sbattere la maniglia contro il fermaporta. Mi sentivo
completamente sola, come se mio padre e i suoi ospiti
- al piano di sopra - e la signora Olsen - sul retro - fossero
solo un frutto della mia immaginazione.
Potevo vedere la pioggia che gocciolava dalla cornice
della porta spalancata sul tappetino, talmente zuppo che
sembrava sul punto di straripare. Ma il cielo cominciava a
schiarire, ad asciugarsi. Uscii e mi appollaiai sul primo gradino,
bagnato, ascoltando i rumori distanti delle persone
che si muovevano in casa. Quando il vento si calm, mi sistemai
il vestito, uno dei preferiti di pap, cercando di convincermi
che non stavo poi cos male. Un minuto dopo
udii la sua voce che mi chiamava dal primo piano: Naomi!
Ti senti meglio? Ci raggiungi?
Mi alzai, un po' vacillante, e mi tenni alla ringhiera di
ferro. Poi mi chinai in avanti e vomitai sulle dalie della signora
Kennedy. Dopodich appoggiai una guancia al metallo
freddo e - non per la prima volta - desiderai che quella
casa dalle stanze perfettamente organizzate fosse mia. Immaginai
Rose che curava i fiori, o li coglieva, o accostava
un bocciolo alla pittura blu del rivestimento esterno. Mi rimisi
seduta, finch lo stomaco non cominci a riprendersi.
E quando accadde mi resi conto di essere esausta e di avere
un disperato bisogno di dormire. Entrai in casa carponi
e girai subito a destra, passando sotto il cordone di velluto
che chiudeva la stanza della musica, con la sensazione
che il tappeto mi bruciasse le ginocchia. Andai alla panchetta
del pianoforte, mi ci sdraiai sopra e mi coprii con la
striscia di stoffa, cucita a mano dalla signora Kennedy, che
ornava il coperchio della tastiera. Ero supina, lo sguardo rivolto
in alto, quando mi giunse una voce attraverso le assi
del soffitto. Le parole andavano e venivano: Quando nacque
il bambino, lei... molti ricevimenti... malcontento... il
cucciolo di John... Mio padre e gli altri avevano raggiunto
la camera di Rosie e Kick, in cima alle scale.
La visita era quasi giunta al termine; la signora Kennedy
stava parlando degli ospiti che la famiglia amava intrattenere.
Avrei voluto interrompere tanti dei suoi discorsi per farle
delle domande. Nella stanza delle bambine c'erano un cavallo
a dondolo, una macchina per cucire in miniatura e una
minuscola e scintillante collezione di orribili cani di cristallo,
probabilmente appartenuti a Rosie, avrebbe ipotizzato
pap, poich nessuno dei due lo sapeva per certo (e dubitavamo
che qualcun altro conoscesse la risposta). Aprii gli occhi,
grata al debole sole primaverile che entrava nella stanza.
Girai la testa e lo vidi subito: un triangolino bianco che
sbucava dalla parte inferiore del pianoforte. Allungai una
mano a toccarlo, e mi resi conto che era pi spesso di quanto
mi fosse sembrato all'inizio. In pochi secondi riuscii a
estrarre da una fessura tra le assicelle di legno un fascio di
fogli tenuto insieme da un cordino sfilacciato, che rischi
di rompersi appena lo slegai.
Lanciai una rapida occhiata alla porta prima di esaminare
quel tesoro che avevo scoperto: una fotografia di Rose,
la mia preferita (l'avevo vista proprio quell'anno in uno dei
libri di pap; era stata scattata nel 1954, e io mi divertivo
un mondo a notare le somiglianze tra il suo viso di ragazza
e quello del figlio pi giovane); una lettera; e un'altra fotografia,
quest'ultima di Amelia Earhart con una camicia scura
e un paio di pantaloni con la cintura, mentre sorrideva a
due uomini con una mano tra i capelli.
Cominciai dalla lettera:
Grazie infinite per la tua visita di venerd. Sei stato molto
caro. Spero che il posto ti sia piaciuto... Mamma dice che
per te sono un conforto. E che mi vuoi con te, sempre. Ebbene,
pap, mi sento onorata perch hai voluto che fossi io a restare
qui. E gli altri immagino siano furiosi.
Non c'era busta, ma la riconobbi: apparteneva al memoir di
Rose che pap aveva scovato in biblioteca e cominciato a
leggermi qualche tempo prima, quella stessa primavera. L'aveva
scritta Rosemary (terza dei nove figli di Rose e Joseph)
al padre nel 1939, prima di sottoporsi nel '41 alla lobotomia
che l'avrebbe resa incapace di parlare, leggere e scrivere.
Quando pap me l'aveva letta gli avevo strappato il volume
dalle mani: non riuscivo a credere che un libro tanto serio,
per adulti, potesse contenere una pagina simile.
Fissai quelle stesse parole che adesso tenevo tra le mani
scritte dalla grafia di Rosemary. Inaspettatamente, la vista di
quelle lettere irregolari me la riport in vita: chiusi gli occhi,
immaginando di vederla seduta alla scrivania con carta
e penna, mentre si sforzava di trovare le parole che avrebbero
potuto convincere il padre a tornare da lei. (Non le trov
mai; molte biografie della famiglia Kennedy affermano che
Joseph smise di andare a trovarla del tutto dopo il fallimento
della lobotomia.) Mi domandai se avesse lasciato qualche segno
che facesse intendere se un trattamento cos drastico era
stato dovuto a una malattia congenita o, invece, acquisita
nel corso del tempo. Poi passai alla seconda fotografia. Non
ricordavo alcun riferimento di Rose ad Amelia Earhart nel
libro, anche se lo scatto era firmato: A Rosemary. Amelia.
Girai la foto. Sul retro, in cima, lessi: Alla mia bambina
coraggiosa. Un regalo speciale. Pap. E in mezzo, una
mano diversa aveva aggiunto in stampatello: Sapeva volare.
La stessa mano, in fondo, aveva scritto: Rosemary. Le
lettere erano molto distanziate tra loro, l'inchiostro era scuro
e spesso. Chiunque le avesse tracciate doveva aver calcato
volutamente con la punta della penna.
A casa avevamo parlato di Rosemary; almeno non molto
tempo prima era saltato fuori l'argomento, a cena. Mio padre
aveva la tendenza a prendersi delle cotte colossali (come
le definiva mamma): si dilungava su questo o su quel
personaggio storico, finch noi eravamo disposte ad ascoltarlo.
In particolare aveva una passione sviscerata per la madre
di Rosemary, Rose, anche se non saprei dire se fosse autentica
adorazione o un semplice espediente per propormela
come modello. Non aveva mai considerato mamma come
un esempio da seguire, principalmente perch ci era
chiaro che lei non voleva essere indicata come tale.
Quella sera, a cena, lo stavo ascoltando solo in parte, e
intanto mi chiedevo come potesse avere una cotta per una
donna di novantatr anni. La immaginavo sgretolarsi al minimo
tocco, ridursi a un mucchietto di polvere tra le sue
mani. Ecco un perfetto esempio di donna dal potenziale
nascosto stava dicendo. Amava considerare le donne come
creature senza limiti, convinto di fare a noi un complimento.
Non  stata solo la matriarca di una nazione, ma  riuscita
a diventarlo nonostante i suoi sogni giovanili fossero
andati in frantumi! Sapete, non ha ricevuto nemmeno un'istruzione
adeguata. Se non fosse stato per suo padre continu,
sarebbe andata al Wellesley College. E poi chiss.
Passami le patate, ketzi.
Mamma m'intercett e gli pass il piatto. Ha frequentato
la scuola del convento, Sol gli disse. Ha ricevuto
un'istruzione. E, se vuoi che Naomi impari le buone maniere,
devi imparare a chiedere per favore.
Grazie, cara fece lui, attento, senza perdere il filo della
narrazione. Mamma lasci il piatto nelle sue mani.  stato
per le aspirazioni politiche di suo padre prosegu. Non
poteva permettere che la figlia, cattolica, s'iscrivesse a un
college progressista in un anno di elezioni. Pos la forchetta,
immerso nei suoi pensieri. Lei ne rimase distrutta.
Non credo sia mai riuscita a perdonarlo. L'ha sempre definito
il suo pi grande rimpianto. Mi lanci uno sguardo
denso di significato.
Mamma lo stava ancora fissando, la forchetta abbandonata
da un lato. Lui aveva ricominciato a mangiare, senza
badarci, mentre i miei occhi erano inchiodati su di lei.
Aspettavo che formulasse una frase in grado di decifrare la
sua espressione. Alla fine disse: Per essere stata una donna
che ha ostracizzato una figlia e ne ha uccisa un'altra, hai
un'opinione molto alta di lei.
Pap sollev lo sguardo, il boccone a met strada tra il
piatto e la bocca. Rosemary non  stata uccisa replic, e
il tono offeso e scandalizzato lo fece sembrare estremamente
fragile, quasi fosse stato appena colpito.  come se l'avesse
uccisa disse lei sommessamente, lo sguardo abbassato
sul cibo.
Non  vero insistette mio padre. Quella poveretta era
venuta al mondo con dei gravi problemi. Sua madre ha fatto
del suo meglio. E lobotomizzarla era la scelta migliore?
Suon come una domanda e un'accusa insieme. Pap
scosse il capo. Ha fatto del suo meglio ripet. Mamma
serr le labbra: in qualche modo mio padre l'aveva resa
ancora pi furiosa, ma lei non aggiunse altro. Cominciavo
gi a notare come - in casa nostra almeno - molte conversazioni
si concludessero senza che le ultime parole venissero
pronunciate ad alta voce.
Al di l del fatto che mia madre era davvero bella, talvolta
mi domando se fosse stata la tristezza conosciuta durante
l'infanzia a spingerlo inesorabilmente verso di lei. Forse
mamma aveva avuto la sensazione di conoscerlo sin dal
primo incontro; forse, con il tempo, lui era riuscito a curare
una ferita rimasta aperta dovendo pensare a lei. L'amava,
di questo sono sicura. Anche se ogni tanto, vedendo la sua
energia e la sua allegria che si scontravano con l'espressione
immutabile di lei, mi domandavo perch. Era come osservare
un uomo che lancia dei sassi in un laghetto e che fissa
la superficie sperando che si formino delle onde.
Oggi so che, molto probabilmente, mia madre soffriva
di depressione o di qualche variante di quel disturbo,
ma all'epoca eravamo tutti poco informati sull'argomento,
mamma inclusa. E ho il sospetto che fosse proprio tale
ignoranza a renderci quasi superstiziosi nei confronti del
suo male: meno ne parlavamo, meno lo riconoscevamo
apertamente, meno era reale... Come un demone che si
irrita se ignorato e va in cerca di qualcuno pi disposto a credere
alla sua esistenza. Talvolta, tuttavia, sembrava chiaro
che l'infelicit di mamma non aveva desideri, e che di certo
non voleva essere riconosciuta; ed era proprio questa situazione
di torpore a renderla cos penetrante. Sono sicura
che mia madre fosse consapevole che da qualche parte
avrebbe potuto trovare aiuto - ogni tanto andava da qualche
dottore, aveva degli appuntamenti come dicevano lei
e pap - ma non volle mai sottoporsi a una terapia costante,
come se fosse una sua precisa responsabilit sconfiggere
quella cosa che la teneva tra le grinfie e arrivava a stringerla
quasi fino a toglierle il respiro.
E cos, mentre ero distesa sulla panchetta del pianoforte,
mi ritrovai a fare uno dei miei giochi preferiti: mi chiesi
che altro avrebbe potuto dire mia madre, durante una
delle tante conversazioni, se non avesse smesso di parlare.
Non ero nemmeno sicura di sapere che cosa fosse la lobotomia.
Non ero l'unica a essere ignorante a tal proposito, ma
all'epoca pensavo semplicemente di essere troppo giovane,
e che si trattasse di una delle tante cose che solo gli adulti
riuscivano a comprendere.
Un rumore di passi pesanti sulle scale mi scosse dalle
mie fantasticherie. M'infilai le carte sotto il vestito e cercai
di restare immobile, sperando con tutta me stessa di passare
inosservata. Sfortunatamente pap mi vide subito, come
se brillassi.
La sua mano si sollev e guid gli uomini nel giardino
prima che avessero il tempo di guardare nella mia direzione.
Io riuscii a infilare le carte nell'elastico dei collant e a
sistemarle prima che pap si voltasse. Chiusi gli occhi, sperando
di fargli credere di essere abbastanza indisposta da essermi
quasi addormentata.
Dopo qualche minuto sentii la porta d'ingresso chiudersi
sommessamente. La voce della signora Kennedy ripart:
mio padre doveva aver premuto il pulsante. Durante la
visita della casa cercher di indicarvi alcune cose che sono
state importanti nella nostra vita inton Rose. Poich la
famiglia si riuniva nella stanza della musica, prima dell'avvento
di radio e televisione, cominceremo da qui. Una
pausa. La sera vi trascorrevamo tante ore. Il signor Kennedy
si accomodava sulla poltrona rossa, accanto al tavolo
con le gambe a cancello, mentre io mi sedevo su quella con
lo schienale alato, di fronte a lui. La pronuncia di alcune
parole, con le vocali allungate e acute, tradiva la sua appartenenza
alla classe agiata di Boston. Menzionava il pianoforte,
ma non diceva nulla riguardo alle ore che passava seduta
alla tastiera, o riguardo all'antico sogno di studiare da
concertista. La vita era tanto pi semplice, allora. Cos si
concludeva la registrazione.
Quei fogli cominciavano a diventare caldi, a contatto
con la mia pelle. Mi domandai come avrei fatto a rimetterli
al loro posto senza che pap se ne accorgesse. E mi domandai
anche se mamma aveva detto il vero a proposito di Rosemary:
sul serio sua madre l'aveva uccisa?
Sapevi che la signora Kennedy amava portare i suoi figli
a visitare le localit storiche nell'area di Boston come parte
della loro istruzione? Aprii gli occhi e vidi mio padre in
piedi, al di l del cordone divisorio, lo sguardo fisso su di
me per capire se lo stessi ascoltando. Dedicava molto tempo
alla loro educazione. Non c' da stupirsi se si rammaricava
dei propri limiti. Chiusi di nuovo gli occhi.
A me sembra sempre felice risposi, fingendomi pi indifferente
di quanto non fossi in realt. Non credevo completamente
a quello che avevo appena detto. Ma, se non altro,
dalla voce sembrava contenta e sono certa che era quel
che voleva farci credere. Sollevai una palpebra e mi costrinsi
a mettermi seduta, per poi alzarmi in piedi. Quando pap
apr le braccia, attraversai la stanza, passai sotto il cordone
e lasciai che mi stringesse a s. Allora era ancora in grado di
sollevarmi. Il vestito che indossavo mi stava un po' troppo
grande, e formava un fagotto tra noi due, nascondendo ci
che vi avevo infilato, o almeno cos sperai.
Ho vomitato nei cespugli gli dissi sottovoce, la testa
sulla sua spalla.
Non era cos felice fece lui. Continuava a tenermi
stretta, ma il suo sguardo era rivolto a qualcosa nella stanza,
pervasa dall'aroma del detergente che la signora Olsen
aveva usato per pulire i pavimenti di legno. La casa non si
muoveva pi intorno a me; stavo per addormentarmi in
braccio a lui. Riesci a immaginare la brillante carriera politica
che avrebbe potuto fare, se fosse nata solo cinquantanni
dopo? Scosse il capo e per un po' non disse nulla, mentre
la mia mente ricominciava a vagare. Si sarebbe potuta
candidare a presidente, quella vecchiaccia. Aprii di nuovo
un occhio. Io non mi candider alle presidenziali borbottai
contro la sua spalla. Diventer medico, io aggiunsi,
sottolineando il pronome personale, nel caso avesse bisogno
che gli ricordassi ci che sapevamo entrambi. Lui mi
accarezz la schiena annuendo, lo sguardo rivolto alla stanza
vuota.
Ora mi domando se avesse scelto la signora Kennedy come
modello perch aveva qualcosa in comune con mia madre:
il senso di delusione, l'educazione irlandese cattolica,
la grazia innata, il fascino di un viso intelligente. Se avesse
scelto una persona pi sicura, meno incline ad avere debolezze
nascoste, forse non sarei mai giunta a quell'equivalenza.
Perch in fondo, per quanto mamma non fosse interessata
al fatto che la emulassi, ero convinta che non mi avesse
abbandonata ma piuttosto che mi avesse consentito di andare
alla deriva vicino alle sue sponde tanto quanto avessi
voluto, alla ricerca costante di un punto di accesso. E credo
che una bambina con una simile capacit di osservazione
abbia un'insolita tendenza a inseguire il suo obiettivo con
ostinata determinazione.
Decisi di chiedere a pap riguardo a Rosemary e a sua
madre, cos alzai lo sguardo verso di lui e cercai di formulare
una domanda che mi consentisse di ricevere il genere di
risposta che cercavo. Scorsi un debole sorriso sul suo volto,
mentre fissava la fotografia di Rose sul pianoforte. Raggiunta
la mezza et, pap cominciava a diventare sentimentale,
poich ripensava continuamente a come sarebbero potute
andare le cose in passato, o a quello che ancora poteva
succedere. Quando lo rivedo in quei momenti, il divario
tra le nostre et sembra diventare ancora pi ampio: io
cominciavo a scoprire le cose, lui gi riassumeva la propria
vita. Mi strinsi pi forte a lui per riavere la sua attenzione.
E poi, d'un tratto, non eravamo pi fermi in piedi. Ci
stavamo chinando in avanti, e pap non mi stava tenendo
in braccio, ma si stava aggrappando a me con tutte le sue
forze. Fu un movimento molto, molto lento, e ricordo di
aver atteso che dicesse qualcosa, che mi spiegasse, mentre
ci avvicinavamo al pavimento. Subito dopo non riusc pi
a controllare le braccia: il sinistro mi strinse al petto, mentre
il destro mi lasci andare del tutto. Riuscii ad attutire
il colpo divincolandomi, ma lui cadde pesantemente sulla
schiena. Lo guardai: aveva gli occhi sgranati per la sorpresa.
Un attimo dopo stavo gi urlando con tutto il fiato che
avevo in corpo, e continuai. Lunghe grida senza parole, che
non si fermarono neppure quando arriv la signora Olsen,
insieme ad altre persone che si trovavano in strada, e l'ambulanza che qualcuno aveva chiamato.
Seduta, lo sguardo fisso su pap, la gola infiammata, senza voce. All'inizio non capivo quel che stavo vedendo, non capivo che quell'uomo sul pavimento - che non era pi in grado di stare in piedi o di tenermi tra le braccia - era mio padre. Era immobile come una statua di cera, il petto improvvisamente privo di ossigeno. Nelle orecchie sentivo rimbombare i battiti del mio cuore, mentre l'aria cominciava ad abbandonare anche i miei polmoni in un gocciolio lento, costante.
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Mi trascinai fino a lui e mi misi la sua testa in grembo.
Il suo peso mi spavent quasi quanto il suo svenimento.
Qualcuno mi appoggi una mano sulla spalla e cerc di
portarmi via, ma non riuscivo a sentire che cosa mi stavano
dicendo. Ti prego imploravo pap. Ti prego, ti prego, ti
prego mormoravo ad alta voce, mentre in silenzio - sbuffando
come un treno che prende velocit - ripetevo: Non tu, non tu, non tu.
Un attimo dopo cominciai a promettergli qualunque cosa.
Non credevo in un Dio, ma supplicare un essere senza
nome mi parve l'unico modo per mettere a tacere il panico
che tentava di prendere il sopravvento. La mia mente fu
attraversata dall'immagine del polso destro di mamma, con
la sua cicatrice spessa e scura; strizzai gli occhi, stringendo
la testa di pap e premendo la fronte contro la sua.
Mi sforzai di trovare un modo per richiamarlo a me.
Pap aveva sempre desiderato disperatamente che diventassi
qualcosa che lui non era stato e io avevo bisogno che lui ci
fosse, che lo vedesse. Pensai a Rose Kennedy, che aveva trasformato
in un modello per me: forse potevo giurargli che
non avrei avuto rimpianti, ammesso che una promessa del
genere si potesse fare. Ma non mi venne in mente nient'altro,
e cos gli sussurrai all'orecchio quelle parole, costringendomi
a credere che avessero il potere di farlo tornare.
Mi accorsi solo dopo un po' che i paramedici erano gi
al lavoro. Li vidi comparire dal nulla solo in quel momento;
mille mani capaci che scendevano in risposta al mio giuramento,
fatto in un momento critico: lo sollevavano, lo
spogliavano, collegavano fili, gli premevano sul petto quei
blocchi bianchi che gli davano la scossa. Intravidi il suo volto
pallido e immobile tra le spalle di tutti quegli sconosciuti
e cercai a tentoni la sua mano. Mi spinsero da una parte
e continuarono a lavorare quasi fossero una persona sola.
Il corpo di pap sussult e fece un respiro. Udii un mio
grido involontario, un'inutile protesta sfuggita anche solo
per farsi sentire. Un attimo dopo qualcuno mi disse che mi
avrebbero visitata per verificare che non fossi sotto shock.
Ma, non appena mi puntarono una lampadina negli occhi
e mi fecero tornare in me, la mia mente divenne lucida
e si diresse sbandando verso la prima cosa a cui pot aggrapparsi
quale contrappunto al panico. Presi un respiro profondo,
riempiendo i polmoni fino a provare dolore, e poi ancora,
costringendomi a fare ritorno da un luogo sconosciuto,
gonfiandomi e raddrizzandomi, osservando strumenti, tecniche
e aggeggi curiosi, forzandomi lentamente a gettare l'ancora
in quel caos, a capire anzich limitarmi a osservare, a dare
un senso a quel che vedevo anzich fermarmi allo stupore.
Mio padre aveva sempre saputo, e forse anche mia madre,
che le nostre esperienze sono soggette a un'inevitabile
vulnerabilit, e per questo  meglio rivolgere lo sguardo altrove,
magari anche oltre il limite dell'occhio umano. Ma
dovetti vivere quell'evento terribile per comprendere il potere
di tale forma di protezione. E, quando accadde, provai
uno straordinario senso di calma mentre osservavo i macchinari
e gli uomini intorno a me, che con i loro strumenti
tentavano di far ripartire il cuore di pap. Quando il battito
cominci la sua lenta e faticosa risalita, che seguii sul
monitor ai miei piedi, ebbi l'impressione che Rose, Joseph
e i loro bambini fossero l intorno a noi, le mani sulle nostre
spalle, finch i paramedici non sollevarono mio padre
per portarlo fuori dall'ingresso principale. Poi i Kennedy se
ne andarono, e al tempo stesso rimasero l: vedevano quello che vedevo io, e annuivano in segno di comprensione. E
ai margini della piccola folla c'era Rosemary, lo sguardo
fisso e intento: Sapeva volare.
Pi tardi, mentre ero in ospedale con mia madre, seguii
i dottori come un segugio muto, ipnotizzata da quel miracoloso
ritorno dalla morte alla vita. Mamma non era in s,
e di certo non era in condizioni di badare a me, cos mi fu
assegnato informalmente un medico interno, una dottoressa
giovane e gentile che prov a darmi un po' di conforto
con dell'acqua in un bicchiere di plastica. Era fredda. La
buttai gi, lo sguardo fisso su di lei, e intanto mi domandavo
come si arrivasse a indossare un camice candido come
il suo. C' qualcosa che mi vuoi chiedere? mi domand
sottovoce. Io annuii senza dire nulla. Allora s'inginocchi e
mi mise una mano sulla spalla. Tuo padre se la sta cavando
alla grande disse. Non devi preoccuparti. Quando riuscii
a ritrovare la voce, le rivolsi la mia unica domanda: Avete
dovuto aprirgli il torace per aggiustargli il cuore?
La donna batt le palpebre e tent di soddisfare quell'interrogativo
e quelli che seguirono. E cos entrai in un'aula
disegnata dalla mia stessa mente, in cui la curiosit ebbe
la meglio sulle ragioni per cui mi trovavo in quell'ospedale.
Poco dopo la dottoressa riusc a rimediare un modellino
in plastica del cuore umano, che us come scudo da interporre
tra se stessa e le mie domande. Mi nomin ogni dettaglio,
e io ascoltai in silenzio, soffermandomi sulle parole
pi strane - vena cava, atrio, aorta, ventricolo, setto - mentre
fissavo quell'orribile oggetto rosso e viola e mi auguravo
che non avesse nulla a che vedere con quello che stava accadendo
a mio padre. Notando la mia espressione corrucciata,
lei si lasci andare a una risatina. Non  la cosa pi
affascinante del mondo disse, prima di chinarsi verso di
me, ma quello vero  molto peggio. Non c' niente di bello nel muscolo cardiaco. Si allontan quasi all'istante, lanciandomi
un'occhiata furtiva per capire se avessi colto quel
commento poco appropriato. Mi piaceva moltissimo quando
gli adulti mi dicevano cose come quella, senza pensarci.
Era come ottenere qualcosa gratis, facendola franca. Annuii
mentre cercavo d'immaginare un affare rosso e luccicante
che si gonfiava e si sgonfiava.
La mia dottoressa era vestita di bianco, come tutti, con
sottili decorazioni metalliche su spalle e tasche. Parlammo
di sangue tutta la sera, ma io non ne vidi una sola goccia
su nessuno di loro.
Immaginai una stanza di transizione tra il punto in cui
ci trovavamo e quello in cui lavoravano i dottori, dove si
susseguivano file e file di casacche e di decorazioni metalliche
di scorta, che attendevano il successivo cambio di costume.
Volevo che avessero un aspetto ultraterreno, e che
possedessero poteri con cui potevano facilmente resuscitare
i morti, e alla fine di quella nottata il mio desiderio fu
esaudito. Non ebbi difficolt a convincermi che anch'io sarei
potuta diventare qualcuno, una forza nel mondo, anzich
un semplice soggetto vulnerabile ai capricci dei propri
genitori e ad altri terribili squilibri. Anche quei medici, ragionai,
dovevano essere stati bambini.
Tornata da mia madre per ricevere notizie sui progressi
di pap, toccai con le dita il camice del chirurgo mentre
parlava con lei, immaginandolo sulle mie spalle. Quando
abbass gli occhi su di me, gli sorrisi con aria complice,
e da dietro la schiena tirai fuori il mio cuore di plastica,
come un mago da baraccone. Lui fece un passo indietro e
poi riprese il controllo, fissandomi con sospetto. Io mi appoggiai
allo schienale della sedia, soddisfatta, mentre mamma
mi guardava con gli occhi velati e confusi, troppo stanca
persino per chiedermi spiegazioni.
Il dottore fece una risata forzata, deciso a non mostrare
il minimo segno della sorpresa o del disagio che potevo
avergli causato. Non dovresti guardare cose simili mi disse,
autoritario. Vieni con me. Sollev un sopracciglio in
direzione di mamma per chiedere la sua approvazione, ma
non aspett la sua reazione. Lo seguii lungo il corridoio
bianco, fino a una porta imponente con una maniglia d'argento
che mai avrei osato toccare. La apr con uno scatto
del polso. Laggi disse, avviandosi a grandi passi verso la
sua scrivania.
Sopra era appesa una stampa incorniciata. Spinse via una
sedia e me la indic. Quel disegno  stato fatto cinquecento
anni fa. Avvicinati disse, dandomi un colpetto con
il gomito, cos potrai osservarlo meglio. Dovetti allungare
il collo. Nessun disegno, oggi, potrebbe essere pi accurato dichiar.
Il foglio era coperto di scarabocchi, e dalla scrittura fitta emergeva come un'apparizione lo schizzo di un cuore.
 di Leonardo da Vinci. Il chirurgo interruppe i miei pensieri. Prima studi i maiali, ma il loro cuore  molto simile al nostro.
Quindi quello  il cuore di un maiale? chiesi.
Il dottore corrug le sopracciglia e di nuovo soffoc un commento poco gentile. No rispose ridendo, questo no. Poi si chin verso il disegno. E comunque non ha nessuna importanza. Si accovacci accanto a me, e d'un tratto la sua voce grondava venerazione.  la prima immagine del cuore anatomicamente corretta nota all'uomo occidentale.
La indic ancora. Tutta la medicina ruota intorno a quel muscolo. Se troveremo il modo di riprodurlo, troveremo il modo di vivere in eterno. Chi mai vorrebbe vivere in eterno, mi chiesi, pensando a mia madre. Ma non dissi nulla.
Se non fosse per scienziati come Leonardo stava dicendo il medico, autentici geni, forse non saremmo riusciti a salvare tuo padre.
Ma Leonardo da Vinci non era un artista? chiesi. Perch disegnava cuori di maiale? Il chirurgo si tir su. Era molto pi di questo rispose, mettendomi una mano sulla testa.
Che altro c' qui dentro? chiesi, cominciando a guardarmi
intorno. Lui sorrise e mise nuovamente la mano sulla
maniglia della porta. Credo che tu abbia visto abbastanza
per ora. Vieni, ti riaccompagno da tua madre.
Io, per, non avevo ancora finito. Ma alla fine non
l'avrebbe disegnato qualcun altro? chiesi, riportando lo
sguardo sul cuore di Leonardo. Il dottore, alle mie spalle,
rimase in silenzio per un istante. Come ti ho gi detto,
non  questo che importa ripet, pi severo.  l'impulso
di conoscere, di disegnare, di demistificare. Si ferm per
qualche secondo, quasi non fosse del tutto sicuro. Leonardo
ha reso il cuore meno misterioso.  stato un atto di coraggio,
da parte sua.
Ripensai alle parole della dottoressa a proposito del fatto
che l'organo vero era ancora pi brutto del modellino di
plastica rosso e viola. Forse era un atto coraggioso osservare
qualcosa di sgradevole e decidere di disegnarlo comunque.
Qualcuno ha mai provato a farne uno nuovo? chiesi.
Uno che sia assolutamente perfetto?
Mi sorrise, e questa volta fu un sorriso sincero. Non ancora.
Non esattamente. Ma sei giovane, forse riuscirai a veder
realizzata un'impresa del genere.
Tornai a sedermi nell'atrio, e a fissare mia madre. Quella
sera ero riuscita a guardarla per nove minuti e quarantatr
secondi senza attirare la sua attenzione. Mi vide sedermi
e torn alla sua rivista.
A un certo punto, durante quella notte, ritrovai nel mio
zaino l'involto che avevo scovato sotto il pianoforte. Non
mi ero accorta di averlo messo l, e fui invasa da un'ondata
di paura nell'istante in cui mi resi conto di averlo rubato.
Lanciai un'occhiata a mamma, ma stava dormendo sulla sedia.
Con delicatezza, temendo che le carte stesse avessero da
obiettare al fatto di essere state portate via dalla loro legittima
casa, tirai fuori solo la fotografia di Amelia Earhart, e
feci scorrere il dito sul nome di Rosemary come se l'inchiostro
potesse essere ancora bagnato. Guardai di nuovo mia
madre, che si assopiva e si svegliava a tratti. Sapeva volare.
Osservai la sua espressione che cambiava nel sonno, e mi
chiesi in che cosa potesse aver creduto da bambina. Chiss
se era sempre stata infelice, o se l'infelicit era qualcosa che
aveva appreso nel tempo. Forse anche lei aveva scritto lettere
a qualcuno e aveva sperato di ricevere risposta.
Aprii lo zaino e vi rificcai dentro Amelia, chiudendo la
zip cos che fosse al sicuro. D'un tratto avevo deciso che
quelle carte dovevano essere mie. Rosemary non avrebbe
mai voluto che rimanessero nascoste per sempre. In effetti,
probabilmente le aveva messe in quel posto perch fossero
al sicuro, in attesa che qualcuno le trovasse e se ne prendesse
cura. In fondo Rosemary non era cos difficile da capire.
Raddrizzai la schiena, stranamente confortata dalla vista
di mia madre che dormiva davanti a me, e dalla consapevolezza
che mio padre stava facendo lo stesso da qualche
parte l vicino. Intorno a noi l'ospedale mormorava ancora,
i dottori in camice bianco - con i loro modellini e la loro
aria sicura - correvano di qua e di l, preparandosi a salvare
altre vite umane. Ero esausta, e la mia mente ricominci a
vagare, mentre le mie convinzioni perdevano ogni controllo,in preda a una curiosa euforia. Se quelle persone potevano
strappare i malati alla morte, pensai, ci sarei riuscita
anch'io. Non avrei semplicemente intrapreso la carriera medica:
sarei stata il migliore tra i medici, un cardiochirurgo, e
magari sarei riuscita addirittura a progettare un cuore artificiale.
Avrei mantenuto la promessa che avevo fatto a pap
- non l'avrei mai pi lasciato cadere - e avrei impedito a
mamma di sprofondare pi di quanto non avesse gi fatto.
Anch'io mi ero perduta per un momento e, quando tornai
alla realt, lo feci in una forma lievemente (ma essenzialmente)
diversa da quella che avevo abbandonato poco
prima. Lasciai l'ospedale con la convinzione che un giorno
sarei stata in grado di guarire le persone, pensando che tale
capacit potesse essere catturata come qualunque preda.
Era una convinzione fortissima, su cui arrivai a costruire
la mia intera vita... Almeno finch non provai a salvare tre
delle persone che pi amavo, fallendo miseramente. Due di
loro divennero - in momenti e in modi assolutamente distinti
- quel genere di amici senza i quali pensiamo di non
poter vivere. La terza fu mia madre. E, alla fine,  possibile che sia stata lei a salvare me.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Mio padre sarebbe dovuto uscire dalla sala operatoria entro
mezzogiorno dell'indomani. Terminato l'intervento di
bypass coronarico, il chirurgo venne subito da noi, annunciato
da un'infermiera in divisa color pastello. Il camice
fluttuava come una vela alle sue spalle.
Signora Feinstein disse tendendo la mano, e mamma
si alz goffamente per stringergliela. Mi alzai anch'io. Avevamo
gi parlato con lui del cuore di pap, pi di quanto
avessimo fatto con chiunque altro - e pi di quanto ne
avessimo discusso tra noi - perci quell'approccio formale
mi parve piuttosto strano. Era come se la situazione postoperatoria
avesse azzerato il nostro rapporto, costringendoci
a una nuova presentazione. Suo marito sta riposando
disse, dopo aver stretto la mano anche a me. L'intervento  andato bene.
E cos ce ne tornammo a casa, tutte eccitate e con un
enorme - seppur esitante - senso di sollievo. Ma sapevamo
tutte e due che pap ce l'avrebbe fatta solo se si fosse preso il tempo necessario.
Poco dopo celebrammo formalmente lo Shabbat: fu una
delle ultime volte. Non eravamo mai stati particolarmente
religiosi, ma quando ero bambina praticavamo ancora alcuni
riti collettivi che ci facevano sentire parte della comunit
ebraica. Mia madre aveva preparato una cena insolitamente
gustosa, seguendo il cerimoniale con cura. Negli anni
a venire raramente ci saremmo potuti concedere il lusso
di fare le cose con calma e per bene: la salute di mamma sarebbe
andata via via peggiorando, e io e pap avremmo dedicato
tutti i nostri weekend ai miei studi.
Prima di mangiare, pap mi mise le mani sul capo e recit
la benedizione per le figlie, per la quale stavo diventando
troppo grande. Era stato lui stesso a dirmelo, poco tempo
prima. Sentii il calore dei palmi che mi pesavano sui capelli,
e chiusi gli occhi, lasciandomi avvolgere dalle sue parole:
Y'Simech Elohim ke-Sara, Rivka, Rachel, v'Leah. Che
Dio ti renda come Sara, Rebecca, Rachele e Lea. Ye'varech'echa
Adonoy ve-yishmerecha. Che Dio ti benedica e vegli su di
te. Ya'eir Adonoy panav eilecha viy-chuneka. Che Dio ti mostri
il Suo volto illuminato, e ti conceda la Sua grazia. Quando
ebbe concluso lo guardai; mi sentivo debole, schiacciata
dalla gratitudine per il semplice fatto che lui fosse l. Pap
mi sorrise e si batt il petto con pi forza di quanto credevo
dovesse o potesse fare.
Di l a qualche mese si sarebbe ripreso del tutto, inducendoci
a ignorare completamente la sua malattia, e a negare
addirittura la possibilit di un secondo attacco (anche
se adesso so che era un'eventualit alquanto probabile). In
quel momento, tuttavia, mi concessi di pensare alla fortuna
che avevamo: lui era ancora con noi. Abba-leh, sussurrai
contro il suo torace: una parola che non usavo da tanti anni.
Stavo pensando che non l'avrei mai lasciato andare via,
a costo di dover infilare io stessa le mani nel suo petto per
mettervi un cuore da me progettato. Lui mi baci, ignorando
quel crollo emotivo. Basta cos, Naomi-leh. Smettila di
preoccuparti per me. Sembri una skeyneh con le sopracciglia
unite in quel modo. Una vecchietta. Con il pollice mi
massaggi il punto in mezzo agli occhi. Non  bello che tu
abbia sempre quest'aria interrogativa.
La scuola fin qualche settimana dopo. Non eravamo una
di quelle famiglie che fanno progetti per l'estate neanche
prima dell'attacco di cuore di mio padre, e cos potei trascorrere
buona parte delle mie giornate a leggergli qualcosa:
il giornale al mattino, la posta nel pomeriggio, un romanzo
la sera. Pap era preoccupato per me, voleva che uscissi, ma
era anche stanco, oppure gli piaceva vedere il conflitto che
avevo dentro, e alla fine cedeva. Dovevo essere opprimente,
con i libri, i quotidiani e tutte quelle attenzioni. Ma una
delle caratteristiche pi gradevoli in lui era il fatto di essere
felice quando lo ero io: non solo godeva della mia gioia,
ma la rendeva sua. All'inizio mi permise persino di aiutare
mamma a medicargli le ferite, e poi a controllarle regolarmente,
lasciandomi credere che il mio parere fosse necessario
alla sua guarigione.
Credo di aver fatto delle promesse gli confidai. Era
giugno, e precisamente il pomeriggio del mio compleanno.
Perch tu stessi meglio. Strofinai l'orlo del lenzuolo tra le
dita, evitando d'incrociare il suo sguardo. Delle promesse
ripet. Pi che una domanda suon come un'affermazione.
Annuii. Di andare bene a scuola. E gi cos esclam.
Di fare meglio spiegai, anche se in questo stavo fallendo.
E come potresti?
Gli lanciai un'occhiata torva, frustrata. Lui colse l'imbeccata e aspett che finissi di parlare.
Per non avere rimpianti dissi alla fine, piuttosto tesa.
E mi domandai se a quel punto mi avrebbe spiegato che
cosa significava veramente. C'era un modo per spingerlo
a parlarmi del concetto di rimpianto? Sai che cosa intendo dire?
Mi smascher al volo. E tu lo sai che cosa intendi dire?
Sospirai, sporgendo in fuori la mascella inferiore e soffiando
per sollevare la frangetta, fingendomi seccata mentre
tentavo di prendere tempo. Spesso lasciavo intendere di
capire parole o concetti che in realt mi erano ignari. Lui
mi rimproverava di continuo per questa brutta abitudine,
e mi invitava a consultare il dizionario. Ma non mi piaceva
il modo in cui le varie voci rimanevano impresse nel mio
cervello. Temevo che togliessero spazio a idee partorite dalla
mia mente. Pap non sapeva che ricordavo tutto ci che
leggevo, e al momento preferivo tenere per me quell'informazione.
S dissi alla fine con finta esasperazione. Significa che far tutto quello che mi pare.
Ci sei andata vicino, ma non  completamente esatto.
Significa che in futuro non ti guarderai indietro pensando
di non aver fatto qualcosa che avresti voluto fare.
Non ero sicura di aver afferrato la differenza tra le due
spiegazioni, ma ero troppo impegnata a fingermi pi sveglia
di quanto non fossi. Perci mantenni quell'espressione
che sembrava voler dire: E allora? che lo faceva imbestialire.
Ma lui non mi stava guardando. Nessun rimpianto. Ci
vuole una bella fortuna. Si appoggi pesantemente al cuscino.
Ero sorpresa di scoprirlo tanto filosofo riguardo alla
questione. Aveva sempre sostenuto il mio entusiasmo, spesso
traducendolo in idee molto pi grandi di quelle che avrei
potuto elaborare da sola. Un po' come un mago che, con
una semplice moneta, riesce a cambiare le leggi della fisica.
Non vedo perch non dovremmo averne dissi, imitando
una parlata da adulti. Lui accenn un sorriso. Ma
certo, Naomi fece lui, guardandomi stancamente dal suo
cuscino. Tu sarai madre di sei figli, uno dei quali diverr
presidente, andrai a Wellesley e diventerai medico. Non ho dubbi al riguardo.
Aggrottai le sopracciglia, contrariata. Da come l'aveva
detto, chiunque avrebbe dubitato. Non chiedo tutte queste
cose dissi. Non credo di volere tutti quei figli. Lui
scoppi a ridere, una risata lunga e piena che fece accorrere
mia madre. Sorrise anche lei, e a quel punto stavo sorridendo
anch'io. Fu meraviglioso sentirlo ridere cos. E in
quel momento mi concessi di sperare che, dopo aver toccato
il fondo, avremmo cominciato a risalire.
Tra le altre cose, ero eccitatissima di vedere che mia madre
aveva accettato la sfida di occuparsi di pap. Di solito
passava le sue giornate nella loro camera, ma quando lui
torn dall'ospedale lo sistemammo nella stanza degli ospiti
in cima alle scale, cos da sentirlo in tutta la casa se si fosse
messo a urlare. Lei lo seguiva, si prendeva cura di lui. La
vidi di pi in quelle sei settimane che durante i sei mesi precedenti.
Era stupendo incrociarla per caso.
In generale, della sua vita non si parlava mai. Il suo passato
- era figlia di immigrati irlandesi cattolici di seconda
generazione - era stato cancellato quando si era convertita
al giudaismo e aveva sposato pap. Era come vivere con una
persona priva di una storia. Non che mancassero i tentativi
di scoprire qualcosa, almeno da parte mia. Cercavo continuamente
di farmi raccontare dai miei genitori chi fossimo
e da dove venissimo. Sfortunatamente, appresi abbastanza
presto che questo atteggiamento spingeva mia madre
a chiudersi ancora di pi in se stessa, e la distanza - breve
ma insormontabile - che poneva tra di noi era gi abbastanza proibitiva.
Cos imparai a stare soprattutto con pap, e a circoscrivere
la mia curiosit ad argomenti che non avevano a che
fare con lei. Anche lui lo preferiva. Credo fosse pi semplice
rispondere a domande sul mondo in generale piuttosto
che sul microcosmo esistente nella nostra famiglia.
Mio padre sostiene di aver fatto i primi progressi come
mio insegnante quando cominci a farmi usare il vasino.
Per la prima volta, dopo tre anni, avevo un pubblico attento.
Hai idea di quante cose ti ho letto? A quattro anni,
il marted successivo al Labor Day cominci a comprarmi
taccuini e matite; e a sette m'infilava dei test tra i compiti
per casa. I miei passatempi erano libri da colorare con titoli tipo Donne famigerate-, i drammi di Shakespeare a fumetti;
la mia Torah personale in miniatura, coperta di linee nere
e ondeggianti; illustrazioni storicamente precise di Clara
Barton e Abigail Adams; giochi di matematica resi pi gradevoli
grazie a biglie di vetro; e una corda per saltare con
un libretto per contare in rima. Al di l delle visite alla casa
dei Kennedy, ogni anno il 19 aprile andavamo a Lexington
prima dell'alba, per assistere alla rievocazione della battaglia
di Lexington e Concord; e ogni 4 luglio ci attendeva il Freedom Trail.
Poich pap era un immigrato, come lui stesso sosteneva,
amava parlare della grande promessa americana. Ma,
dal momento che era arrivato negli Stati Uniti ancora bambino,
e che a mamma non interessavano i sogni, la lingua
in cui traduceva tale promessa non era la sua. Non parlava
proprio di strade lastricate d'oro, ma posso dire di essere
cresciuta con le orecchie piene delle storie pi celebri
del passato americano, quelle dalle melodie pi semplici.
Le adoravo: La canzone di Hiawatha di Longfellow,
la svolazzante firma di John Hancock sulla Dichiarazione
d'indipendenza, la resa del generale Lee ad Appomattox,
gli aneddoti che ci raccontavamo sulla celebre fotografia
di un marinaio che durante il V-J Day bacia un'infermiera
a Times Square. Mio padre ne aveva un ingrandimento
sulla parete del suo studio, che con il suo romanticismo
in bianco e nero dominava le stampe sparpagliate sui ripiani sottostanti.
Non volendo porre limiti alla sua unica figlia, mio padre
attingeva anche alla conoscenza e alle conquiste occidentali in genere. L'anno in cui ebbe l'attacco di cuore, ricevetti
un solo regalo per il mio compleanno: il libro sui miti greci
di Ingri ed Edgar Parin d'Aulaire; era un'edizione speciale,
dalla rilegatura costosa, quasi troppo pesante da sollevare.
Probabilmente era stata mamma a doverlo ordinare, ma
arriv per posta in una pesante scatola di cartone indirizzata
a lui: solo quando l'ebbi portata faticosamente di sopra,
in camera sua, mi disse che era per me. Fui felicissima
di aprirla davanti a lui.
Fin da subito decisi che le mie preferite erano le Virt:
Fede, Speranza e Carit, con le spalle rotonde avvolte da vesti
di pietra. Erano quanto di pi vicino a una Barbie potessi
sperare di avere. Ma, quando mi sorprese a disegnarle
- Carit aveva i capelli corti e divisi a ciocche appuntite,
Fede di media lunghezza e Speranza lunghi e fluenti - pap
mi avvert che per i greci la speranza era spesso malvagia. E
io volli saperne di pi.
 semplice, Naomi mi spieg lui, mettendosi a sedere
accanto a me. Non si era fatto la barba e indossava una felpa
ridotta a brandelli. Aveva del cioccolato agli angoli della
bocca, gli occhi lucidi per l'eccitazione. Pu essere pericoloso
guardare troppo in l, pensare sempre a come dovrebbero
essere le cose invece di accettarle per come sono.
Ma non  quello che vorresti? Per me?
No, se t'impedisce di vedere il presente!  il presente
che ti porter ai tuoi obiettivi: diventare medico, frequentare
una delle migliori scuole del paese... Serve molto
pi che la speranza, per raggiungere queste cose. Serve impegno.
L'impegno di una studentessa che sappia gi chi ,
quando arriva in un posto come Wellesley. Che abbia gi imparato a vivere.
Annuii saggiamente mentre prendevo un pastello blu, il
mio colore preferito, per la veste di Speranza. Lo usai anche
per la pelle e per i capelli. Mio padre mi guard.  carina
dissi. Sei stata tu a renderla carina fece lui, cauto. Di
un bel blu. Si rese conto che avevo praticamente ignorato
la sua lezione sulle insidie del guardare avanti, e adesso era
pi calmo, pi riflessivo.
Posai il pastello e sfogliai le pagine del libro dei miti, fino
a trovare i Titani. E lei? chiesi, indicando un'illustrazione.
 buona o cattiva?
Mnemosine disse, prendendo il volume e studiando
l'immagine. Non si riduce quasi mai a una risposta univoca,
Naomi aggiunse, sorridendomi da sopra gli occhiali.Credo che sia in balia dei capricci della memoria di
ciascun essere umano. Probabilmente siamo noi a renderla
buona o cattiva, a seconda di quello che ricordiamo, o
dell'uso che facciamo dei nostri ricordi.
Mi si strinse lo stomaco. Pap richiuse il libro e sollev il mio disegno di Speranza per guardarlo alla luce. Ebbi l'impressione che volesse tentare di convincermi dell'esistenza di un suo lato oscuro, invece dopo un attimo sospir e pos il foglio. Perch una bambina dovrebbe interessarsi alla speranza, se non per cose tipo avere un bel vestito? disse tra s e s. Mi accarezz la testa, soddisfatto.
Rimasta sola, tornai a Mnemosine, personificazione della memoria e madre delle Muse, che radunava le sue nove figlie e raccontava loro storie meravigliose. Forse, se mi avesse parlato direttamente, invece di bisbigliarmi costantemente all'orecchio, mi sarebbe piaciuta di pi. Forse, se non mi avesse aiutata a fare cose che mi avrebbero attirato l'odio altrui, non avrei strappato la sua immagine, quella stessa sera.
Vorrei aver saputo che un gesto simile non mi avrebbe consentito di far pace con la mia memoria: serviva molto di pi. Vorrei aver capito gi allora che il semplice fatto di ricordare una cosa non mi costringeva a restarvi aggrappata.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Mio padre aveva da poco ricominciato a camminare, quando
Teddy venne a vivere accanto a noi. La nostra casa, al 42
di Fuller Street, sorgeva alle spalle della residenza dei
Rosenthal, al 54 di Coolidge Street. Chava e Avraham Rosenthal
e il loro figlio, Theodore: un nome orribile per un ragazzino,
diceva spesso pap, e io ero assolutamente d'accordo.
E proprio il nome non era adatto alla sua persona, un
amalgama di parti che non riuscivano a combinarsi tra loro.
Teddy aveva trascorso felicemente i primi sei anni della
sua vita in un'enclave chassidica di Ashfield, una zona rurale
nell'ovest del Massachusetts. Pap mi disse che si erano
trasferiti nel nostro quartiere per essere pi vicini agli
ospedali di Boston, a causa della salute cagionevole del signor
Rosenthal. Quest'ultimo e la moglie avevano aspettato
a lungo un figlio proprio: Chava aveva passato i quaranta e
Avraham era addirittura pi vecchio. Forse si erano immaginati
nei panni di Abramo e Sara, che si erano conquistati
una gravidanza con la pazienza e con l'approvazione divina.
Ma il grembo di Chava non aveva concesso una simile
grazia. Cos avevano accolto in casa il figlio di due estranei,
in luogo dell'ebreo ortodosso che avevano sperato, e tuttavia
gli volevano un gran bene.
Considerato che giunsero nel quartiere subito dopo l'attacco
di cuore di mio padre, verrebbe da pensare che i problemi
cardiaci del signor Rosenthal avrebbero dovuto creare
un legame tra le nostre famiglie. Invece i nostri genitori decisero
di mantenere il pi stretto riserbo riguardo alle proprie
difficolt, quasi provassero imbarazzo di fronte all'improbabilit
di avere tanta sofferenza in comune. Imparai presto che
il dolore non era una cosa da condividere con i vicini.
Quell'estate fu particolarmente piovosa, al punto che
pap fu ispirato a leggere e a raccontare la storia di No
e dell'arca. Piovve per quaranta giorni e quaranta notti,
Naomi. Ma poi il mondo divenne un posto migliore.
Spuntarono piante sconosciute, mentre quelle vecchie si
diffusero e si fecero pi grandi e forti, nella consapevolezza
che non sarebbero resistite a un'altra simile prova. Inoltre
prendemmo l'abitudine di guardare le repliche di M*A*S*H,
perch secondo mio padre Alan Alda aveva l'aspetto di un
medico ebreo davvero in gamba. Quando scoprimmo che
era italoirlandese, scosse la testa e comment: Che cosa
vuoi che ne sappia?  solo un attore. Un sacco di persone
sono ebree e nemmeno lo sanno. Figuriamoci! Appena
tornato alle sue vecchie abitudini, ogni sera prima di cena
mi aiutava a lavarmi le mani come Hawkeye e Hunnicut
prima di un intervento chirurgico: mi reggeva un asciugamano
pulito, mentre io m'insaponavo fino a farmi dolere
i polsi. Poi facevo un passo indietro, le braccia piegate
all'altezza del gomito, e lui mi porgeva il telo e chiudeva i
rubinetti. Ben fatto diceva, esaminando le unghie. Come
prima cosa un chirurgo deve imparare l'arte di avere le
mani sterili.
Nel bel mezzo di una pioggia torrenziale durata tre giorni,
una delle peggiori di quell'estate, mamma entr in camera
mia sorridendo. Era rossa in volto per aver riso a una
battuta di pap, e vedendola cos rimasi senza fiato: per un
attimo stavo guardando una bambina, una ragazza, e non
mia madre. Una nuova famiglia  venuta a vivere nella casa
dietro la nostra annunci. Era entrata appositamente
per darmi la notizia. Pap crede di aver visto un ragazzino
della tua et.
Attravers la stanza e sollev la tenda, rivelando il giardino
grigio che ci separava dai nuovi vicini. Chiss, potrebbe
diventare tuo amico. Sbirciammo fuori dalla finestra insieme,
anche se non c'era niente da vedere. Be' aggiunse poi,
abbassando lo sguardo su di me, lo vedremo senz'altro non
appena migliorer il tempo. Mi accarezz i capelli. Magari
 simpatico. Non sarebbe bello avere un amichetto che
vive vicino a te? Mi stamp un bacio sulla testa, con tutta
la sua delicatezza, prima di andarsene lasciandosi dietro
una scia del suo profumo.
Ero assolutamente d'accordo con mamma. Sarebbe stato
stupendo avere un amichetto vicino. A nessuna delle due
piaceva ammettere che non avevo amici, n nel quartiere,
n altrove. Anche se fossi stata il genere di bambina che a
scuola non ha difficolt a fare amicizia, avrei esitato a portare
i miei compagni a casa. Mamma non amava avere ospiti,
bambini o adulti che fossero; non mi aveva mai vietato di
portare qualcuno, ma mi guardavo bene dal chiederglielo,
notando il modo in cui mentiva alle sue poche conoscenze
al telefono. Non che la cosa mi creasse disturbo, considerato
che non avevo mai goduto di grande successo. Sapevo
troppe cose, come amava dire a chiunque Anna Kim, una
delle ragazzine considerate pi simpatiche nella mia classe.
E aveva detto anche a tutti coloro che stavano ad ascoltarla,
e cio pi o meno a tutta la scuola, che ero una bugiarda
e un'imbrogliona. Per quanto non condividessi la sua interpretazione
dell'incidente che l'aveva spinta a farsi un'opinione
simile - una disastrosa gara di spelling - in tutta
onest non potevo affermare con sicurezza che si trattasse di
una menzogna. Nemmeno io ero entusiasta di sapere tutte
le cose che sapevo, e ogni tanto avevo l'impressione di imbrogliare
per il modo in cui ricordavo concetti che agli altri
entravano da un orecchio e uscivano dall'altro. Sotto certi
aspetti,  probabile che stessi cercando proprio una persona
come Anna, nel momento in cui entr prepotentemente
nella mia vita. Una persona in grado di confermare i miei
peggiori sospetti riguardo alle mie strane capacit. In grado
di trasformare il dubbio in certezza.
Io e Anna eravamo compagne di scuola sin dall'asilo, ma
lei era estroversa e piaceva a tutti, mentre io ero timida e
venivo quasi sempre ignorata. Le nostre strade si erano incrociate
davvero solo qualche mese prima, quando eravamo
capitate entrambe nella classe della signorina Rouselle,
al terzo anno. L'insegnante era una donna graziosa, con
la pelle liscia e i capelli castani e ondulati, e aveva il profumo
di gomme da cancellare e di Jean Nat (teneva sempre
la boccetta gialla in borsa, e ogni pomeriggio la tirava
fuori dopo il suono della campanella e se ne spruzzava una
piccola quantit appena sopra la clavicola). Era un piacere
soddisfare le sue richieste, e io lo facevo spesso; mi impegnavo
a riporre i pennarelli e a tenere in ordine il mio angolino,
pronta a sollevare la testa quando esigeva la nostra
attenzione.
La signorina Rouselle credeva nei bambini e nelle loro
capacit. Ce lo ripeteva di frequente, e le piaceva sostenere
la propria affermazione con attivit come la gara di spelling
che aveva in programma per quel pomeriggio. Ci aveva
fornito una lista di trenta parole, a cui ne aveva aggiunte
altre venti per i bambini di quarta, venti per quelli di quinta
e cos via, concludendo con quelle riservate alla terza media.
Mio padre mi aveva detto di non preoccuparmi di queste
ultime, perch non le avrebbe mai messe nel nostro test.
Ma la curiosit mi aveva spinto a darvi comunque un'occhiata:
le avevo lette, pronunciandole silenziosamente: separare,
discendente, digestione, ispessire. E in fondo
alla pagina, oltre l'ultimo livello, ce n'erano altre tre: ossimoro,
onomatopea e scampanellio... Un meraviglioso
finale, un triangolo che chiudeva la sinfonia con un suo
suono dolce e tintinnante.
Alla fine della gara eravamo rimasti soltanto in tre: Michael
Mauzy, un ragazzino con gli occhi azzurri e una zazzera
incolta che non mi rivolgeva mai la parola, Anna Kim
e io. Eravamo spesso i migliori della classe, e la cosa non
mi dispiaceva affatto. Ormai cominciavo a rendermi conto
della mia memoria fuori del comune e, grazie a un ignoto
istinto di autoconservazione, avevo imparato a fingere di
ricordare solo quanto bastava. Guardai i miei avversari mossa
da un senso di solidariet, sebbene non fossimo amici. In
realt ero inebriata dall'eccitazione che aleggiava intorno a
me, spinta a una certa imprudenza. L'insegnante stava rovistando
nel cassetto della cattedra, mentre ci parlava con un
sorriso stampato sul volto; immaginai che stesse cercando
altri due nastri blu, uguali a quello che aveva gi tirato fuori.
Invece prese degli altri fogli.
Visto che siete andati cos bene, sono costretta a fare
uno spareggio. Sollev lo sguardo verso la classe, raggiante.
Sono cos orgogliosa di tutti voi! Siete andati ben oltre
le mie aspettative. Siete un gruppo davvero speciale. Gir
intorno alla cattedra e si sedette sul bordo, quindi afferr
gli occhiali da lettura che portava al collo legati a una collanina
di perline colorate, e se li rimise sul naso spruzzato
di lentiggini.
Parole per alunni di quarta annunci, senza preamboli
n ulteriori spiegazioni, ottenendo l'effetto drammatico in
cui aveva sperato. Anna Kim le piant addosso i suoi occhi
di ghiaccio e Michael Mauzy smise di agitarsi.
Naomi cominci la signorina Rouselle. Partiamo da
te. Ricreazione. Durante la ricreazione ho giocato a palla
con i miei amici. Ricreazione.
Nell'aula c'era odore di chiuso, di latte caldo e di bucce
d'arancia essiccate. Ricreazione ripetei, e la parola e
le lettere mi apparvero davanti all'istante, quasi mi stessero
aspettando. R-i-c-r-e-a-z-i-o-n-e.
Molto bene. Mi sorrise fiduciosa. Ed ebbi la sensazione
- non per la prima volta - di averla soddisfatta in maniera
inattesa. Michael disse poi, passando in rassegna i
vocaboli sul foglio che aveva davanti: Composizione. Sono
stato molto bravo nel compito di composizione. Composizione.
Michael sillab la parola.
Dopo un po' esaurimmo anche le parole di quarta. Anna
disse la signorina Rouselle, adottando un'espressione
seria come quella della mia compagna. Sbagliata. Credevo
di aver perso la mia matita, ma quando l'ho trovata nello
zaino mi sono resa conto di essermi sbagliata. Anna rizz ancora
di pi la schiena, l'unico segnale che lasciasse trapelare
la sua tensione. Poi scand la parola come una macchina da
scrivere, un picchiettio di lettere tutte esatte.
Michael dovette ritirarsi e mettersi a sedere, quando arrivammo
alle parole di prima media e gli fu richiesto il termine
onorevole. Anna aveva gi un'espressione di trionfo.
And molto bene con le parole di seconda media, miglio
e infiammabile . A farla cadere in trappola fu imbarazzata,
un aggettivo difficile anche per tanti adulti, ci
spieg l'insegnante. Era il suo modo per ricordarci che le
cose con cui lottavamo quotidianamente creavano difficolt
anche a coloro ai quali un'et pi avanzata donava un'altrimenti
giustificata superiorit.
Naomi disse risoluta, vuoi farne ancora una? Annuii.
D'accordo. Vediamo un po'...
Gliene dia una difficile borbott Anna, ma la signorina
la sent e si port un dito alle labbra. Intermedio
disse. Poi, con un sorriso, recit la frase. Ero una nuotatrice
di livello intermedio, riuscivo a trattenere il fiato sott'acqua
per venti secondi appena. Intermedio.
Cercai di prendermi un po' di tempo, ma le lettere si
riversarono dalla mia bocca come una risata indesiderata.
Dai miei compagni si lev un mormorio di approvazione.
Anna corrug la fronte.
La maestra si era tolta gli occhiali, ma se li rimise con un
gesto quasi teatrale, l'espressione seria e colpita. Eccellente,
Naomi. Proviamo con un'altra. Situazione. Una gara
di spelling pu metterti in una situazione difficile. Nel pronunciarla
acceler. Situazione.
Risposi correttamente. Adesso nell'aula regnava il silenzio.
Te l'avevo detto che era un genio sussurr Justin Little
a Micah Higginbotham. Io arrossii fiera. Justin era segretamente
innamorato di me, e con il passare dei mesi aveva
preso sempre pi coraggio. D'accordo, Naomi. La signorina
Rouselle si era alzata in piedi. Professore. Mio zio  professore
di matematica al Boston College. Professore.
Dopo professore vennero partecipazione, mercanzia,
sinfonia ed equazione. Per tutto il tempo tenni lo
sguardo fisso sulla nuca di Anna Kim, che aveva i capelli lisci
come i miei, ma lucidi e neri come un guizzo nell'oscurit.
Accortasi del mio sguardo, si volt, l'espressione gelida.
Scampanellio, Naomi. La voce della signorina Rouselle
giunse da lontano. Ho sentito lo scampanellio delle
campane della Torre della Dogana. Scampanellio.
Distolsi lo sguardo da Anna Kim e guardai dritto davanti
a me, cercando di visualizzare le lettere. S-c-a-m-p-a-ne-1-1...
adoravo quella seconda 1, un gancio a cui poteva
appendersi la campana per dondolare -i-o.
La prima faccia che misi a fuoco fu quella di Justin, la
fronte corrugata. Pensai che stesse per piangere. Il silenzio
della signorina Rouselle lasci intendere che non avevo sbagliato
neanche questa volta.
Sta imbrogliando. Anna era davanti all'insegnante, le
spalle tese, il dito indice puntato contro di me, a sottolineare
la distanza che ci separava. Ha barato.
Anna disse la maestra sommessamente, ma stava guardando
me, non lei.
Da l riesce a vedere il foglio mi accus Anna. Guardi
com' alta. Ero in seconda fila, l'ultimo banco sulla destra.
Io non credo, Anna.
La mia compagna sbuff irritata. Poi venne da me e mi
si mise accanto, ignorandomi. Scampanellio sbrait. Poi
strizz gli occhi, sollevandosi sulle punte dei piedi e chinandosi
lievemente in avanti per leggere dal foglio della maestra.
S-c-a-m-p-a-n-e-l-l-i-o.
La signorina Rouselle strinse i fogli al petto, quasi avesse
perso un bottone della camicetta. Arross, come se avessimo
visto quello che troppo tardi aveva cercato di coprire.
Naomi? mi domand in un sussurro, con la vocina di
una bimba. Io mi limitai a scuotere la testa. Avanti disse
alla fine Anna, girandosi verso di me. Non puoi conoscere
tutte quelle parole. La fissai senza dire nulla, mentre le
orecchie mi ronzavano a causa di quegli sguardi puntati su
di me. E alla fine suon la campanella.
Michael fu il primo ad alzarsi e a riporre le sue cose nello
zaino. Quel movimento bast a rompere l'incantesimo: un
attimo dopo si alzarono anche gli altri, e il caos presto dissolse
la tensione. Anna torn tranquillamente al suo banco
e cominci a prepararsi senza fretta. Era assolutamente a
suo agio nell'occhio del ciclone.
Qualcuno mi mise una mano sulla spalla. Naomi. Era
la signorina Rouselle, che si accovacci per guardarmi negli
occhi. Davvero riuscivi a vedere il mio foglio? Scossi
la testa. Lei aggrott le sopracciglia, mesta; probabilmente
stava aspettando che aggiungessi dell'altro.
Feci un tentativo. Non lo vedevo dissi, cercando di
mostrarmi sicura di me e di non adottare un tono di supplica.
Allora lei sollev lo sguardo. Ma Anna ci riusciva afferm.
La guardai senza espressione. Non posso passar sopra
a una cosa del genere mi disse gentile, prendendomi la mano
e stringendola. I suoi occhi non erano completamente
castani, erano screziati di giallo. Dovr farti una nota per
i tuoi genitori. Mi capisci? Annuii. Le sue dita erano fredde
e sottili, sopra le mie. Tu non sei cos, Naomi sussurr.
Sappiamo entrambe che non sei cos ripet mentre si
alzava, rassicurando entrambe.
Non mi fece nessuna nota. Pensai che avesse cambiato
idea riguardo al fatto d'informare i miei genitori, finch
quella sera non squill il telefono. Un trillo. Poi silenzio.
Poi un altro. Sollevai gli occhi dal mio spuntino, immaginando
che fosse lei. Gli squilli s'interruppero e mi domandai
se mia madre avesse risposto, o se mi fosse stata miracolosamente
sospesa la pena. Era venerd, e io stavo fissando
le candele spente sul tavolo davanti a me, chiedendomi
se sarei riuscita ad accenderle con la sola forza del pensiero.
Per qualche strano motivo mi ero convinta che il tramonto
non avrebbe portato soltanto lo Shabbat, ma anche un segno
del mio perdono.
Mamma entr in cucina pochi minuti dopo. Senza giri
di parole, si sedette di fronte a me e mi rifer della telefonata
che aveva appena ricevuto dalla maestra. Mi sentii emarginata,
tradita da entrambe.
Lei sospir, mentre si stiracchiava il collo. Io lo so che
non hai imbrogliato disse, lasciandomi di stucco. Naomi,
mi hai sentito? Annuii, stranamente spaventata. Prima che
distogliesse lo sguardo vidi che aveva gli occhi lucidi. Poi
si alz e si volt, pronta ad andarsene. Giunta sulla porta,
mise una mano sullo stipite e mi disse da sopra la spalla:
Succeder ancora. Ti capiter altre volte di essere accusata
di disonest a causa della tua memoria. Poi tacque per un
lungo momento, al punto che mi convinsi che non avrebbe
aggiunto nient'altro. Non puoi farci niente. Un'altra
lunga pausa. Solo, cerca di non scusarti per questa tua capacit.
La fissai finch non se ne and, certa di una cosa:
l'unico modo per non scusarmi era mantenere il segreto.
Cos durante il resto dell'anno feci del mio meglio per
tornare nell'anonimato. Poi ci furono la malattia di pap e
l'arrivo di Teddy, e potei rifugiarmi nell'amicizia con il mio
nuovo vicino, felice come non mai, nonostante l'influenza
di Anna e il suo disprezzo nei miei confronti continuassero
a crescere. La vita sembrava terribilmente semplice; una
persona poteva essere amata o odiata, poteva nascondersi o
essere smascherata. Anche quando Teddy se ne and - avevamo
entrambi tredici anni - successe tutto in un pomeriggio.
E, quando due anni dopo smise di scrivermi, il suo silenzio
fu assordante. Il genere di silenzio che ti rimbomba
nelle orecchie, impedendoti di sentire qualunque altra cosa.
All'inizio Teddy non si dimostr affatto simpatico come
aveva sperato mia madre, e per questo me la presi con lui; il
mio fastidio tuttavia aliment un'attrazione che nemmeno
l'ammirazione sarebbe riuscita a generare. Ma  anche probabile
che, quando mio padre cominci a lavorare da casa,
e la porta della stanza di mamma prese a chiudersi pi spesso
come in passato, scoprii di non avere niente di meglio da
fare che guardare quello sconosciuto che vagava nel cortile
dietro casa... Perch era esattamente questo che faceva, per
ore e ore, sempre fuori, sotto quella pioggerellina costante.
A separare i nostri cortili c'era solo una recinzione di
metallo cadente. L'area tra le nostre due propriet era invasa
dalla vegetazione, quasi fosse abbandonata, pertanto non
era difficile fingere di vivere alle estremit di un parco lunghissimo
e in rovina, anzich su due comuni lotti di terreno.
Pi il maltempo persisteva, pi cresceva il mio interesse
nei suoi confronti: lo guardavo dalle finestre sul retro, quasi
stesse cercando di stabilire il record di ore trascorse fuori
casa in un quartiere di periferia, con condizioni atmosferiche
inclementi.
Cominciai a farmi delle idee. All'inizio pensai che l'adozione
fosse un'invenzione, e che non avesse n genitori n
amici; lo vedevo sempre da solo, ed entrava in casa solo per
mangiare. Faceva addirittura i suoi bisogni all'aperto, dietro
un enorme rododendro tra la recinzione e un lato della
casa. Soltanto una persona molto magra si sarebbe potuta
infilare in quello spazio angusto, e quell'anno la pianta fior
prima del tempo. Poi, dopo aver visto la signora Rosenthal
- uscita a chiamarlo durante una breve tregua concessa
dalla pioggia - immaginai che fosse un naturalista intento
a raccogliere dati; o un incrocio tra un ragazzino e un cane
randagio; infine, mi dissi semplicemente che era stato dimenticato.
A volte, a causa della pioggia torrenziale lo perdevo
di vista; certi giorni, invece, riuscivo a osservarlo attraverso
le gocce fini, quasi fosse al di l di una nuvola. Aveva
sempre qualcosa in mano. E alla fine, frustrata per averlo
guardato tante ore senza nemmeno averlo conosciuto,
giunsi a una conclusione: se si divertiva tanto a trascorrere
tutto quel tempo fuori da solo, usando un cespuglio come
gabinetto, non doveva essere poi cos intelligente.
A un certo punto, verso la fine dell'estate, il sole fece capolino
per qualche giorno, ma io non mi mossi, pi che
mai curiosa di vedere che cosa avrebbe fatto quel piccolo
shtumie - come l'aveva amichevolmente soprannominato
mio padre - con il bel tempo. Come al solito usc nel cortile
e si mise a giocare. Dopo qualche minuto si alz e guard
verso la finestra della mia camera. Probabilmente sapeva
che mi avrebbe trovata l. Incroci subito il mio sguardo,
poi mi sorrise e mi salut con la mano. Quel gesto mi
lasci parecchio contrariata, poich mi fece sentire improvvisamente
esposta. Per la prima volta dal giorno dell'attacco
di cuore di pap mi sentii di nuovo bambina.
Lui sollev il braccio un po' di pi, nel caso non l'avessi
visto, e io risposi al saluto. Poi sorrise e mi fece segno di
raggiungerlo. Allora scivolai gi dalla sedia con un finto lamento
e scesi in cortile, come se lo facessimo da sempre e
non ci fosse nulla di eccezionale. Alla fine della settimana
avevamo cominciato a giocare al dottore.
Non era un gioco segreto, di quelli maliziosi. Nessuno
dei due ne sapeva molto in fatto di ribellarsi alle proibizioni.
Semplicemente, trascinammo in mezzo al cortile una
vecchia panca da picnic che stava appoggiata a un lato di
casa sua, e io mi ci sdraiai sopra. Solo all'ultimo momento
ci venne in mente l'abbigliamento, e Teddy dovette correre
in casa a prendere una camicia bianca del padre. Ma impieg
un po' di tempo, e nell'attesa studiai le nubi piccole
e sottili sopra di me, chiedendomi com'era possibile che
fossero state tanto grigie per giorni e giorni.
Quando torn, aveva indosso una camicia blu.
Bianca non l'ho trovata annunci, temendo di avermi
delusa.
Io scrollai le spalle, commossa al pensiero che ci tenesse
a fare le cose per bene, e che avesse preso cos sul serio il
nostro gioco.
Mi dica, signora cominci, dove le fa male?
Lo guardai con aria interrogativa.
Che cosa c'?
Non sono una signora.
E allora come dovrei chiamarti, bambina?
Nemmeno quell'appellativo mi piaceva particolarmente.
Che cosa ne dici di signorina?
Come vuoi. Oppure chiamami ragazzina. Signorina
suona come sciocchina o stupidina. In realt volevo
solo che venisse il mio turno di fare il dottore, ma avevamo
deciso che sarebbe toccato a lui per primo. Ebbi subito
la sensazione che il gioco che aveva in mente fosse un
po' diverso da come l'avevo immaginato io. Da parte sua,
non si aspettava che gli prendessi le pulsazioni per verificare
che fossero regolari, o che gli auscultassi il cuore per sentire
eventuali soffi. E da parte mia, non mi aspettavo che ci
dovessimo togliere i vestiti.
Al collo aveva un cordino con un anello di plastica. Come
prima cosa, sentiamo il cuore cominci, sollevandomi
l'orlo della maglietta fin sopra la vita.
Io la tirai gi immediatamente. Il mio cuore  quass,
Teddy lo interruppi, lanciandogli un'occhiataccia e indicando
il petto. Lui sembr sorpreso, e poi ferito.
Signor Rosenthal mi corresse. Dottor Rosenthal.
Chiedo scusa, dottor Rosenthal.
Fece scivolare lo stetoscopio improvvisato verso l'alto,
sulla mia maglietta gialla dal tessuto sottile... La cosa pi
intima che qualcuno mi avesse mai fatto. All'inizio del gioco
ero stata io ad avere il controllo - era stata una mia idea,
dovuta alla mia ossessione - ma alla fine ci ritrovammo entrambi
in una situazione che non avevamo previsto: una situazione
poco definita, che tuttavia condividevamo. Mi resi
conto che stavo trattenendo il fiato, ed espirai sonoramente.
Fa male? chiese lui, che era ridiventato Teddy. Io scossi
la testa.
Allora riprese le sembianze del dottor Rosenthal. Io decisi
di concedere una pausa ai miei occhi, e fissai l'ombra
dell'albero che si allungava sul retro della casa. Il cielo filtrava
attraverso le foglie, e ogni cosa mi appariva azzurra,
verde e bianca, come un gioioso e confuso dipinto d'estate.
Credo sia l'appendice, signora disse. Di nuovo lo guardai
di traverso. Ragazzina si corresse, solenne.
Non credo che l'appendice si trovi nel collo osservai
io, togliendogli di mano lo stetoscopio. Dovrebbe essere
qui aggiunsi, facendolo scivolare verso il basso, fino a raggiungere
il fianco.
Ma hai detto che l sotto non potevo auscultarti protest
lui.
L sotto non puoi auscultarmi il cuore, e comunque
con quell'affare puoi solo auscultare il cuore.
L'anello di plastica dondolava mollemente. Mi mise una
mano sul ventre, e io sentii a malapena il peso del suo palmo.
Non so che cosa cercare ammise per un attimo. La
sua voce suon lontana, remota.
Credo che sia necessario un intervento dissi io, dandogli
l'impressione di sapere molte pi cose di quante non
ne sapessi in realt.
Teddy afferr il cordino e se lo sfil dalla testa. Forse 
meglio se il dottore lo fai tu dichiar, passandomi lo strumento.
Aveva un'espressione seria, imperscrutabile. Io mi
tirai su a sedere, cos in fretta che mi gir la testa, e ci scambiammo
di posto.
Disteso, Teddy sembrava ancora pi alto e pi magro. Incroci
le mani sul ventre, adottando un atteggiamento da paziente
remissivo o morto. Gli posai lo stetoscopio sul cuore.
Mio padre  malato sussurr, indirizzando quelle poche
parole a me e all'albero sopra di noi. D'un tratto ogni
cosa intorno a noi tacque, e il mondo intero sembr trattenere
il respiro. Sapevo che suo padre non stava bene. Una
settimana prima era arrivata un'ambulanza, e adesso c'era
un'infermiera che veniva ogni giorno.
Quale sarebbe il problema? gli chiesi, senza incrociare
il suo sguardo.
Questa volta fu lui a lanciarmi un'occhiata di traverso.
Gli afferrai la mano per sentire le pulsazioni, e poi continuai
a stringergliela, intrecciando le dita alle sue.
Non lo so disse. E si rizz a sedere, guardandomi negli
occhi. Mamma non vuole dirmelo.
Gli toccai il ricciolo che scendeva lungo il lato sinistro
del viso, la peot che ancora non aveva imparato a mettersi
dietro l'orecchio. Era morbido e inconsistente, vuoto all'interno.
Mi dispiace tanto dissi, ed ero sincera.
Posso mostrarti una cosa? mi chiese, gli occhi piatti e
scuri, il tono urgente.
Annuii. Certo che poteva farlo.
Corse verso casa, e si ferm alla base della scala. Se non
mi vedi tornare, significa che mia madre mi ha scoperto e
sono nei guai mi disse voltandosi. In quel caso  meglio
se non ti fai trovare qui. Aggrott le sopracciglia, poi si gir
ed entr di corsa, spinto da un'incredibile determinazione.
La porta si richiuse sbattendo alle sue spalle.
Dieci minuti dopo era di nuovo con me. Ce l'ho disse
ansimante, mentre si metteva a sedere. Ecco, guarda.
Dove l'hai preso? gli chiesi. Lui scosse la testa, mentre
sfogliava le carte che mi aveva ficcato tra le mani, fino a trovare
quella che voleva mostrarmi. In cima c'era il suo nome,
seguito da quello dei suoi genitori. Appena sotto lessi:
DATA DI ADOZIONE: 3 luglio 1974. Che cos'? gli chiesi.
Non avevo il coraggio di trarre da sola le mie conclusioni.
Lui scosse la testa, accigliato, mentre con lo sguardo e con
il dito m'indicava il punto che voleva leggessi.
Dati alla dimissione. Donna, 34 anni, identit sconosciuta, ricoverata
il 22/03/1974. Condotta dalla polizia, fermata per disturbo
della quiete pubblica. Al momento del ricovero la paziente
mostrava ottundimento generale, ed era all'inizio del travaglio.
Un primo esame ha rivelato la presenza di lividi da iniezioni su
entrambe le braccia, e un tasso alcolemico pari allo 0,18%. Et
gestazionale: terzo trimestre, 34a settimana.
Ebbi un tuffo al cuore. Teddy, io non so...
Continua a leggere fece lui, sempre accigliato, lo sguardo
fisso sul foglio.
Ricoverata nel reparto di terapia intensiva. Trattamento per abuso
di sostanze, poi sospeso. 28/03/1974 rottura prematura delle
membrane. 31/03/1974 partorito maschio di 1,9 kg (Stenosi
aortica). 06/04/1974 peggioramento dell'ottundimento.
07/04/1974 emiplegia destra. 09/04/1974 decesso. L'autopsia
ha rivelato la rottura di un aneurisma cerebrale sinistro, nella distribuzione
dell'arteria media cerebrale sinistra. Massiva emorragia
intracranica. Inoltre: fibrosi del fegato; ipertensione portale;
principio di ascite.
Si riferisce alla mia vera mamma biologica,  cos?
Lo guardai, aveva gli occhi sgranati, a tal punto che i
miei cominciarono a dolermi. Non lo so risposi. Mi dispiace
tanto, non lo so proprio. Avrei preferito toccarlo,
anzich parlare. Quand' il tuo compleanno? gli chiesi,
guardando altrove.
Alla fine di marzo. Perch me lo chiedi? disse poi, questa
volta con maggiore insistenza.
Riportai lo sguardo su di lui. Avrei tanto voluto capire
qualcosa di pi. Non lo so sussurrai. Non gli dissi che
avrei ricordato tutte le parole presenti su quel foglio, e che
sarei stata felice di custodirle finch non fossi riuscita a darvi
un senso. Allora non me ne resi conto, ma il fatto di dare
una forma alla donna devastata che l'aveva messo al mondo
avrebbe potuto rivelare la curva della sua vita. Una curva
che presto avrebbe preso una nuova piega.
Restammo entrambi in silenzio per un po', fissando quelle
parole incomprensibili. Aspettami qui dissi a un certo
punto. Questa volta fui io ad alzarmi per correre in casa. Un
attimo dopo ero gi in camera mia e stavo svuotando la scrivania,
per poi ridiscendere rumorosamente le scale e tornare
da Teddy, temendo che non mi avrebbe aspettata a lungo.
Mi lasciai cadere accanto a lui, presi le sue carte e le misi
sopra le lettere di Rosemary, senza dargli la possibilit di vedere
che cos'avevo aggiunto alla collezione. Questi documenti
sono tuoi dissi, toccandoli con il dito, come avevo
visto fare a qualche insegnante. Appartengono a te, non a
tua madre. Sollevai lo sguardo, per vedere se mi stava seguendo.
Aveva ancora gli occhi sgranati, mentre processava
le informazioni di cui aveva bisogno per valutare me e quello che stavo facendo.
Vieni gli dissi allora, alzandomi e dirigendomi verso
l'angolo del nostro cortile. Un attimo dopo lo sentii correre
per raggiungermi. Mi accovacciai e cominciai a scavare
in quello che mi parve il punto pi nascosto a cui avessimo
accesso.
Li sotterriamo? mi chiese incredulo, sebbene fosse l
vicino a me, a osservare i miei progressi.
Dobbiamo.  l'unico modo per evitare che finiscano
nelle mani sbagliate.
Sei stata adottata anche tu?
No, Teddy! Ma ho anch'io qualcosa da custodire. La
mia risposta sembr impressionarlo, e lasci cadere la questione.
Fu sua l'idea di procurarci un contenitore. Annuii, e lui
balz in piedi e spar di nuovo dietro la casa. Lo sentii muoversi
tra i cumuli di cianfrusaglie che i suoi genitori tenevano
in cortile, e lo invitai con il pensiero a fare meno rumore.
Cercai di non guardare quello che avevo ancora tra
le mani. Ero assolutamente certa che i documenti di Teddy
fossero di sua propriet ma, per quanto mi riguardava,
non potevo dire lo stesso delle lettere di Rosemary. Sapevo
di aver rubato qualcosa che non mi apparteneva. Ma, ormai
non sono pi di nessuno, mi dissi, come gi in ospedale.
Lei aveva voluto che rimanessero nascoste, no? Era questa
la cosa importante, l'unica che dovessi ricordare.
Passai il dito sul suo nome, sul retro della fotografia di
Amelia Earhart, che tenevo sulle ginocchia. Sapeva volare.
Mi rendevo conto che avrei dovuto provare compassione
per Rosemary, che aveva creduto a una cosa simile. Che
aveva creduto che altre donne avrebbero potuto volare. Che
aveva creduto che un giorno le cose sarebbero migliorate,
tanto che forse ci sarebbe riuscita anche lei. Ma la piet non
volle prendermi. Ogni volta che ripensavo a quelle parole,
mi veniva in mente qualcosa di terribile e meraviglioso insieme.
Qualcosa di spaventosamente saggio.
Teddy torn con una splendida scatola di cedro, una
piccola cassetta dei medicinali che aveva costruito suo padre
per la loro vecchia casa. Non se ne accorger mi disse.
Stava per farla a pezzi, per usare il legno per qualcos'altro.
Il coperchio si chiudeva con una calamita, e le cerniere
erano fissate a delle catenelle sottili. Quando la aprimmo,
ci giunse la zaffata di una sostanza dolciastra, fermentata.
Riponemmo le carte sul fondo con la stessa cura che
avremmo riservato a un essere umano.
Messa la scatola nella buca, la coprimmo con la terra,
che poi appiattimmo con le mani. Teddy mi stava cos vicino
che sentivo il suo respiro sul volto, dolce e delicato. Alla
fine ci sedemmo a osservare il nostro lavoro. Teddy si prese
un po' pi di tempo: la sua mano, nella mia, era calda e
sporca di granelli di terra. Senza accorgermene, mi chinai
in avanti e gli stampai un bacio leggero sulle labbra, mentre
pensavo alla Speranza avvolta nelle sue vesti di pietra.
Un attimo dopo qualcosa di morbido e pesante mi colp
alla testa.
Shiksa!
Abbassai lo sguardo. Era una pantofola. Guardai in su:
Chava mi stava urlando qualcosa in yiddish mentre afferrava
Teddy prima per i capelli e poi per un orecchio.
Non  una shiksa, mamma! Anche Teddy stava gridando,
con l'unico risultato di rimediare uno schiaffo dalla
madre.
Non rispondere a tua madre! So riconoscere una shiksa, quando me la trovo davanti. Ti stava baciando. E siete solo dei bambini. Torn a rivolgersi a me con un'altra invettiva incomprensibile; poi spinse Teddy dentro casa.
Io corsi nella direzione opposta, quasi accecata dalle lacrime.
Entrai come un fulmine e andai a sbattere contro mio padre, attirato dalle urla e dal rumore. Lo guardai, ma lui aveva gli occhi fissi sulla casa dei Rosenthal. Cercai di calmarmi, e mi asciugai il viso. Restammo l, a osservare la casa dei vicini mentre io riprendevo fiato.
Che cos' una shiksa? gli chiesi.
Quando mi rispose, la sua voce era bassa e piena di collera.
Non sa un bel niente di te disse. Un accidenti di niente. Tu discendi niente meno che dai Saks, la famiglia di mia madre. Suo figlio pu considerarsi fortunato. Con ci richiuse la porta, sbattendola.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
A pranzo pap rimase in silenzio con le labbra serrate. Aveva ancora bisogno del suo riposino pomeridiano, e cos dopo mangiato mi lasci sola in cucina. I suoi lunghi pisolini m'innervosivano, e dopo essermi beccata quella pantofola in testa ero piuttosto scossa, e non sopportai l'idea che sparisse cos, pur sapendo che sarebbe semplicemente salito in camera sua.
Provai a trattenerlo, ma lui s'infastid e, dopo che se ne and, ero ancora pi turbata pensando a quali danni potevo avergli arrecato costringendolo a restare sveglio un'altra mezz'ora, quando era appena stato sottoposto a un intervento al cuore. Avevo ancora qualche difficolt a credere che fosse guarito.
Poco dopo salii anch'io al piano di sopra, senza far rumore.
Superai la stanza degli ospiti in cui stava lui e andai fino in fondo al corridoio. Raggiunta la camera dei miei genitori, mi distesi sul pavimento davanti alla porta, supina, con le mani sotto la testa, e ascoltai il silenzio che proveniva dall'interno: era mia madre che lentamente scivolava via. Non avevo il permesso di entrare quando la porta era chiusa; e anche quando non lo era mi domandavo che cosa si nascondesse oltre quella soglia. Quel giorno, per,
non si era ancora aperta, segno che mamma era sprofondata
nuovamente nella sua depressione. Sapevo che l'energia
che aveva dimostrato quando si era dovuta prendere cura
di pap si sarebbe esaurita molto presto, ma non avevo voluto
pensare a quello che sarebbe successo dopo. E adesso,
all'improvviso, mi resi conto che mi mancava terribilmente.
Sollevai una mano e girai il pomello della porta sopra di
me, quasi fosse un gesto comune e non una catastrofica infrazione
delle regole della famiglia.
All'interno era buio, e impiegai un momento ad abituare
la vista. Mamma era seduta sul letto, appoggiata sui gomiti,
il corpo teso per la sorpresa. La guardai, sapendo che
avrei dovuto domandarle scusa.
Che cos' una shiksa? le chiesi invece.
Una che?
Una shiksa, credo si dica cos.
Chi ti ha dato della shiksa?
Non le risposi. Che cos'? insistetti.
Lei sospir e si lasci cadere di nuovo sui cuscini. Per un attimo temetti che non avrebbe detto pi nulla.  una donna. Una pagana disse alla fine. Una donna non ebrea. Di solito una tentatrice. A volte una seduttrice. Il suo distacco dal mondo esterno la rendeva capace di spiegarmi concetti da adulti davanti ai quali una madre meno depressa sarebbe potuta arrossire.
Una seduttrice?
Naomi. Di nuovo si tir su a sedere, appoggiandosi ai gomiti. Qualcuno ti ha chiamata in quel modo? Annuii.
Vieni qui mi disse, abbassando lo sguardo su di me.
Strisciai fino al letto, troppo impaziente per perdere tempo a rialzarmi e mettermi a camminare, e un attimo dopo ero distesa accanto a lei. Appoggiai la testa sul cuscino di pap e sollevai gli occhi verso mamma come se fossimo l per raccontarci delle storie.
Lei aggrott le sopracciglia.  un termine yiddish, usato per insultare le donne non ebree. Mi studi con attenzione.
Probabilmente ti hanno dato della shiksa perch somigli a me.  una vergogna, ma alcune persone sono convinte che gli ebrei debbano avere dei lineamenti particolari. E noi non li abbiamo. Mi tocc i capelli. Poi prese un respiro
profondo, che butt fuori lentamente tenendo le labbra serrate prima di ricominciare a parlare. Tu, in particolare, somigli alla madre di mio padre.
Per un attimo non riuscii a prendere fiato. Non l'ho mai saputo dissi, espirando.
Lei sospir ancora. Lo immagino. Nessuna delle due menzion il fatto che lei custodisse moltissime informazioni che avrei gradito avere. L'ho vista solo in fotografia, ma quella curva nel tuo labbro superiore  sua. E credo che avesse gli occhi verdi, proprio come te. Li aveva cos anche mio padre.
Non mi aveva mai parlato tanto della sua famiglia. Avrei
voluto capire come non farla smettere, come suscitare il suo
interesse e mantenerlo vivo.
Vorrei averla conosciuta azzardai.
Mia nonna? Dal tono, sembr sorpresa. Non l'ho conosciuta
nemmeno io aggiunse sottovoce. Ma questa casa
appartiene a lei disse con indifferenza, quasi stesse attribuendo
un oggetto insignificante a una lontana conoscente.
Stupefatta, mi tirai su appoggiandomi a un gomito.
Cio, adesso  mia, ma un tempo apparteneva a lei. Chiuse
di nuovo gli occhi, vedendo la mia espressione scioccata.
 uno dei motivi per cui tua nonna Carol non si fa vedere
molto. La tua bisnonna la lasci a mio padre, che poi la
lasci a me. E lei non ha apprezzato di essere stata esclusa.
Non era mai successo che mi fornisse tante informazioni
senza che l'avessi sollecitata, al punto che non mi preoccupai
di dare un senso a quello che mi stava dicendo. Ero
troppo assorbita dal fatto che mi stesse parlando. Nei miei
nove anni di vita ero riuscita a mettere insieme pochi eventi
fondamentali sulla vita di mia madre. Sapevo, ad esempio,
che aveva sviluppato un'avversione per le suore che
aveva avuto come insegnanti. Che a sette anni le era morto
il pap. E che a sedici la madre - nonna Carol - l'aveva
sbattuta fuori di casa perch, come mi spieg accuratamente,
non andavano d'accordo. Pure, non poteva nascondere
il nostro comune patrimonio genetico, e sapevo da sempre
che avevamo i tratti e i colori degli irlandesi che erano
approdati nel Maine, e poi nel Massachusetts, tanto tempo
prima: la pelle diafana dalle sfumature rosa e azzurre; i capelli
lisci; le guance che si arrossano appena vengono sfiorate
da una lieve brezza. Pensai a nonna Carol, tanto raffinata
e severa quanto mio padre era trascurato e arrendevole.
Mi domandai se le somigliassi, anche lontanamente, e
mi augurai che non fosse cos. Mi domandai anche se avessi
qualche tratto di pap.
Nonna non viene a trovarci anche perch siamo ebrei?
Mamma aveva ancora gli occhi chiusi. Io e tua nonna
abbiamo preso strade diverse molto tempo prima della mia
conversione. Gir appena la testa nella mia direzione. Ma
viene a trovare te.
Era vero, ma era come se non si facesse mai vedere. Un
paio di volte l'anno infilava il nostro vialetto con la sua
enorme Cadillac argento, smontava, richiudeva la portiera
sbattendola e si guardava nel finestrino per controllare i capelli,
che erano sensazionali per due motivi: non si muovevano
mai (resistevano anche alla brezza pi ostinata), e avevano
lo stesso colore della carrozzeria. Si fermava per un
cocktail, preparatole da pap, e per valutare le mie condizioni
fisiche, senza preoccuparsi di dissimulare. Era come
ricevere una visita da parte della versione cartonata di una
persona che in circostanze diverse avrei potuto amare.
Mamma aveva ancora gli occhi chiusi. Non mi vennero
in mente altre domande interessanti, e dopo un po' lei si
volt dall'altra parte, mettendosi sul fianco. Io rimasi l, al
posto di pap, con le mani dietro la testa, intenta a contemplare
il soffitto. Mi stavo sforzando di non piangere. Non
volevo accettare che mia madre volesse sparire proprio nel
momento in cui mi aveva mostrato un briciolo di quello
che desideravo disperatamente conoscere. E poi avevo bisogno
di lei, dopo aver visto la madre di Teddy ferma sulla
porta di casa, pronta a proteggere un figlio che aveva accolto
come suo. Probabilmente ero una seccatura per entrambe:
per mia madre, che doveva confortare una figlia quando
non era in grado di confortare nemmeno se stessa. E per la
signora Rosenthal, che mi considerava come un'ebrea nuova
e corrotta, non diversa da una pagana qualunque. Invece
di piangere, feci una domanda, ma la mia voce strozzata
la rese incomprensibile. Mamma mi chiese di ripetere quello che avevo detto.
Convertita? sbottai. Restammo entrambe sconvolte da
quella parola, e da quelle che seguirono, che sembrarono
venire da un punto sotto di me. Ebbi la sensazione di non
potermi fermare. Perch ti sei convertita?
Mi guard fissa, gli occhi che si facevano via via pi vuoti.
Probabilmente nessuna delle due riusciva a credere che
le avessi posto una domanda tanto personale. Guardandola
a mia volta, compresi che stava cercando di rispondermi
nel modo meno complicato - e meno esauriente - possibile.
Abbassai le palpebre, sperando di cambiare la sua espressione
con la sola forza del pensiero. Dopo restammo in silenzio,
a lungo.
Il giudaismo era disposto ad accogliermi disse sommessamente
dopo diversi, lunghissimi minuti. Aprii gli occhi
sorpresa, e probabilmente anche la bocca, perch lei
sorrise e me la richiuse mettendomi un dito sotto il mento.
E poi  una religione per le persone che hanno delle
domande aggiunse. O, almeno, per chi si trova pi a suo
agio con le domande anzich con le risposte. Mi ha regalato
tuo padre. E anche te aggiunse con un filo di voce, al
punto che non avrei saputo dire se avesse parlato davvero,
o se mi fossi immaginata tutto. E mi ha permesso di tenermi
i miei dubbi.
Ma a ogni sua risposta mi venivano in mente altre cento
cose da chiederle. Si riversavano nella mia bocca, e una
volta l venivano messe a tacere dalla forza dell'abitudine,
mentre la stanza intorno a me mi ricordava come tutto sarebbe
stato dopo quello strano intervallo - nel tempo e nello spazio - in cui mia madre mi aveva concesso di entrare:
l'arredamento triste, le sue occhiaie, la striscia di luce che
penetrava attraverso la tenda quasi completamente chiusa.
Sai disse lei, interrompendo il flusso dei miei pensieri,
 un po' di tempo che voglio darti una cosa. E credo che tu
sia grande abbastanza adesso. M'indic il cassettone. Va' a
prendermi il portagioie. Obbedii, senza riflettere sul significato
di un gesto simile: una madre che dava i suoi gioielli
alla sua bambina. La cicatrice sul polso destro, rimastale dopo
che aveva tentato di togliersi la vita, era sempre nella mia
mente. La detestavo, e detestavo il fatto che sarebbe rimasta
per sempre sulla sua pelle, come un simbolo della sua onnipresente
disperazione. Credo che pap fosse rimasto stupito
quando, l'anno prima, gli avevo chiesto della cicatrice; forse
pensava che, ignorandola lui stesso, mi avrebbe aiutato a
non vederla, a non attribuirvi alcun significato. Invece avevo
intuito tutto dopo aver scorso una versione illustrata di
Antonio e Cleopatra, che parlava del sangue che si riversava
dai morsi dell'aspide sulla pelle bianca della regina, e l'avevo
indotto a confermarmi ci che gi temevo.
S aveva ammesso, dopo un inutile tentativo di tergiversare.
Ma  successo prima che tu venissi al mondo.
Aveva fatto una pausa, e io mi ero sentita lievemente confortata.
Mi era parso sensato che la mia nascita avesse posto
fine a quella linea di pensiero. E mi ha promesso che non
ci avrebbe pi riprovato dopo il tuo arrivo. So bene che
quest'ultima informazione aveva il solo scopo di consolarmi,
invece mi spinse a chiedermi se le bastavo come motivo
per restare viva.
Di fronte a lei, aspettai che aprisse lo scrigno, sbirciando
il contenuto. Da sempre desideravo sapere che cosa tenesse
l dentro, e stavo tentando di studiare accuratamente
ogni singolo oggetto quando sollev il vassoio superiore
e, dal fondo, prese un sacchettino di velluto verde, prima
di riabbassare il coperchio. Ne estrasse un sottile bracciale
d'argento, la cui superficie screziata lasciava intendere
da quanto tempo giacesse dimenticato.
Vi pass sopra un dito, una sola volta. Avrei dovuto lucidarlo
prima disse, ma stava parlando tra s e s pi che
con me. Poi allung una mano a prendermi il braccio, e ve
lo infil. Nonostante fossi piuttosto alta per la mia et, il
bracciale mi scivol fino al polso, minacciando di cadermi.
Lo afferrai e lo studiai attentamente. Mamma me lo tolse
con le sue dita fredde, rigirandolo e passando l'indice sopra
la scritta per farmela notare. Il Signore  vicino a chi ha
il cuore spezzato.  un versetto del Salmo 34. Io e tuo padre
l'abbiamo imparato da bambini.
Fui eccitatissima di apprendere che avevano questo ricordo
in comune, e al tempo stesso delusa perch non m'includeva.
Non avevo avuto un'educazione religiosa. Entrambi
i miei genitori avevano detestato il loro catechismo, e
avevano deciso che, se mai fossi diventata religiosa, sarebbe
stato per una mia scelta personale. E cos avevo eletto a
mia religione qualunque materia su cui pap era disposto
a soddisfare la mia curiosit: scienza, storia, il mio futuro.
Mamma irruppe nei miei pensieri. Ricorda, Naomi,
quando imparerai a curare cuori malati. Ricorda dov'erano,
prima di arrivare sotto le tue mani. La medicina ti dir
che la vita finisce con la morte cerebrale. Ma per l'Halacha
una persona  viva finch il suo cuore continua a battere.
I dottori non sono infallibili. Allung una mano ad afferrarmi
il polso, coprendo il bracciale, mentre chiudeva gli
occhi. Dopo un po' le chiesi se fosse sveglia, ma non mi rispose.
Allora liberai la mano, scesi dal letto e mi avviai verso
la porta senza far rumore.
Naomi disse lei, rivolta alla parete, chiudi la porta.
Oggi mi rendo conto che non mi aveva mai raccontato
tanto di s, e che non avrei potuto sperare di apprendere di
pi. Forse la malattia di pap aveva provocato qualche cambiamento
anche in lei, ma se cos fu non dur a lungo. E non
ricordo di essermi mai posta domande su qualcosa di ci che
mi aveva detto, anche se in quella breve conversazione aveva
menzionato la sua famiglia, Dio e la medicina. Mi limitai
ad assorbire ogni parola, pensando ottimisticamente che un
giorno mi avrebbe detto di pi, certa che il futuro mi avrebbe
dato ci che quel presente non era in grado di contenere.
L'indomani tornai alla finestra. Si era levato il vento, ma
il tempo rimase bello. Gli alberi, inondati di luce, si piegavano
sotto le raffiche. La giornata sembrava riservare enormi
possibilit, e non solo per l'inaspettata apertura di mia
madre. Probabilmente avevo gi capito quanto Teddy potesse
diventare importante per me, sebbene non ci conoscessimo
da molto. Nell'attesa ogni tanto mi addormentavo. Teddy
usc in cortile prima di cena. Saltai gi dal divanetto sotto
la finestra e corsi di sotto, temendo che sarebbe sparito se
non fossi arrivata abbastanza in fretta. Il vento fece sbattere
la porta alle mie spalle, e sapevo che se pap l'avesse sentita
sarebbe uscito a rimproverarmi; mamma, invece, non si
era accorta di nulla, e in ogni caso avrebbe lasciato perdere.
Ci incontrammo in mezzo al cortile. Lui era stanco, agitato.
Ascolta mi disse, voltandosi a guardare da sopra la spalla,
credo proprio che dovremmo sposarci. Di nuovo diede
un'occhiata alla casa dietro di lui. Sua madre gli aveva strofinato
il viso con forza, per cancellare quello che era successo
il giorno prima. Ma devi sapere che a mamma non piaci.
Perch? chiesi, mordendomi le unghie. Tenni impegnati
i denti, che toglievano la terra rimasta incastrata. La
parete posteriore della casa dei Rosenthal ci stava guardando:
un miscuglio di indefinite sfumature di grigio, gli occhi
dell'occlusione.
Perch non sei ebrea mi spieg paziente.
S che lo sono! Per poco non mi misi a urlare.
Ma tua madre non lo  ribatt. Il vento ci sollevava i
capelli, sembrava quasi che da un momento all'altro saremmo
volati via.
S, invece! Mamma, che non aveva mai preteso un posto
nelle cose, aveva voluto far parte della comunit ebraica.
E andai su tutte le furie al pensiero che qualcuno volesse
provare a rubarle quella piccola gioia.
Ma non di nascita, giusto?
Lo guardai con occhi torvi. Non ha alcuna importanza.
Lui scosse la testa, liquidando la mia obiezione come
irrilevante. Mia madre non capisce ammise, o forse ment,
chinandosi verso di me. Il suo alito profumava di burro
d'arachidi, e aveva anche l'aroma acidulo del latte. Mi
guard, e i suoi occhi erano di ambra liquida, come gli capitava
quando era eccitato o in collera. Le volte in cui era
davvero furioso, diventavano piatti e quasi grigi, come cemento.
Aveva i colori di un rosso, con le lunghe ciglia castano
chiaro e le lentiggini, anche se i suoi capelli erano di
un biondo cenere spento. Sembravano quasi sempre sporchi,
ma avevano un profumo meraviglioso. Dobbiamo fare
in modo che tu le piaccia disse. Il vento mi sollev la
maglietta, freddo tanto quanto il sole era brillante. Rabbrividii.
Lui mi afferr la mano.
L'ho visto accadere qualche mese fa cominci a raccontare.
Le piace quel programma TV in cui degli adulti
litigano e si baciano un sacco. Di solito urla loro in yiddish...
Comunque, c'era questo tizio che credo dovesse sposare
una donna, ma continuava a baciare quest'altra, e mia
madre si  infuriata e ha sputato, dicendo qualcosa di orribile,
anche se non so che cosa, ma so che era orribile. Svelto,
si volt a guardare da sopra la spalla. Continuava a borbottare,
ed era cos agitata che mi ha fatto preoccupare. Si
volt ancora. Ma poi le ho sentito dire Ayin Hard', quasi
fosse cosa fatta, quasi sapesse qualcosa. Lo fissai senza capire.
Il malocchio mi spieg a denti stretti. La settimana
dopo quel tizio  morto, e mamma se ne stava davanti alla
TV tutta sorridente.
Ebbi la sensazione che il vento mi stesse riempiendo la
testa, facendo tendere la pelle sulla fronte, che diventava
sempre pi sottile. Di nuovo fui percorsa da un brivido.
L'ha ucciso lei?
Teddy non mi rispose direttamente, ma continu a osservarmi
con attenzione. Sono preoccupato sussurr.
Mi portai una mano al petto. Che cosa pensi che dovremmo
fare?
Lui si chin verso di me e appoggi la guancia alla mia,
bisbigliandomi poche parole all'orecchio: Ci serve un piano.
Poi mi strinse la mano, si gir e torn in casa. A domani
mi disse silenziosamente dalla porta.
Andai a nascondermi in camera mia, e mi misi a fissare
le pareti nel tentativo disperato di trovare ispirazione. Dovevo
fare qualcosa di decisivo, qualcosa per cui sua madre
sarebbe stata in debito con me per tutta la vita. In qualche
modo la nostra storia riguardava tanto lei quanto Teddy; sapevo
che sotto un certo punto di vista erano una cosa sola,
e che non avrei potuto amare l'uno senza godere dell'affetto
dell'altra. Lei non mi avrebbe permesso di portarglielo
via. Ero gi arrivata a capire tanto, sulla signora Rosenthal.
Pensai a mia madre e alla sua bellezza pulita, e mi chiesi
se fosse possibile riadottare un bambino, se avessimo potuto
rubare Teddy e tenerlo con noi. Pensai a quello che mi
aveva detto a proposito di nonna Carol e mi domandai se,
nelle sue rare visite, mi portasse dei dolci per tentare di sistemare
in modo spiccio qualcosa che si era rotto. Gli adulti
erano convinti che noi bambini adorassimo le caramelle, ma
in realt erano loro a regalarcele come cura per ogni male.
Dal fondo del mio armadio recuperai il coniglio di plastica
pieno di gelatine che mi aveva portato quella primavera.
L'avevo nascosto l, dopo che aveva fatto infuriare pap.
Lo guardai: era ancora intatto, i suoi colori pastello mi
guardavano opachi. C'era qualcosa d'inquietante e al tempo
stesso miracoloso nel fatto che, dopo tre mesi di sepoltura,
fosse ancora come il giorno in cui l'avevo ricevuto da
nonna. Forse non era solo un miracolo di plastica e sciroppo;
forse in quella mitica creatura c'era qualcosa di pi
di ci che l'occhio percepiva. Il fatto che alcune caramelle
avessero lo stesso colore degli antiacidi di mio padre mi
diede coraggio. Lo afferrai con una mano e strisciai lungo
il corridoio, fino alla stanza dei miei genitori.
Il cuore di suo padre. Questo doveva riguardare il miracolo.
Di che cos'ha bisogno un cuore? Cercai di riflettere.
Tornai a quella notte, in ospedale, all'orribile modellino
del muscolo cardiaco e a quello meticolosamente disegnato
con tutte le sue parole. Pensai alle boccette arancioni
che avevano dato a pap alla dimissione, alle pillole che lui
assumeva con tanta sollecitudine, ciascuna con il suo colore
distinto e misterioso.
L'armadietto dei medicinali era pieno dei soliti segreti.
Lo sciroppo per la tosse. La spazzola per capelli di mamma.
La schiuma da barba. E tanti altri contenitori dalle etichette
incomprensibili. Ma io stavo cercando la boccetta arancione
con il tappo di sicurezza bianco che pap mi aveva gi insegnato
ad aprire. Ce n'erano tre, e sperai che una fosse quasi
vuota. Ebbi un tuffo al cuore, quando aprendo la seconda
scoprii che c'erano soltanto due pastiglie. Le gettai nel
water, preoccupata che lo sciacquone svegliasse mia madre,
e pregai che nessuno si accorgesse che erano sparite. Al loro
posto misi met delle mie gelatine; l'altra met la conservai,
nel caso al signor Rosenthal ne fossero servite ancora.
Tornata in camera mia, cercai di grattare via l'etichetta,
ma non ci riuscii. Stavo sudando. Mi tolsi la felpa e la misi
sul letto, posandovi accanto la boccetta per studiarla. Avrei
potuto fabbricare una mia etichetta, per poi dire a Teddy
come farla avere a suo padre senza che lui o la moglie ne indovinassero
la provenienza. Ma come? Come potevo essere
sicura che quelle gemme curiosamente belle fossero davvero
efficaci?
Strizzai gli occhi e m'infilai la boccetta sotto la camicia,
spingendola prima fino al petto, a sinistra, e poi pi su fino
al collo, dove sentivo le pulsazioni battervi contro. Recitai
lo Shema, l'unica preghiera che avessi mai recitato da sola, e
che pap mi aveva insegnato a usare quando moriva qualcuno
e che io mormoravo tra me e me ogni volta che superavamo
un animale investito da un'automobile: Ascolta, o Israele,
il Signore  il nostro Dio, il Signore  Uno. Leonardo da Vinci
e i suoi cuori di maiale mi danzavano davanti agli occhi.
Osservai l'effetto che aveva avuto sulla boccetta. Era
straordinariamente uguale a prima, per calda. Andai alla
scrivania e ritagliai un rettangolo di carta bianca, su cui
scrissi in grassetto Farmaco per il cuore e, sotto, a caratteri
pi piccoli e precisi, vena cava, atrio, aorta, ventricolo, setto, prima di attaccarla con dello scotch sull'etichetta
stampata della farmacia. Adesso s che era diversa: di uguale
c'era solo il colore, arancione, oltre al tappo bianco.
Quella notte dormii con la boccetta sotto il cuscino, e
la mattina dopo la portai con me quando scesi a colazione.
Avevo l'abitudine ad alzarmi presto, come mio padre.
Lo vidi guardare la mia creazione, ma non ne fece parola
finch non mi ebbe preparato i cereali e il succo di frutta.
Che cos'? mi chiese indicandola, quasi l'avesse appena
notata.
Una medicina gli risposi, prendendo la prima cucchiaiata.
Lui annu. L'afferr, lesse l'etichetta e la rimise gi. La
studi, cercando di formulare un'altra domanda.
Il padre di Teddy  malato gli spiegai, venendogli incontro.
Il signor Rosenthal. Credo abbia problemi di cuore.
Pap svit il tappo di sicurezza e sbirci all'interno. Sono
gelatine?
Lo erano. Le ho trasformate in pillole per il cuore.
Lui annu, deglutendo, mentre cercava di capire quello
che gli stavo dicendo. Provai quasi dispiacere per lui. Pillole
per il cuore ripet, sempre annuendo. Poi mi guard
negli occhi. Sai, Naomi, le persone studiano tanti anni per
mettere a punto certi farmaci. Tu non puoi crearne uno da
un giorno all'altro, ketzi. Mi stava guardando come se stesse
parlando di un argomento molto importante, di una cosa
che pensava non volessi sapere. Ma la sua espressione riusc
solo a rendermi pi determinata.
Mi alzai. Funzioneranno dissi, portando scodella e
bicchiere al lavello dove rovesciai latte, cereali e succo, che
si mescolarono provocandomi un lieve moto di nausea.
Stavo ricominciando a sudare. Mi voltai. Dovrai fidarti di
me, pa'. Dall'espressione giudicai che avesse ancora qualcosa
da spiegarmi. Presi la boccetta e corsi fuori, sebbene
non fosse ancora sorto il sole. Quando arrivai alla scala
dell'ingresso sul retro, Teddy era l ad aspettarmi con il suo
pigiama corto, le ginocchia sporgenti. Mi stava guardando.
Ecco dissi, aprendo la porta a zanzariera e mettendogli in
mano le pillole, dalle a tuo padre. Avevo gi sceso i gradini,
quando mi ricordai della posologia. Due al mattino
e due prima di coricarsi gli urlai da sopra la spalla. Lui annu,
il suo viso una macchia confusa dietro la rete.
Quella notte sognai l'ultima visita di mia madre dal dottore.
Risaliva all'inverno di due anni prima, che precedette
l'estate del mio settimo compleanno.
Pap, dopo aver chiamato la babysitter, la port di sotto
e l'aiut a infilarsi il cappotto. Stavano fingendo di andare
fuori a cena, anzich all'ospedale, ma vidi il numero che
avevano lasciato accanto al telefono. Vorrei che la mia sete
di informazioni avesse avuto dei limiti pi definiti, ma allora
ero troppo piccola per capire che, ficcando il naso in affari
non miei, avrei potuto apprendere cose che un giorno
forse avrei preferito dimenticare. E quell'incubo mi riport
alla mente ogni singolo dettaglio.
Quando rincasarono, quella sera, fingevo di dormire. Invece
sentii mio padre che accompagnava la babysitter alla
porta, mentre mia madre saliva le scale con una lentezza allarmante.
Il silenzio che segu fu tanto pi spaventoso, e io
rimasi sveglia ad ascoltarlo. Sapevo che qualcosa non andava,
ed ero ancora pi sconvolta all'idea di non sapere di che
cosa si trattasse.
Per un po' rimasi distesa al buio, e alla fine fui ripagata
per la mia attenzione: d'un tratto, infatti, sentii un tonfo
sommesso nel corridoio fuori dalla stanza. Sgranai gli occhi,
cercando di dare un senso ai rumori smorzati che stavano
avvenendo in cima alle scale. Uscii da sotto le coperte
e andai alla porta. Non c'era nessuno, solo il solito corridoio
invaso dalle ombre. Le studiai, chiedendomi se una di
esse si sarebbe potuta muovere, per spaventarmi. Ricordo di
averne vista una pi alta di me, forse un attaccapanni a muro,
o un uomo. A quel punto ero curiosa pi che impaurita,
ma cominciai a tremare, ferma sulla soglia della mia stanza.
Percorsi il corridoio fino a raggiungere la camera dei
miei genitori. La porta era socchiusa e, non appena i miei
occhi si furono abituati alla luce fioca che entrava dalla finestra,
riuscii a distinguere una sola sagoma che dormiva
nel letto. Allora ripercorsi il corridoio e scesi le scale, perlustrando
pigramente il soggiorno e il tinello, cercando il
coraggio di trovare mia madre in qualunque stato fosse.
All'improvviso ebbi di nuovo paura. Giunta in cucina, sentii
la porta d'ingresso chiudersi sommessamente.
Andai da quella parte e, in punta di piedi, sbirciai attraverso
il vetro della porta, un caleidoscopio di cristalli di
ghiaccio. Mi infilai cappotto, cappello, manopole e stivali,badando a non fare rumore per timore di svegliare pap.
Sapevo che mi avrebbe rispedita a letto, e sapevo che non
era quello che volevo. Non mi venne in mente che, se avesse
saputo che era uscita, sarebbe andato lui stesso a cercarla.
Fuori, nel mondo ghiacciato, regnava il silenzio pi assoluto.
Gli alberi erano stranamente immobili, rigidi nell'aria
gelida. Non c'era vento, ma la temperatura era molto
bassa. Era caduto un velo di neve, che mi permise di scorgere
le impronte che partivano dalla porta e seguivano il
sentierino che attraversava il giardino anteriore. Non mi
ero mai spinta oltre, da sola, ed ebbi un attimo di esitazione
prima di seguire le tracce che giravano a destra e sparivano
lungo la strada. Mentre camminavo ero nervosa, come
sempre quando disobbedivo ai miei genitori, ma se erano
loro i primi a infrangere le regole...
Mi bruciava il naso, mi lacrimavano gli occhi. Nel giro
di pochi minuti le gocce di umidit sulle ciglia si erano trasformate
in perline di ghiaccio, che dovetti eliminare con il
braccio. Non ricordavo di aver mai sentito tanto freddo, e
d'un tratto desiderai solo tornare indietro. Il quartiere era
troppo silenzioso, e mi faceva paura. Sembrava un'imitazione
delle case e delle strade che conoscevo. Improvvisamente
temetti di perdermi anch'io, perch dentro di me sentivo
che mia madre, che pure era uscita di sua spontanea volont,
stava vagando senza una meta. L'unica spiegazione
che fossi disposta ad ammettere era che, in qualche modo,
si fosse smarrita.
Di l a poco mi resi conto che dovevo trovarla per farmi
riportare indietro. Ogni nuova impronta mi colmava di speranza
e di ansia; mi stavo avvicinando, ma eravamo sempre
pi lontane dalla nostra casa. Seguii le sue tracce per un altro
isolato ancora, fino al parchetto vicino a casa, un campo
con delle altalene e un recinto con la sabbia. Di notte, vuoto
e buio, sembrava molto pi grande di quanto non fosse
in realt. Lei era accanto alle altalene, lo sguardo rivolto verso
gli alberi che orlavano la piccola distesa. Mi dava le spalle,
e la sua figura avvolta in una vestaglia leggera aveva un
aspetto etereo, non sembrava nemmeno umana. Di nuovo
rabbrividii. Avevo paura. E non perch pensassi che potesse
essere uno spettro, ma perch sapevo che era reale.
Lo vedi? mi chiese quando sopraggiunsi alle sue spalle,
indicando un punto davanti a s. Io guardai i rami spogli
incrostati di bianco. Laggi disse, sempre indicando.
La guardai, chiedendomi se fossi in grado di vedere quello
che vedeva lei, e temendo di non esserne capace. Mamma
sorrise. Guarda, Naomi insistette. Il cielo stava schiarendo,
la luna cominciava a sbiadire.
Fermo, fermo disse, puntando il dito contro la terra
gelata. Mi avvicinai. Laggi sussurr ancora, mentre si lasciava
cadere sulle ginocchia e con un braccio mi attirava a
s. Io allungai il collo e strizzai gli occhi, ma non riuscii a
vedere nulla al di l dei muti profili degli alberi. Guarda!
mi ordin. Avrei voluto gridarle che lo stavo gi facendo.
Mi stavo sforzando in ogni modo.
Eccolo! url, slanciando la mano verso l'alto e verso
l'esterno. Un cardinale, le cui piume rosse si distinguevano
appena nel cielo pallido, si alz in volo dai margini del parco,
librandosi in aria. Restai senza fiato. Sussultai davanti
a quella macchia di colore e a quel movimento improvviso,
sorpresa dal fatto che mia madre stesse guardando qualcosa
di reale. Adesso mi stava sorridendo, e mi accarezz la
testa. Non coprirti mai i capelli mi disse, aggrottando le
sopracciglia. Sono troppo belli. Poi torn a voltarsi verso
gli alberi, cercando ancora il cardinale.
Mi strinse a s. Le tasche della sua vestaglia erano gonfie,
piene di oggetti nascosti. Quella dal mio lato conteneva
qualcosa di duro che mi premeva contro il fianco. Vi infilai
la mano. Lei era immobile, quasi in attesa, come la mamma
di qualche animale selvatico che permette al suo piccolo di prenderle il cibo dalla bocca. Tirai fuori una boccetta
con delle parole misteriose. Riconobbi soltanto il suo nome
e la data. Qualunque cosa fosse, gliel'avevano data in ospedale.
Cercai di decifrare la combinazione criptica di lettere
e numeri sull'etichetta, che messi insieme non avevano alcun
senso. Ma non riuscivo a capire, e m'infuriai al punto
che ricominciarono a bruciarmi gli occhi, ora colmi di lacrime
calde e indesiderate.
Mamma mi stava guardando, e sorrideva. Era come se
una persona pi affabile e infinitamente pi rilassata avesse
preso dimora nel suo corpo. Mi bast un istante per decidere
che non mi piaceva, e che non mi fidavo di lei. Afferrai
strettamente la boccetta, sollevai il braccio e la scaraventai
il pi lontano possibile, slogandomi spalla e braccio. Quando
atterr, il parco finora silenzioso cominci a tremare: un
coro di uccelli si lev in volo dai rami, e ogni paio d'ali incoraggiava
le altre. Saranno stati al massimo una dozzina,
ma ricordo di essere rimasta sbalordita nel vederne tanti in
inverno. A quel punto mi voltai verso mia madre, e vidi che
stava piangendo.
Abbassai lo sguardo, cercando di inghiottire le lacrime.
Non sapevo esattamente che cosa avessi fatto per turbarla in
quel modo. Naomi disse severa, asciugandosi il viso con la
manica della vestaglia, li hai fatti volare via. Tutti. Mi stava
fissando. Solo allora mi accorsi che era in pantofole. Oh!
esclamai, guarda le tue dita! Mi gettai in ginocchio, senza il
coraggio di toccare quello che vedevo. Le dita dei piedi spuntavano
dalle pantofole fradice, gonfie e scure. Vi misi sopra
la mano, a coprire la pelle cos esposta. Lei url di dolore e
abbass lo sguardo su di me con un'espressione d'accusa.
Dobbiamo tornare a casa dissi. D'un tratto avevo
compreso qualcosa che non riuscivo a spiegare. Subito.
Mi alzai.
Lei mi guard confusa. Perch? Possiamo aspettare ancora
un po'. Aspetteremo che tornino qui.
Non torneranno. Hanno paura di noi. Non verranno
pi. Si port un dito alle labbra. Io le afferrai un polso, ma
non si mosse. Provai a strattonarla.
Smettila, Naomi si oppose. Smettila insistette, contorcendosi,
cercando di divincolarsi.
D'un tratto avevo di nuovo il viso rigato di lacrime calde.
Alla fine la tirai verso di me e, quando cadde in avanti
nella neve, url di sorpresa. Sgran gli occhi, curiosa. I
miei piedi disse. Sono... cos pesanti.
Tornammo a casa, lei con l'andatura rigida di un soldato.
Quando varcammo la porta d'ingresso, trovammo mio
padre con il ricevitore del telefono in mano, i capelli un
groviglio di insonnia e sensi di colpa. Venne prima da me
ma, quando prov a prendermi per un braccio, mi liberai
con uno strattone. Ci serve la borsa dell'acqua calda gli
dissi, indicandogli i piedi di mamma. L'avevo visto in TV,
in un film sui pionieri in cui un uomo aveva perso le dita.
Non bollente aggiunsi, la fronte corrugata. Pap ci stava
guardando a bocca aperta. Dov'? chiesi, e la mia voce
lamentosa riecheggi nell'ingresso. Lui prese a borbottare
qualcosa, e per un attimo temetti di averli persi entrambi.
Voleva sapere che cos'era successo, com'erano andate le
cose. Io andai al telefono e riposi il ricevitore. Pap procur
la borsa e la riemp, mentre io andavo a prendere delle
coperte con cui avvolgere i piedi di mamma. Quando cominciarono
a scaldarsi lei url di dolore. Pap la cullava,
avanti e indietro e parlava con me. Lei continuava a gridare,
ma in silenzio.
Ha preso troppe pastiglie, o forse le hanno dato il farmaco
sbagliato disse. E una vergogna, Naomi. Una dannata
vergogna. Non dovrei usare parole simili davanti a te,
ma  giusto che tu sappia la verit. Com' possibile che quei
dottori abbiano commesso un errore simile? Mi ero fatta
la stessa domanda.
Quella notte insistette per essere curata a casa. Io dormii
sul divano, con la testa accanto ai suoi piedi; pap era troppo
stanco per cercare di persuadermi ad andare di sopra. Il
mattino dopo, per, mi fece andare a scuola, e al mio ritorno
lei era in camera da letto. Sta bene mi disse. Sapevo
che non era vero, ma non mi era permesso dirlo davanti a
loro, e in seguito non mi fu concesso di vederla n mentre
si riprendeva, n successivamente quando cadde in uno dei
suoi momenti peggiori. Avrei voluto attaccare quello che
non andava in lei. Avrei voluto travolgerlo con il mio amore
o con la mia conoscenza, e pi mi tenevano a distanza,
pi mi sentivo un cagnolino pronto a sfidare una barriera
sgradita. Provavo ad andare da lei, ma mio padre mi scopriva
e mi mandava via, quando non ci pensava lei stessa. E
io diventavo nervosa, piena di rabbia. Con pap ero crudele,
gli ricordavo che quella notte stava dormendo e che ero
stata io a vederla uscire e a riportarla a casa, ma lui ricambiava
con una generosit sproporzionata.
Le hai salvato la vita, Naomi mi disse solenne, scuotendo
la testa. Su questo non c' dubbio. La vita e le dita
dei piedi. Mi scompigli i capelli. Che bambina incredibile.
Per poco non sputai per la frustrazione. Invece uscii,
e feci rimbalzare una palla blu contro un lato della casa, fino
a farmi bruciare i palmi delle mani, che gi puzzavano di
gomma. Quando rientrai, lo informai che avevo deciso che
avrei studiato per diventare medico, e che non avrei commesso
errori del genere. Glielo dissi per avere la sua attenzione,
e funzion.  un'idea meravigliosa, bambina mia.
Mi fece salire sulle sue ginocchia, cos da guardarmi negli
occhi. A quella gente far comodo una persona come te.
Allora non avevo idea di che cosa avesse voluto dire - o di
quello che intendessi io - ma per un attimo ottenni la cosa
che pi di tutte bramavo: l'amore di mio padre, che per
una volta non dovevo dividere con nessuno.
Mi svegliai di soprassalto, disorientata. Gettai via le coperte
e corsi alla finestra, scrutando la casa dei Rosenthal,
immersa nell'oscurit. Nient'altro che silenzio. Mi appoggiai
al vetro, chiedendomi se fosse il caso di rimettermi a
dormire, o se dovessi aspettare alzata.
Uscii quando il sole era gi alto. Teddy non era in cortile.
Non era ancora sceso quando pap venne a chiamarmi per
la colazione, e non si fece vedere fino al pomeriggio, quando
tornammo dalla ferramenta dove avevo trascorso l'ora pi
lunga della mia vita. Un nuovo cacciavite, le viti giuste, dei
legacci metallici; un registratore di cassa antidiluviano messo
in funzione da un dito che pigiava sui tasti.
Teddy mi stava aspettando. Uscii disinvolta, temendo
di turbarlo se mi fossi messa a correre. Avevo paura che si
sarebbe dileguato come un uccello. Mi chiesi da chi avesse
imparato la signora Rosenthal a lanciare il malocchio, se
l'avesse appreso da sua madre. Teddy mi fece segno di avvicinarmi,
muovendo solo la punta delle dita. Da vicino, notai
che il suo viso lentigginoso era di nuovo rosso, probabilmente
a causa di un altro energico lavaggio. E doveva essersi
lavato i capelli, perch non volevano stare in ordine.
Dovetti trattenermi dal chinarmi verso di lui per annusarne
il profumo. Mi rivolse un enorme sorriso, quasi si stesse
preparando da giorni a darmi quella notizia. Sta funzionando
mi sussurr, prendendomi il gomito con la mano.
Che cosa?
La tua medicina.
Per un attimo ripensai alla prima impressione che avevo
avuto di lui. Avevo creduto che non fosse molto sveglio;
mi era parso troppo innocente e troppo selvaggio per comprendere
concetti davvero importanti.
Naomi disse, riportandomi al presente. Sta migliorando.
Ieri si  messo a sedere e ha chiesto di accompagnarlo alla finestra. E poi si  seduto nel giardino davanti a casa
per una decina di minuti. Ha persino riso, Naomi. Per la
prima - e per la seconda - volta, aveva pronunciato il mio
nome. Come hai capito che si trattava del cuore?
Del cuore? ripetei. Mi prese la mano, ridendo della
mia espressione stupita. Per la sorpresa, ero rimasta senza
fiato. Hanno funzionato? Mi portai l'altra mano alla gola,
come se mi si fosse posato qualcosa proprio l.
Annu entusiasta. Funzionano, capisci? Nei suoi occhi
distinsi un luccichio che mi commosse.
Non sapevo che cosa dire, e mi sedetti pesantemente a
terra.
Lui si accovacci accanto a me. Ti senti bene? mi chiese.
Da vicino le sue pupille erano piccole e strette. Le fissai,
pensando a quegli insettini intrappolati nell'ambra, che
muoiono e si conservano in eterno. Naomi?
Sentii sbattere la porta sul retro. Sua madre era ferma
sulla soglia, le braccia incrociate. Mi preparai a subire una
delle sue invettive.
Tee-o-door chiam accigliata, la tua amichetta vuole
fare merenda con te? Il viso di lui era nascosto, ma lo vidi
annuire svelto. Ci alzammo insieme, senza nemmeno il coraggio
di guardarci, ed entrammo in cucina. C'era profumo
di lievito e di minestra. Sua madre, che ci dava le spalle,
ci prepar qualche spicchio di arancia sciroppata e del
formaggio rivestito da una pellicola rossa.
Il padre di Tee-o-door sta meglio disse alla pietanza
che stava preparando per cena. Poi si volt e mi inchiod
alla sedia con uno sguardo.  felice che il suo ragazzo
abbia un'amica. Aveva in mano due bicchieri, che ci mise
davanti. Vi porter al parco, non appena sar in grado
di camminare. Detto ci, annu e assunse di nuovo un'espressione
corrucciata.
In seguito, quella settimana, pap mi regal L'Anatomia
del Gray. Credo che le mie pillole per il cuore, con le loro
suggestioni sciamaniche, l'avessero allarmato parecchio. 
ora che cominci a guardare almeno le illustrazioni mi disse,
mettendo il grosso volume bianco tra le mie mani gi
pronte a riceverlo. Cos avrai un po' pi di familiarit con
quello che ti serve sapere. Sulla copertina c'era un uomo
con la pelle tirata indietro, i muscoli rossi e striati esposti,
come pure le ossa su cui erano scritti i nomi (sempre in rosso).
Per mia fortuna, pap aveva imparato la lezione dal libro
dei miti, e mi regal anche il corrispondente album da
colorare, con la stessa copertina ma dalle tonalit completamente
differenti; un arcobaleno di colori in cima, con degli
spazi bianchi sotto, quasi a voler dire: Questo pu diventare
davvero carino!
Cerca di prenderti un po' di vantaggio mi disse, tamburellando
con le dita sul libro. La maggior parte delle studentesse
a Wellesley potr contare su un'istruzione privata.
Ma per tua fortuna sei ebrea, e noi ebrei abbiamo sempre
dato il meglio imparando a casa. Stavo stringendo il volume
contro il petto, cercando di non dargli a vedere che era
troppo pesante per me.
Sapevi che Einstein studi la fisica per conto suo, o
quasi? Corrugai la fronte, scettica, ma lui non moll.
Credi che i Sagan avessero i soldi per pagarsi una scuola
privata? E Freud? Pensi che abbia elaborato tutte quelle teorie
in un'aula? Geni, tutti quanti. E studiavano a casa. Di
nuovo picchiett con i polpastrelli la copertina del mio libro.
Coraggio, cominciamo.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Quell'autunno io e Teddy iniziammo la quarta elementare.
Lui si iscrisse alla Maimonides, la moderna scuola ortodossa
privata a pochi minuti da casa nostra, circondata su
tutti i lati da un muro di pietra alto tre metri. Io tornai alla
scuola elementare Robert Kennedy. Rientravamo entrambi
prima delle tre, e ci restava un sacco di tempo per giocare
nel cortile, prima di fare i compiti e cenare. Teddy doveva
indossare pantaloni lunghi, camicia bianca, gilet, giacca,
kippah e tzitzit, ma prima di uscire a giocare si metteva un
paio di jeans scuri e una maglietta. Teneva solo il copricapo
e le frange. Io dovevo aspettare ogni volta che fosse pronto.
N io n lui avevamo molti giocattoli. I miei genitori
erano convinti sostenitori della creativit, e la madre di
Teddy dell'austerit. Quindi tra tutti e due avevamo del
gesso da asfalto che aveva trovato lui, carta straccia, delle
bambole che non c'interessavano minimamente, tre cavalli
che piacevano soltanto a me, dei boccini, i miei libri da colorare
che avevano come tema qualche avvenimento storico
significativo, e delle biglie. Possedendo solo poche cose,
credevamo di non aver bisogno di nulla, e di solito trascorrevamo
le nostre giornate arrampicandoci sugli alberi o scavando
delle buche, mentre in inverno facevamo costruzioni
con la neve, che per una settimana dopo si erano gi sciolte.
L'unica cosa che usavamo con una certa regolarit era il
gesso, che Teddy teneva nelle tasche anteriori. Disegnava
infischiandosene di tutti, cos diceva mio padre. Una volta,
di ritorno da scuola, vidi che aveva disegnato tre enormi
cavalli sul marciapiede davanti a casa nostra, su ciascuno
dei quali c'ero io, vestita in modo diverso. Piansi quando
il mattino dopo la pioggia li lav via, riducendoli a una
chiazza argentea, e rimasi a guardare i colori che scorrevano
nel canaletto di scolo come pesci fusi.
Il mio nuovo e unico amico rappresentava una fantastica
distrazione dalla mia vita altrimenti imperfetta: la scuola,
mia madre, il cuore di mio padre. Avevamo inventato
un mondo nostro: l'universo si era capovolto, dandoci il
controllo sulle nostre vite. Insieme eravamo pi coraggiosi,
ci sentivamo invincibili, capaci di fare qualunque cosa,
e pi tempo passavamo insieme pi ci lasciavamo prendere
da questa sensazione: in pratica, quando non dormivamo
e non eravamo a scuola, correvamo a cercare l'una la compagnia
dell'altro, felici di quella realt che avevamo creato
per noi.
Quell'autunno i Giovani ebrei del New England sponsorizzarono
una gara di disegno per i bambini dalla quarta
elementare alla prima media. Sarebbero stati selezionati
cinque vincitori, i quali avrebbero trascorso due giorni
con le rispettive famiglie al Milnah Resort, nel sud del New
Hampshire, durante le vacanze di primavera. L'unica richiesta
consisteva nel disegnare un albero genealogico, che
ciascun concorrente avrebbe potuto interpretare a suo piacimento.
Si erano iscritti tutti i compagni di Teddy, e pap
non vide perch non dovessi partecipare anch'io.
Il lato destro del mio albero, quello paterno, era costituito
da una serie di linee e di nomi, molti dei quali seguiti
da un punto interrogativo. Quello materno, a sinistra, era
un groviglio di foglie, fiori e bacche. Probabilmente i giudici
pensarono a un disegno astratto, anche se per me non
sarebbe potuto essere pi realistico. Quello di Teddy era
stupendo, la corteccia aveva sei diverse tonalit di marrone,
ogni foglia recava il nome di un antenato scritto a caratteri
ebraici, seguito da un disegno rappresentativo; Elhanon
Rosenthal con la sua piuma bianca; la moglie, Rifkah,
con la candela accesa; il figlio Saul, n. 1875, m. 1877, con
un trenino di legno.
Vincemmo entrambi, e i giornali locali diedero grande
risalto al fatto che ci fossero stati due vincitori nello stesso
distretto, senza considerare che vivevamo a un tiro di
schioppo l'una dall'altro. Il Brookline Times pubblic una
nostra foto, e scrisse che, in quanto vincitori, avremmo
portato i nostri genitori al Milnah Resort. Persino mia madre
visse un raro momento di gioia all'idea di trascorrere
qualche giorno in un luogo di villeggiatura, e la vigilia della
partenza lei e pap prepararono i bagagli con un entusiasmo
senza precedenti. Devo portare le perle o i diamanti,
Sol? chiese a gran voce mamma dalla camera da letto. Gli
SMERALDI! le rispose pap dal guardaroba nel corridoio, da
cui stava recuperando le pinne.
I genitori di Teddy non furono altrettanto entusiasti, e
del resto nessuno di noi si sarebbe aspettato nulla di diverso.
Al Milnah c'era una cucina glatt kosher e un edificio separato
per gli ebrei ortodossi, ma quando i Rosenthal scesero
dall'auto sembravano sul punto di assistere a un funerale.
Per lo meno lei. Da parte mia, credo che il marito avesse
provato un brivido di eccitazione vedendo il lago e i prati
immensi, ma che si fosse sottomesso al mesto atteggiamento
di lei.
Fino al momento in cui trovammo i funghi, il tempo
pass lentamente. Camminavamo tutti in punta di piedi
intorno alla signora Rosenthal, che sarebbe stata meglio
chiusa nella sua stanza, ma che invece andava a sedersi nel
giardino anteriore. Da l poteva vedere tutti e tre gli edifici,
oltre al lago, e cos poteva seguirci con lo sguardo quando
correvamo dall'acqua agli alloggi.
Io e Teddy decidemmo di andare nei boschi per evitare
sua madre e per ignorare il fatto che la mia si era gi ritirata
e aveva chiuso le tende. Finimmo per inoltrarci parecchio,
fingendo di essere bloccati nel folto della foresta dopo essere
sopravvissuti a un incidente aereo, e di doverci procurare
del cibo. Andavamo sempre d'accordo e le nostre fantasticherie
sembravano non conoscere confini; pi giocavamo,
pi ci lasciavamo coinvolgere dai dettagli, al punto che
ogni cosa sembrava reale. Fui io a trovare i funghi e, certa
che fossero identici a quelli che cucinava mamma, con disinvoltura
li servii a entrambi, spacciandoli per un raro manicaretto.
Teddy si dimostr subito pratico. Potrebbero essere velenosi
disse, senza toccarli.
Sollevai il palmo fino al suo naso per farglieli annusare,
ma lui non abbandon il suo atteggiamento cauto. Ho visto
mia madre mentre li cucinava, Teddy gli dissi allora,
impaziente e contrariata all'idea che dubitasse di me. La sua
bocca era contratta in un'espressione accigliata.
E poi aggiunsi nessun campo estivo ebraico acconsentirebbe
ad avere dei funghi velenosi nei boschi circostanti.
Mi guard titubante. Esasperata, feci un sospiro.
Non sarebbero kosher, Teddy dissi, mettendomene uno
in bocca.
Ed ecco che cosa ricordo dei tre giorni seguenti: le fitte
allo stomaco talmente forti da farci correre dai nostri genitori.
La faccia di mio padre, quando gli raccontai cos'era
successo: la sua silenziosa o di stupore. E poi la sua discussione
con un dottore, di cui ricordo solo la voce. Ero
a letto, in una stanza mai vista, e rimasi sveglia abbastanza
a lungo da vedere che Teddy era l accanto, con il medico.
Questi, i muscoli tesi per la collera, portava degli occhiali
con la montatura metallica e lenti abbaglianti. Il fatto che
provasse a discutere con mio padre lo fece sembrare un Dio.
Il dottor Dio, pensai. Ma certo.
La madre del ragazzo  in preda a una crisi isterica url
pap.
Si agitano, quando vengono separati sibil il medico.
Aveva un forte accento dell'Europa dell'Est, e mi fece venire
in mente un dottore nazista apparso in un documentario
di PBS che mio padre aveva guardato l'autunno precedente,
e che io non avrei dovuto vedere. Emisi un gemito sommesso.
Lui non vi bad. Li terr qui insieme; non possiamo
permettere che la febbre salga ancora. Quando si volt,
il sole invest i suoi occhiali provocando una breve e sfavillante
esplosione.
Trattamento per abuso di sostanze, poi sospeso mi sentii
mormorare.
Come? Ha detto qualcosa?
Il dottor Dio era arrabbiato. Dovevo spiegarmi meglio.
28/03/1974 dissi. 28/03/1974 rottura prematura delle
membrane. Mi stava scrutando attentamente, al punto
che dovetti chiudere gli occhi. 31/03/1974 partorito maschio
di 1,9 kg (Stenosi aortica). 06/04/1974 peggioramento
dell'ottundimento. 07/04/1974 emiplegia destra. 09/04/1974
decesso. L'autopsia ha rivelato la rottura di un aneurisma cerebrale
sinistro, nella distribuzione dell'arteria media cerebrale
sinistra.
Ti prego... prov a dire il dottore.
Massiva emorragia intracranica. Inoltre: fibrosi del fegato;
ipertensione portale; principio di ascite.
Sta delirando osserv mio padre, e la sua voce sembr
provenire dall'interno di un tunnel. Non stavo delirando,
mi dissi, ora incapace di parlare. Un'infermiera accorse da
un angolo della stanza, impedita nei movimenti dalla gonna
bianca. Chiusi gli occhi. Quando li riaprii, stava tirando
la tenda tra il mio letto e quello di Teddy. Pensai che fosse
morto. Provai a morire anch'io. Quando risollevai le palpebre,
lui non era pi l. Mi tirai su a sedere, pronta a urlare,
quando una mano mi afferr il braccio destro. Naomi?
Mia madre. La guardai atterrita.
No, no, tesoro si affrett a dirmi, la voce sommessa.
 gi ripartito.  gi tornato a casa. Le tremava la voce,
mentre si sforzava di dirmi tutto quello che aveva in mente.
Naomi... Mi prese tra le braccia, quasi sollevandomi
dal letto. Io non ero qui disse tra i miei capelli, quando
sei arrivata. Tuo padre... Si allontan per guardarmi in faccia.
Naomi. Il mio nome sembrava colmarle la bocca, al
posto di un fiume di parole sepolte. Mi stava accarezzando
il viso, la mano leggera e insistente, gli occhi insolitamente
luccicanti. Mi dispiace tanto. Hanno detto che sei uscita
di senno. La circondai con le braccia e, per la prima volta
in tutta la mia vita, fu lei a stringermi pi forte. Mi prese
in grembo, e restammo cos.
Credo che avesse cercato di dirmi che le dispiaceva di
non essere una madre migliore. Credo che avesse tentato
di dirmelo tante volte, anche se non potrei giurarci. Come
non potrei giurare di aver avuto bisogno di sentirglielo dire.
Mi rendevo conto che la sua tristezza costante mi faceva
sentire incompleta, ma quell'incompletezza mi portava a
chiedermi che genere di persona sarebbe potuta essere; una
domanda che mi faceva inevitabilmente soffrire. Nemmeno
per un attimo pensai che non mi desse tutto quello che
avrebbe potuto dare a una figlia.
Eppure, non posso non domandarmi se la mia ammirazione
nei confronti della signora Rosenthal non dipendesse
in parte dal fatto di sapere che amava profondamente suo
figlio e che lo avrebbe protetto a qualunque costo, mentre
detestava profondamente la sottoscritta.
Con nostra grande sorpresa, mi permise ancora di andare
a casa loro, una volta tornati dal Milnah Resort e ripresa
la nostra routine, ma solo per la merenda e mai per
un pasto intero. Inoltre non mi dava mai cibi freschi, solo snack confezionati o frutta troppo matura, nonostante
la sua cucina profumasse spesso di pane appena sfornato e
di minestra fatta in casa. Con finta disinvoltura, io tentavo
di impressionarla. Chiacchieravo con Teddy accennando
ai miei voti, al fatto che quell'anno fossi l'unica allieva
che non aveva ricevuto note per essere arrivata in ritardo,
o all'insegnante che mi aveva scelta per sbattere i cancellini
dopo la scuola, perch ero stata l'unica a capire la lezione
di matematica. Lui sgranava gli occhi e annuiva stupito,
ma lei non si beveva il nostro show. Raramente mi degnava
di uno sguardo. Un pomeriggio arrivai addirittura a portare
con me Guerra e pace, che posai con indifferenza sul tavolo.
La madre di Teddy vi diede un'occhiata e cominci a
borbottare qualcosa in yiddish, ma l'unica parola che compresi
fu goy, che ripete diverse volte. Allora misi il volume
sulla sedia accanto a me, che poi feci scivolare sotto il tavolo.
Niente spicchi d'arancia quel giorno. Solo il formaggio
con la pellicola rossa.
Rimasta sola, vagliavo le possibilit a mia disposizione:
coprirmi i capelli con una parrucca di capelli lunghi e scuri,
gettare via calzoncini e magliette e rimediare gonne pesanti
e camicette, cos da avere un aspetto pi modesto. Mi
crogiolavo in quella fantasia, cos come altri bambini immaginano
di essere figli segreti di re oppure alieni. Sapevo
- e ho il sospetto che lo sapesse anche Teddy - che la signora
Rosenthal era alla continua ricerca di un valido motivo
per separarci, e per spiegare al figlio perch non aveva
bisogno di me.
Probabilmente  per questo che cominciai a guardarmi
dentro, per capire se avevo qualche pepita nascosta che
l'avrebbe indotta a voltarsi dai fornelli, mentre sul suo viso
pallido per lo stupore si dipingeva un'espressione di approvazione...
S... e poi sarebbe corsa alla credenza e avrebbe
preso una delle cinque scodelle di porcellana che teneva
l dentro per riempirla della sua minestra calda e fragrante.
Fu Teddy ad avere l'idea della biblioteca. Era convinto
che, con il libro giusto, l'avrei conquistata. Mio padre 
davvero in gamba disse, mentre eravamo seduti mano nella
mano su un treno della Green Line per Copley Station,
da dove avremmo raggiunto la Biblioteca Pubblica di Boston.
Per il mio decimo compleanno, pap mi aveva accompagnata
a richiedere la mia tessera personale, e adesso anche
Teddy ne aveva una. Se eravamo abbastanza grandi da scegliere
da soli che cosa leggere, lo eravamo anche per andare
in biblioteca per conto nostro.
In metropolitana lui parlava sempre sottovoce, come se
gli altri passeggeri tentassero di ascoltare i nostri discorsi.
Lei adora guardarlo leggere. Ogni sera gli porta il suo libro
e mi dice di fare silenzio. E quando arriva il giornale,
vuole sapere se qualcuno ha vinto qualche premio. Un Nobel
la eccita pi di un Emmy mi confid, le labbra che mi
sfioravano l'orecchio.
Prendemmo Asimov, Aleichem, Amichai, Heyse, Pasternak,
Bellow e Singer: non riconobbe nessuno, o almeno
non lo diede a vedere. Attraversammo anche un momento
buio con Kissinger, che provoc solo un breve lampo nei
suoi occhi, subito seguito da un sogghigno beffardo; come
con Tolstoj, lo facemmo sparire subito dalla sua vista. Eravamo
troppo giovani per sapere di dover andare oltre la narrativa
e la saggistica... Non immaginavamo di dover passare
alle scienze per scovare i suoi amati Ehrlich e Bohr, e quel
Konrad Bloch le cui scoperte la facevano arrossire di piacere.
Ma conoscevamo Einstein. Tutti, persino i goyishe, i
bambini stupidi, conoscevano Einstein.
Naturalmente Teddy lo propose da subito, ma aveva
quella che definirei come la capacit di scovare i passaggi
meno appropriati. Il libro che preferiva era un volumetto
di citazioni, che si apriva con una meditazione sulla relativit
e sull'amore. E provava un piacere immenso nel leggermi
sempre lo stesso brano, quando ero particolarmente frustrata
o quando cominciavo ad annoiarmi: Come diamine
si potrebbe spiegare, in termini di chimica e fisica un fenomeno
biologico cos importante come il primo amore? Appoggiate
una mano su una stufa per un minuto e vi sembrer
che sia passata un'ora. State seduti accanto a quella ragazza
speciale per un'ora, e vi sembrer che sia passato un minuto.
Questa  la relativit. Io alzavo gli occhi sospirando
esasperata, ma lui non smetteva comunque.
Probabilmente avevo ragione a pensare che l'ultima cosa
che sua madre desiderasse era che qualcuno la facesse pensare
all'amore, soprattutto se quel qualcuno ero io. In realt
ero sicura che la mia unica possibilit consistesse nell'imbrigliare
la sua innegabile attrazione per l'intelletto. Del resto,
chi leggerebbe Einstein per cercare amore? Nonostante
l'espressione contrariata, Teddy non si oppose. Aspett,
tornando a riproporre Einstein ogni due o tre settimane,
per poi riporlo delicatamente al suo posto, accogliendo
il mio rifiuto.
La verit  che riguardo a Einstein stavo ancora cercando
il coraggio di ammettere almeno a me stessa quello che
avevo in mente, pur sapendo che lo stavo tenendo da conto.
Ero quasi certa che la signora Rosenthal avrebbe avuto
per lui la stessa venerazione che aveva mio padre: era l'ebreo
simbolo di tutti i successi ebraici, colui che aveva realmente
sfidato la percezione che il mondo aveva di se stesso.
Inoltre, nonostante il mio sfogo in ospedale, dovuto alla
convinzione di dover salvare la vita al mio amico, erano
passati pi di due anni da quando mi ero convinta di dover
mantenere il riserbo riguardo alle mie capacit mnemoniche.
Forse in quel periodo i miei timori si erano affievoliti,
ma mi rendevo conto di non essere pi disposta a trattenermi.
Non sarei mai piaciuta ad Anna Kim; non stavo avendo
pi successo nel farmi degli amici da invitare a casa; ero
stanca di provare tanta vergogna da nascondere addirittura
qualcosa a mio padre. Pertanto ritenni che quell'estate fosse
giunto il momento perfetto per accomodarmi su una sedia
in biblioteca e passare in rassegna la fila dei volumi di Einstein,
per poi decidere che dovevo smettere di fingere. Teddy
segu il mio sguardo.
And cauto allo scaffale e studi i titoli sui dorsi dei volumi.
Dopo avervi fatto scorrere sopra l'indice per qualche
minuto, ne prese uno giallo dello spessore di cinque centimetri
circa. Era grazioso, con quel colore vivace e i caratteri
semplici. Lo apr, quasi stesse eseguendo un trucco di
magia, e abbass lo sguardo sulla pagina. Poi me lo port,
senza richiuderlo.
Sfogliai le prime pagine senza capire un'acca, e senza cercare
nulla in particolare. S'intitolava Pensieri, idee, opinioni,
ed era stato pubblicato nel 1950 a New York. Una nota
specificava che il brano che avevamo scelto era apparso originariamente
come prefazione a un libro dello stesso anno
di Philipp Frank, Relativity. A Richer Truth. Il contenuto era
completamente oscuro... finch non trovai quello che interpretai
come un segnale: un capitolo sulle leggi della scienza
e dell'etica. Una connessione del genere sarebbe riuscita ad
avvicinare anche due persone come la signora Rosenthal e
la sottoscritta, il cane da guardia e la studiosa.
Cercai l'ultima frase del capitolo, che mio padre mi aveva
spiegato essere come l'ultimo passaggio di una sinfonia:
lo scopo dell'autore. La verit  ci che resiste alla prova
dell'esperienza. Quella frase le sarebbe piaciuta, mi dissi,
acquistando sicurezza; era adatta a un rabbino. Tornai indietro
di uno, due, tre paragrafi, portandomi a met della
pagina precedente: un brano abbastanza lungo da fare colpo,
ma non cos lungo (almeno lo speravo) da perdere la
sua attenzione.
Vidi la delusione dipinta sul volto di Teddy, quando riposi
il volume sullo scaffale. Probabilmente anche lui stava
pensando che sua madre sarebbe stata felicissima se avessi
portato Einstein, ma non mi chiese spiegazioni. Presi un
libro di Bohr dalla mensola accanto e mi avviai verso l'ingresso,
registrando il prestito senza troppe cerimonie, e aumentando
il passo mentre scendevo i gradini e raggiungevo
il marciapiede. Teddy quasi correva, ma non gli dissi una
parola. Non potevo. Quello che avevo in mente dovevo farlo in fretta, finch ne avevo il coraggio.
La signora Rosenthal era ai fornelli, come sempre, e stava
mescolando qualcosa in una pentola. Il formaggio con la
pellicola rossa era sul blocco di legno che fungeva da tavolo:
questa volta ce n'erano due pezzi. Ebbi un tuffo al cuore:
un tempismo perfetto. Accanto, una pesca dura era stata tagliata
in otto spicchi; la merenda del giorno, quindi, comprendeva
quattro pezzi di frutta e un'intera rondella di formaggio.
Forse l'avevo giudicata male. Forse si stava affezionando a me.
Forse la situazione non era cos disperata. Ma
dovevo andare avanti. Avevo troppa paura di fermarmi l.
Mi sedetti, presi il tovagliolo e lo spiegai lentamente
prima di mettermelo in grembo. Teddy mi stava guardando
con una tale intensit che mi venne voglia di mollargli
un calcio sotto il tavolo. E sua madre stava canticchiando.
Canticchiando! Possibile? Lanciai un'occhiata al mio amico,
che per si limit a scuotere la testa, sconcertato. Non
riusciva a comprendere n lei, n me. Sembrava sperduto.
Lei si volt a guardarci. Aveva addirittura un mezzo sorriso,
che mi diede coraggio.
Theodore dissi, mentre lui prendeva il primo boccone,
sapevi che Albert Einstein non  stato il primo ebreo
a vincere il premio Nobel? La signora Rosenthal aveva ancora
in mano il mio piatto, e la porcellana bianca era quasi
abbagliante in contrasto con le dita scure e segnate. Me lo
mise davanti e ci diede di nuovo le spalle.
Un attimo dopo aveva gi ripreso a mescolare. Fu Albert
A. Michelson, nel 1907 continuai. Teddy rimase immobile.
Si sentiva solo il tuck tuck tuck, tuck tuck tuck del
cucchiaio di legno che sbatteva contro le pareti della pentola
in cui sobbolliva la minestra. Sapevo che lei stava ascoltando.
Comunque Einstein  stato il pi famoso. E, come
noi tutti sappiamo diedi un colpo di tosse che mascher
una risatina complice, se l' aggiudicato per la teoria della
relativit.
Scrollai il tovagliolo e me lo rimisi sulle ginocchia. Dovevo
tenere impegnate le mani, o si sarebbero messe a tremare.
Ma allora era ancora agli albori. Ha continuato a
maturare e a svilupparsi nel corso della sua vita. Mi allungai
a prendere un pezzo di formaggio con la stessa eleganza
indifferente che avevo visto usare da mia madre nel prendere
una bottiglia di vino. Nel 1950 postul avevo imparato
quel verbo da pap il gioved precedente, durante la serata
del vocabolario a casa Feinstein che la scienza ricerca
relazioni la cui esistenza si suppone sia indipendente dall'individuo
ricercante. Teddy smise di mangiare, sua madre non
si mosse.
Io presi un respiro profondo. Ci include il caso in cui
l'uomo stesso  il soggetto; oppure, soggetto delle affermazioni
scientifiche possono essere concetti creati da noi stessi, come nella
matematica. Tali concetti non devono necessariamente corrispondere
a oggetti presenti nel mondo esterno. Tuttavia, tutte
le affermazioni e le leggi scientifiche hanno una caratteristica
in comune: sono "vere o false (adeguate o inadeguate). In
parole povere, a esse reagiamo con un s o con un no. Presi
un sorso d'acqua, fingendo di non notare che la signora
Rosenthal si era girata, senza posare il cucchiaio di legno
che adesso stava sgocciolando sul pavimento.
Unii le mani davanti al petto, un gesto senz'altro ispirato.
Il modo di pensare scientifico ha anche altre caratteristiche.
I palmi, uno contro l'altro, erano madidi di sudore,
e cominciavano a tremare: niente pi movimenti falsi.
I concetti di cui si serve per costruire i suoi sistemi coerenti
non esprimono emozioni. Per lo scienziato, esiste solo l'essere:
niente desideri, valutazioni, niente bene o male. Nessun obiettivo.
Finch restiamo nell'ambito della scienza vera e propria...
Il ticchettio del loro orologio era sempre stato cos
rumoroso? ...non ci imbatteremo mai in una frase come:
Non pronunciare falsa testimonianza. C' una sorta di moderazione
puritana nello scienziato che ricerca la verit: si tiene
a distanza da tutto ci che  volontaristico... avevo dovuto
ripetere quella parola diverse volte, durante il tragitto
di ritorno in metropolitana - vo-lon-ta-ri-sti-co - mentre
Teddy aveva preferito chiacchierare ...o emotivo. Incidentalmente,
questo tratto  il risultato di un lento sviluppo...
Ssssshhhhh aveva cominciato a sibilare lei, all'inizio
sommessamente, poi pi forte, fino a fermarsi allorch si
rese conto di avermi zittita.
Lasci cadere il cucchiaio sul tavolo e and alla porta
d'ingresso, seguita da Teddy e da me. Un attimo dopo era
nella mia cucina. Che cos'ha che non va, zua fillia? chiese
a mia madre, che stava leggendo un libro mentre controllava
la cena, e che si alz vedendola entrare.  posseduta?
chiese la signora Rosenthal, la voce sempre pi acuta, l'accento
sottolineato dall'emozione.
In risposta a quell'intrusione arriv anche pap dal soggiorno.
Si ferm sulla soglia. Signora Rosenthal! esclam,
con quella finta giovialit che tanto gli si addiceva.
Che piacevole sorpresa. Si accomodi! Possiamo offrirle
qualcosa?
Pshhhh esal lei, esasperata. Tenetela in casa! url,
quasi volesse sbarazzarsi di me una volta per tutte.
Mi dispiace disse mamma. Non capisco che cosa sia
successo. La guard negli occhi. Forse Naomi ha fatto
qualcosa che non doveva? Pi che una domanda, suon
come una sfida.
La signora Rosenthal si volt verso di me, e la domanda
nei suoi occhi trov risposta sul mio viso. Loro non lo sanno
afferm. Faglielo vedere. Era un ordine.
Farci vedere che cosa? chiese mio padre. Era nervoso,
vulnerabile.
 posseduta! Avanti, faglielo vedere!
Non  vero! ribattei urlando. E poi io sono ebrea. Le
mostrai la lingua, e quindi ricominciai a recitare il testo di
Einstein, ora velocissima. Ero arrivata al terzo paragrafo,
quando mamma mi ferm.
Va tutto bene, tesoro mi disse dolce. Adesso puoi
smettere. Nessuno fece commenti.  Einstein, vero? L'aveva
detto talmente piano che non saprei dire se l'avesse
udita qualcun altro oltre a me. Annuii.
La signora Rosenthal la guard quasi fosse un ratto che
era appena entrato in cucina. Meshugenah mormor.
Siete tutti matti da legare. Meshugas. E afferr la mano di
Teddy quasi gli stesse impedendo di annegare.
Sembra che Naomi l'abbia offesa senza saperlo cominci
a dire mia madre in tono amichevole, anche se prima di
parlare si era presa una pausa monumentale. Ma posso
assicurarle che non  posseduta. Articol bene ogni singola
parola. Non aveva mai finito il college, ma aveva la capacit
di esprimersi con un'intelligenza talmente acuta da squarciare
una stanza piena di commenti. Persino la sua postura
causava una certa soggezione. La signora Rosenthal la fiss,
la bocca spalancata. Si tir Teddy vicino. E mamma si fece
ancora pi furiosa, le guance rosse.
Naomi disse pap, accovacciandosi di fronte a me.
Ketzi. Lo guardai. Come fai a sapere tutte quelle cose?
Mi mise le mani sulle spalle, come se temesse che potessi volare
fino al soffitto. Mamma tacque.
Le ho lette risposi, guardando la madre di Teddy. Dove?
mi chiese pap, tanto eccitato quanto confuso. In biblioteca.
Sembr perplesso. Fisica, sezione compresa tra
112.65 Ba e 112.65 Dr. Per un attimo provai una sensazione
meravigliosa nel buttar fuori tutto. Lui, per, corrug
la fronte.
Ha imparato tutto a memoria spieg mamma con un
filo di voce, cos che soltanto lui potesse sentirla.
Pap sgran gli occhi e scrut nei miei. Sai dirci quali
sono le altre sezioni? chiese cauto.
Posai delicatamente le mani sulle sue braccia. Da
112.65 Ds a 112.65 FI, e da 112.65 FI a 112.65 Ga... Me
ne fece dire ancora qualcuna e poi mi abbracci. Mi strinse
forte, per scacciare via qualcosa: il dubbio, una vertiginosa
incredulit. Quando mi lasci andare, lo fece per rivolgersi
alla madre di Teddy. Se non l'ha dimenticato, pi d'uno
tra i grandi studiosi del Talmud possedeva questo dono. E
Naomi, come probabilmente sapr aggiunse gonfiando il
petto, discende da grandi rabbini dell'Europa Orientale.
No, la signora Rosenthal non poteva saperlo, e adesso scosse
la testa.
Non va bene lo contraddisse. Una bambina con la
mente di un vecchio. Sput sul pavimento, e poi ricominci
a borbottare qualcosa che suon come un incantesimo.
Sollev lo sguardo a incrociare quello di mio padre.
Le bambine non sono destinate a diventare grandi studiose
del Talmud dichiar. Devono diventare donne. E badare
a faccende da donne.
Pap si irrit parecchio sentendo quelle parole. No. Una
bambina pu diventare una donna che, se vuole, pu studiare
da dottore. Di nuovo mi mise una mano sulla spalla.
La signora Rosenthal mi guard con occhi torvi, mostrandomi
tutta la sua disapprovazione. Dovrebbe diventare
madre. Allora s che capirebbe qualcosa.
Mamma fece Teddy, tirandola delicatamente per il
polso. Lei abbass gli occhi sul suo visetto supplichevole.
Basta disse. Per favore. Continu a fissarlo, ma davanti
a quell'espressione si ammorbid. Probabilmente, fino a
quel momento non si era resa conto che, come me, anche
suo figlio aveva un bisogno disperato dell'affetto di un coetaneo.
Una necessit che i nostri genitori non volevano riconoscere.
Svelta, prese un respiro. Tee-o-dore disse poi
piano. E si guardarono in un modo cos intimo che dovetti
distogliere lo sguardo. Con un braccio, se lo tir al petto
e lo tenne stretto. Vieni qui, bambina mi disse dopo
un attimo. Aher ripet in yiddish, facendomi un cenno.
Mi staccai da mio padre e andai verso di lei, cercando
di farmi coraggio. Nonostante la statura non eccezionale,
era infinitamente pi larga di me: con il suo corpo avrebbe
potuto eclissarmi completamente. Mi pos una mano sulla
fronte. La pelle della sua mano era secca, simile a carta,
come le ali delle vespe che io e Teddy avevamo tenuto da
parte, quando avevamo seppellito quelle uccise da mio padre
durante l'estate. Pap aveva abbattuto un nido e, prima
di coprire i piccoli cadaveri con la terra, avevamo staccato
tutte le ali trasparenti, che erano volate in aria come chicchi
di riso a un matrimonio. La signora Rosenthal scosse la
testa perplessa. Tolse l'altra mano da Teddy e me la mise su
una guancia, mentre cantilenava qualcosa. Mi resi conto un
istante troppo tardi di essere diventata un oggetto di compassione,
e abbassai la testa appena in tempo.
E poi, all'improvviso, senza sapere perch, le circondai
la vita con le braccia e la strinsi come aveva fatto mio padre
con me. Le diedi quell'abbraccio che mamma non avrebbe
mai voluto. Mi premetti contro di lei, cos che potesse conoscermi
fisicamente. Volevo spremere la sua comprensione,
quasi fosse un frutto fin troppo maturo pieno di succhi dolcissimi.
Lei emise un verso sommesso, e smise di borbottare.
La tenni stretta ancora un po', godendomi quel momento
di pace. Poi, spaventata dal suo silenzio, mi tirai indietro
e sollevai lo sguardo verso il suo viso. Non mi fidavo di
lei,  vero. Era stata lei a non volerlo. Adesso le brillavano
gli occhi, anche se gli angoli della bocca erano rivolti verso
il basso. Mi mise una mano sulla testa, che poi lasci cadere
sul mio petto, dandomi una spinta. Feci un passo indietro, uno solo.
Lei scosse la testa e gir la faccia dall'altra parte. Il mio bambino  solo disse. Si prese un momento, in cui annu tra s e s, prima di rivolgersi alla stanza. Cos adesso lo sapete.
Prese per mano Teddy e usc.
Il giorno dopo, a merenda, ebbi il mio pezzo di frutta. In cambio, smisi di andare in biblioteca con Teddy.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Durante gli anni che precedettero la morte di suo padre, Teddy divenne alto e forte, come il Paul Bunyan della leggenda, talmente bello che quasi non pareva vero. Se non fosse stato cos magro, sarebbe davvero sembrato irreale. Ma le sue ossa giovani sporgevano dalle maniche delle magliette; le ginocchia erano pomelli delle porte quando si piegava per esaminare qualcosa; la linea della mascella era tesa sotto la pelle: il suo scheletro doveva fare uno sforzo per non lacerarla. Io osservavo tutto questo con la piena soddisfazione che nasce dalla devozione. Avevo deciso che mi andava bene formare una famiglia con lui. Cercavamo con lo stesso ardore l'una la compagnia dell'altro, e nessuno dei due era veramente completo da solo. C'era ancora il problema di sua madre, che dall'incidente di Einstein non mi aveva pi mostrato il minimo segno di affetto, ma se non altro si era abituata a me. Ero una presenza costante che si librava intorno a lei, e mi concedevo di sperare che mi fosse meno avversa rispetto all'inizio.
Appena prima del suo dodicesimo compleanno, per ragioni che non furono del tutto chiare n a lui n a me, le peot di Teddy sparirono, e i suoi vestiti si fecero meno formali e pi ampi. Insieme, giungemmo alla conclusione che i suoi genitori avessero cominciato a rilassarsi un pochino e che, come disse mio padre, almeno uno dei due stava considerando l'idea di una maggiore assimilazione. E io, che mi ritenevo il prodotto della pi grande delle assimilazioni, cominciai a rianimarmi, sperando che un giorno la signora Rosenthal avrebbe allentato la presa quanto bastava per permettere a suo figlio di vagare alla deriva in quella confusione indefinita in cui le culture si mescolano tra loro, e gli individui emergono, formando coppie solide che andranno a sostituire i forti legami che tanto hanno fatto per sminuire.
Il marzo seguente Teddy ebbe comunque il suo bar
mitzvah. Io non fui invitata, ma qualcuno gir un video
traballante della festa che si tenne dopo la cerimonia. Cercai
di fingermi interessata, ma non lo ero. Ero sempre pi
confusa dal giudaismo, come fossi una meticcia in una trib
che richiedeva totale dedizione da parte dei suoi membri,
e mi rendevo conto che la fede dei miei genitori era cieca o inesistente.
Pure, la nostra transizione verso l'et adulta proseguiva,
e io ero affascinata dalle piccole e fondamentali differenze
nel modo in cui i nostri corpi stavano cambiando. Il suo
pomo d'Adamo sembrava balzargli fuori dalla gola, quando
deglutiva, e i miei nuovi seni mi facevano cos male che
ogni tanto dovevo distendermi a petto nudo. Non eravamo
ancora sessualmente attivi, ma ci stavamo preparando. L'averlo
vicino mi comunicava un nuovo brivido, e talvolta in
sua presenza mi sentivo affamata, nervosa.
Una domenica, quando avevamo tredici anni, il New
England fu spazzato da una tremenda tempesta di vento.
Un vento robusto, veloce, che soffiava dal Canada settentrionale.
Io e Teddy eravamo storditi. Era met marzo, l'inverno
stava lasciando il posto alla primavera. Avevamo deciso
di andare a Hammond Pond, un laghetto non lontano
da casa, per trascorrere una giornata all'aperto e cercare
nidi di anatre selvatiche, e il padre di Teddy ci aveva dato
la sua macchina fotografica per immortalare quelli che
avessimo identificato come i tetti dei nidi - quelle coperture
secche e a punta con cui le femmine amano coprire le
uova - cos avrebbe dato un'occhiata ai nostri scatti per dirci
che cosa avevamo trovato. Ma quando arrivammo in riva
all'acqua, euforici, vedemmo sterpi, ramoscelli e legnetti
rotti ovunque: il vento aveva trasformato l'intera area in
un enorme nido. Feci un passo indietro e con un gesto plateale
tentai di posizionare la macchina fotografica in modo
da catturare l'intera scena. Quando la posai, Teddy era immobile, lo sguardo fisso.
Shhh mi disse, prima che potessi chiedergli che cosa non andasse.
Restammo entrambi fermi, cercando di sentire quello
che aveva sentito lui. Il vento mi fece volare i capelli davanti
al viso, e sollev il cappuccio del giubbotto di Teddy,
schiacciandoglielo contro il collo. Poi, d'un tratto lo sentii:
il verso sommesso di un'anatra. Non era proprio un quack era pi un borbottio continuo, di gola.
Un istante dopo Teddy indic ci su cui si erano appena
posati i suoi occhi: uno dei nidi costruiti dall'uomo, che
pendeva pericolosamente dall'apposito sostegno. Ce n'erano
diversi lungo la sponda del laghetto: ogni primavera
ambientalisti dilettanti costruivano spessi cilindri di rete
metallica rivestita di zolle, e li sistemavano su rudimentali
trampoli di metallo che potevano essere messi in acqua.
Quello, in particolare, si era staccato parzialmente dalla base
a causa del vento, e minacciava di rovesciarsi.
Con i suoi stivali pesanti, Teddy entr in acqua. Non so
perch pensai subito a una tragedia, ma mi stavano gi venendo
le lacrime agli occhi quando lui mise le sue lunghe
braccia sotto e intorno al nido, per poi sollevarlo con una
sollecitudine che trovai insopportabile e posarlo in mezzo
all'erba, vicino a me. Teddy si chin, pieg il nido su un lato
e affond le mani in un groviglio di alghe, diradandole
per ricavarsi un'apertura. Mi unii a lui. Volevo guardare
all'interno per vedere se c'erano delle uova, e se stavano bene,
ma lui mi stratton per la manica, invitandomi silenziosamente
a dargli una mano. Obbedii, piegandomi per tirare i lunghi ramoscelli, cercando di non chiedermi che cosa potesse essere successo alle uova.
Lavorammo in fretta, e l'urgenza della nostra intrusione
divenne presto palpabile. La proprietaria del nido era emersa
dai cespugli vicini e ci stava fissando con gli occhietti neri
e opachi. Era a meno di tre metri da noi, rigida e attenta.
Sentii che mi stavano tornando le lacrime agli occhi. Non
volevo cedere alla paura, e mi costrinsi a concentrarmi sul compito che mi attendeva.
Quando avemmo ricavato un buco abbastanza grande,
Teddy sistem il nido tra le alghe meno fitte. Non appena
ebbe finito, ci allontanammo in tutta fretta. Dopo pochi
metri lui si ferm di colpo, le orecchie tese. Mi aveva messo
un braccio sul petto, per fermare anche me. Mi voltai.
L'anatra era ancora nello stesso posto. Ma, non appena
ci fummo fermati, cominci a muoversi, a scuotere le zampe
e a mettere il naso a terra per investigare. Un attimo dopo
and verso il nido e salt sul bordo. Tocc le foglie con
il becco, le separ, e spar all'interno.
Teddy si sedette con un tonfo e scoppi a ridere. Mi unii
a lui, buttando fuori la paura con una serie di profondi respiri,
e la mia risata risuon e s'intrecci alla sua. Mi lasciai
cadere a terra, e cominciammo a farci il solletico, incapaci
di contenere la nostra gioia, rotolandoci nel fango
e nel vento. Mi finirono i suoi capelli in bocca e, quando
lo guardai, vidi che aveva una macchia di terra sulla fronte.
Questa era intimit, per me; mi sarei rotolata con lui
per sempre, pur di acquisirne ancora. Quando ci stancammo,
ci sdraiammo sulla schiena. Lui si avvicin e mi sussurr
all'orecchio: Le abbiamo salvate, secondo te? I suoi
occhi erano grandi, color ambra chiara. Credo di s. Gli
sfiorai la guancia con l'indice, la carezza che preferiva pap.
Nelle settimane precedenti il nostro maggior piacere erano
diventati i baci, dolci e cauti come promesse, e mai troppi insieme.
E, proprio quando pensavamo di essere soli al mondo,
fummo spaventati da voci, una collezione di giacche dai colori
vivaci, un gruppo che si faceva strada tra i boschi che
circondavano il laghetto. Quegli estranei erano comparsi a
una trentina di metri da noi, le voci prima soffocate e poi
amplificate dal vento. Avevano portato un sacco di cose: ceste,
coperte, sedie, vino e un cane. Mentre li osservavamo,
le raffiche si fecero pi forti, pi decise. E poi, increduli, vedemmo
il cagnolino - che fino a quel momento era rimasto
accanto a un'anziana dall'aspetto debole - venire sollevato
da una ventata d'aria che gli fece percorrere la distanza
che ci separava. Restammo paralizzati, osservando la bestiola che si contorceva in volo.
Come poteva una creatura tanto fragile atterrare senza
rompersi? E, mentre pensavo questo, sentii il corpo di Teddy
sollevarsi accanto a me. Per un attimo pensai che il vento
avesse preso anche lui, invece stava saltando - in alto e in
avanti - per tentare di afferrare il cane. Trattenni il respiro,
gli occhi fissi sul punto in cui si sarebbero potuti incontrare,
pur temendo che fosse impossibile.
Invece un attimo dopo la bestiola era tra le sue mani, e
poi sul suo petto. Caddero insieme nel fango, un groviglio
di ossa magre e chiazze marroni e sporche di pelle, pelo e
capelli. Lungo disteso, Teddy mi guard, l'espressione incredula
e felice. Per tanti anni, ricordando quel momento,
avrei provato lo stesso brivido di allora: il brivido di sapere
che quel giorno eravamo riusciti a salvare qualcosa.
Mi sono domandata spesso se suo padre fosse morto
proprio in quell'istante. Forse il lieve impatto del cagnolino
sul petto di Teddy aveva fermato il suo cuore. Forse lo
shock di quel piccolo corpo contro quello di Teddy era stato
troppo. Non avevo avuto modo di conoscerlo come avrei
voluto, ma sapevo che voleva molto bene a suo figlio. Ne aveva voluto anche a me.
Quando arrivammo a casa, quel pomeriggio, gli lasciai andare la mano, e lui me la prese ancora. Di solito ci separavamo, una volta giunti al nostro isolato, per proteggere sua madre da una scena che non avrebbe gradito. Ma in quella giornata di forte vento ci sentivamo trionfanti. Avevamo salvato una vita. Forse anche pi d'una. Teddy mi strinse forte la mano per trasmettermi la sua sicurezza, e quella sensazione mi scald e mi elettrizz. Quando svoltammo l'angolo e giungemmo davanti a casa sua, vedemmo il portellone posteriore dell'ambulanza, bianco e rosso.
Le luci erano accese, ma non lampeggiavano.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Due settimane dopo la casa era gi stata svuotata e venduta.
La sera prima del trasloco Teddy entr in camera mia. La
porta sul retro era aperta disse. Strisci sotto le coperte con
me e restammo sdraiati al buio, senza guardare niente. Mi
misi a piangere, e Teddy trov la mia mano. Torner mi
promise. Io scossi la testa. E come? gli chiesi, la voce soffocata dalle lacrime.
Non seppe rispondermi, e io probabilmente poco dopo
mi addormentai. Appena prima che facesse mattina scivol
via silenziosamente com'era arrivato, quasi non fosse
mai stato l. Avrei voluto mettermi a urlare, ma non potevo.
Ero gi immersa nel sogno di quel momento, che avrei
rivissuto per anni: vederlo andare via senza poter fare nulla
per fermarlo, con la certezza che mi stesse lasciando... Perch
lo sapevo, come sapevo che di l a qualche minuto sarebbe
sorto il sole, ad annunciare un'altra giornata luminosa
e vuota. Mi alzai, e sulla scrivania trovai una serie di ritratti
che mi aveva fatto. Li guardai uno a uno, pensando al
modo in cui mi metteva le mani sul collo e tra i capelli, sollevandomi
la testa e spingendola indietro, costringendomi
ad alzare il mento cos che la luce m'investisse il viso. Mi
ricordi i limoni mi aveva detto un giorno, qualche mese
prima di andarsene. Aveva aperto il suo blocco e mi aveva
disegnato con un giallo tanto vivace da far male agli occhi.
L'effetto non mi piacque, e aggrottai le sopracciglia. Preferisco quando usi il carboncino commentai.
No aveva risposto, scuotendo la testa.  solo che non
sei abituata alla tua luce. Mi era venuto vicino, fino a sfiorarmi
l'anca con la sua. Io ti vedo cos mi spieg, lo sguardo
fisso sulla carta. Il tuo viso non  precisamente bello
ammise, ma  meraviglioso. Pi meraviglioso che bello.
Ricordo di aver abbassato gli occhi su quel foglio, e di aver
visto una ragazzina con un enorme sorriso sghembo che mi
guardava. Non avevo mai pensato che qualcuno potesse vedermi
cos: meravigliosa, piena di luce e di stupore.
Aveva continuato a disegnare con la stessa determinazione
con cui io avevo rinunciato dopo la nostra settimana
a Milnah: aveva ritratto me e lui, malati, e poi sua madre
sulla sedia, e poi tutto quello che aveva visto e che l'aveva
lasciato perplesso. Credo che disegnare i misteri della vita
significasse poterli studiare senza interruzioni, per tutto il
tempo di cui aveva bisogno per darvi un senso.
Per diverse notti, dopo la loro partenza, non riuscii a
dormire. Una volta mamma pass davanti alla mia stanza,
ma nel momento in cui cercai di guardare era gi solo un'ombra che si era a malapena fermata vedendomi distesa
sul letto. Era troppo straziante per tutte e due. Pap
passava a controllarmi prima di andare a letto. Anche se la
luce era spenta, sapeva che ero sveglia. Veniva a sedersi accanto a me.
Un giovanotto in gamba mi diceva. E un caro amico.
Teneva entrambe le mani sulle ginocchia, per stabilizzarsi.
Sapevo che si sentiva schiacciato dal mio dolore, e cos
giravo la faccia verso il muro. Dopo pochi minuti lui si
alzava. Cerca di dormire un po', ketzi mi diceva. Domattina hai scuola.
Per un mese ebbi il sonno agitato. Il senso di perdita cresceva
come un sasso nel mio petto, e ogni sera, quando mi
sdraiavo, il dolore si faceva ancora pi devastante. Imparai
a dormire con la schiena appoggiata contro il muro. Cos,
se qualcuno fosse apparso sulla porta, avrei impiegato meno
tempo per alzarmi e andare a salutarlo. Ero lacerata tra la
realt e un sogno: suo padre non era morto, sua madre non
l'aveva portato via; era stato tutto un malinteso, Teddy era
a casa. Usavo quelle fantasie quasi fossero una droga, sapendo
gi prima d'immergermi in esse che erano solo veli sottili incapaci di celare il presente Ma ero troppo disperata per
rifiutarle. Proprio non capivo perch la signora Rosenthal
l'avesse portato via cos, o perch non riuscisse a capire il
suo bisogno di avere un'amica. Quando si era resa conto di
quanto fossi triste, mi aveva concesso qualche dettaglio personale.
Si erano trasferiti in una nuova comunit ortodossa
a breve distanza dall'enclave di Lakewood, New Jersey. Lakewood
era troppo cara per loro, ma Freehold era un centro
nuovo, addirittura pi osservante, aveva affermato, le spalle
diritte, il mento sollevato con fierezza. La morte del marito
era stata un messaggio rivolto a lei e a Teddy: un messaggio
che li invitava a dedicare maggiore attenzione a Dio.
Al Signore non piacevano gli ebrei a met, aveva salmodiato
convinta. Se avessi avuto qualche anno di pi, quelle accuse
implicite non mi avrebbero scioccata pi di tanto; forse
mi avrebbero addirittura divertita; invece mi ero convinta
che la madre di Teddy avesse deciso di andarsene perch
io e i miei genitori non saremmo mai stati all'altezza di quel
Dio che - per lei - governava ogni cosa.
Mia madre e mio padre assimilarono quegli eventi come
il pubblico che assiste a una cupa rappresentazione teatrale.
Nelle settimane successive al trasloco chiesi a pap di escogitare
un motivo per andare a trovare Teddy appena si fossero
sistemati, per riportarlo nella mia vita prima che fosse
troppo tardi. Ma lui mi rispose: La signora Rosenthal ha
detto chiaramente che vuole un taglio netto per il suo ragazzo.
Dal suo tono sembr un ragionamento inattaccabile.
E credo sia nostro dovere rispettare i suoi desideri.
Forse stava cercando di proteggermi, perch non soffrissi
di pi. Ma una furia rabbiosa stava crescendo dentro di me,
e mi sussurrava che ai miei genitori non importava granch
del mio dramma. Non abbastanza da alzare la voce; gentilezza
e cortesia avevano la precedenza su tutto. Non riuscivo
nemmeno a guardare mia madre, che nominava Teddy
ancor meno di pap. Nei miei momenti pi cupi davo la
colpa a lei; era stata lei ad andare alla finestra, quel giorno,
e a dirmi di guardare fuori. Era stata lei, prima di me, a vedere
in Teddy un possibile amico.
Mio padre, se non altro, ebbe la delicatezza di mostrare
un po' di esitazione nella sua risolutezza. Poco prima della
partenza dei Rosenthal aveva finto addirittura di opporsi
ai progetti della signora. Il ragazzo frequenta una buona
scuola aveva detto e ha degli affetti. Lei non si era disturbata
nemmeno a scuotere la testa. Io e Teddy eravamo rimasti
come soldatini di stagno, impassibili, tesi in previsione
di quello che ci attendeva. So io che cosa  meglio per
mio figlio aveva ripetuto lei, insistentemente, fino a quando
non se n'erano andati. Era venuta ancora una volta nella
nostra cucina, ma senza pi nulla da dire. Ho detto a
Tee-o-dore che pu scriverti una lettera mi disse nel salutarmi.
Un attimo dopo erano in strada, dove un taxi li stava
aspettando per portarli via, impassibile ed efficiente, come
una forza in movimento che era sempre stata l. Bastava
solo mettere un piede nella sua scia per esserne travolti.
Una mattina ero seduta sul mio letto, con le ginocchia
al petto, stanca di osservare la luce che cambiava. Il sole
che filtrava attraverso la finestra era debole e appena tiepido,
ma d'un tratto l'energia nel mio corpo cominci a reagire
in modo sproporzionato, sempre pi acuto, quasi doloroso.
Mi strinsi i polsi fino a farli diventare bianchi. Forse
era rabbia, forse era disperazione portata all'estremo, forse
era una sofferenza ancora pi lacerante. Qualunque cosa
fosse, sal in superficie e mi port con s. Mi alzai,
m'infilai dei vestiti e uscii.
Cominciai a correre prima ancora di essere fuori, saltando
gi dalle scale, superando mia madre che se ne stava al
buio con il caff in mano, e lasciando sbattere la porta d'ingresso
alle mie spalle. La luce ancora debole mi permetteva
di vedere a malapena il marciapiede e i lampioni, ma c'era
una lieve foschia e io avevo la vista appannata. Pap mi
corse dietro subito. Lo sentii gridare il mio nome, ma ero gi lontana.
Corsi per le strade, i piedi che sbattevano sul marciapiede
freddo. Il dolore si frantum all'altezza dei fianchi e
sal fino a quando non riuscii a ricacciarlo gi con dei respiri
che mi colmarono la gabbia toracica quasi fino a farla
scoppiare. Il ritmo dei piedi che colpivano la terra divenne
quasi una concessione di grazia: mi stava facendo capire
quanto fosse difficile essere vivi e diventare grandi. Era dura, molto dura.
Correvo ancora quando mi resi conto che l'auto alle mie
spalle mi stava seguendo. Mi voltai: era pap. M'infilai tra
i campi da tennis della Roosevelt Academy, una scuola privata
a un chilometro e mezzo da casa nostra di cui non sapevo
nulla. Mi fermai sulla terra battuta, al buio, e ascoltai
mio padre che spegneva il motore e smontava sbattendo la portiera.
Si ferm alla porta di rete metallica, e vi appoggi le
braccia, allargate. Sembrava un enorme orso, morbido e
importuno. Corsi nell'angolo pi lontano da lui e mi accovacciai,
premendo la guancia contro la recinzione fredda.
Ancora qualche ora e una massa di bambini felici sarebbero
venuti l per incontrare i loro amici. Con noi c'erano solo i
primi uccelli del mattino, che provavano a esibirsi in qualche
melodia che viaggiava nella luce ancora debole.
Pap s'immerse in quelle note, camminando lungo il lato
opposto del campo, e raccolse una racchetta e una pallina
abbandonate da qualcuno. Riuscii a distinguere la sua
sagoma mentre soppesava la pallina sul palmo, e mentre la
faceva rimbalzare prima con la mano, poi con la racchetta.
Il suo profilo, cos, era quasi comico: il muso grigio e folto
al posto della barba, il pancione che da un anno a quella
parte aveva cominciato a gonfiarsi sopra le gambe magre.
Dopo un po' si mise in tasca la pallina e raccolse un'altra
racchetta, che mi pos davanti dopo aver attraversato il campo con disinvoltura.
Alzati mi ordin, prima di darmi le spalle e tornare dall'altra parte.
Io circondai l'impugnatura con le dita, assaporandone
il peso che la faceva sembrare una sorta di arma. Mi alzai.
Lui mi lanci una palla alta, che gli rispedii. Da aggressivi,
i miei movimenti si fecero pi fluidi e pi forti, e via via
che quello scambio di colpi assumeva un ritmo sentivo una
sensazione di gentilezza diffondersi dentro di me. Capivo
che il mio corpo lo desiderava, voleva sentire il toc sommesso
della pallina contro le corde, ancora e ancora. Alla fine,
esausta, lasciai cadere il braccio lungo il fianco e guardai
pap. Questa volta tese solo un braccio verso di me.
Un attimo dopo ero da lui, e stavo singhiozzando sulla
sua spalla. Affondai la testa nel suo petto e lo strinsi con
tutta la forza che avevo, cercando di sentire il suo cuore. La
tela ruvida della sua giacca sapeva di foglie secche, lana e
sapone. Abbass il mento per darmi un bacio sulla testa, lisciandomi
i capelli con la mano in risposta ai miei respiri
ansanti per prendere aria.
Shhh fece, cercando di calmarmi. Poi capii che stava
trattenendo il fiato mentre misurava i suoi pensieri. Devi
avere altri amici sussurr. Poteva essere una speranza, una
richiesta, una domanda: poteva essere tutte e tre le cose insieme.
Sentii il suo corpo irrigidirsi; era preoccupato, aspettava
che dicessi qualcosa. Come potevo fargli capire che altri
amici non ne avevo? Mi asciugai il naso nella sua giacca, bagnandola.
Compagni di scuola? Qualche ragazzina? Smisi di piangere,
ma non gli risposi. Pensai ad Anna Kim e alla sua egemonia
fredda e implacabile, alle compagne (quasi tutte)
che la seguivano ardite, al modo in cui avevo accettato senza
difficolt il mio ruolo di esclusa, pur immaginandomi in
una condizione diversa. Avevo fantasticato di mescolarmi a
loro, indossando una gonna vivace e sfoggiando il sorriso
radioso e sicuro che mi esercitavo a fare davanti allo specchio.
Una volta Teddy mi aveva sorpresa e ci aveva provato
anche lui, costringendomi a spingerlo via. La maggior
parte delle mie compagne aveva dimenticato perch dovesse
evitarmi, e io avevo dimenticato perch avrei dovuto ribellarmi.
D'un tratto il mio corpo si sgonfi tra le braccia di mio padre.
Attese a lungo una mia risposta. Da bambino disse alla
fine, quando arrivai in questo paese, non avevo amici.
L'unica parola inglese che conoscevo era bambola, perch
una bambina sulla nave ne aveva una. Avevo sette anni,
quando la nave attracc nel porto. Ero gi troppo grande,
gi uno straniero. I miei compagni, a scuola, avevano
gi il loro gruppo. E io non ero certo uno che si faceva notare.
Si ferm, perso nei suoi pensieri. Ma tu si chin a
baciarmi la fronte, tu puoi imparare, fare ed essere tutto
quello che vuoi. E con la tua memoria! Potresti sapere tutto, se volessi.
Mi staccai e mi asciugai il viso con la manica, per vederlo meglio. Come avrei potuto sapere tutto? Come fa una persona a sapere tutto?
La mia domanda sembr sorprenderlo, e all'inizio non
mi rispose, limitandosi ad accarezzarmi il viso. A volte mi
chiedo che cosa ti passi per la testa. Mi guard attentamente.
Vuoi ancora diventare dottore, Naomi? Annuii.
Cardiologo, no? Annuii di nuovo. Il cuore non  facile
da curare. A volte si spezza. Adesso lo sai, vero?
Io non ho il cuore spezzato risposi, acre. Se fosse stato
in pezzi, non avrei provato tutta quella rabbia. Non sarei
stata costretta a correre fin l per sentirlo pompare ancora pi forte.
Ma certo fece lui, allarmato e soddisfatto al tempo
stesso. Sei troppo giovane, troppo forte. Prese il mio viso
tra le mani. E hai un cuore grande concluse, gli occhi illuminati
da una folle speranza. Mi turb, e al tempo stesso
ne fui attirata come un moscerino dalla luce. Il sole era gi
caldo, e asciug la terra e il sale che avevo sul viso, che formarono
una pellicola tesa. In quel momento mi dispiacque
di non essere a casa, al buio, dove mamma mi avrebbe strofinato
la faccia con un panno pulito e bagnato come aveva
fatto quando, da bambina, mi ero sbucciata le ginocchia
andando in bicicletta con gli occhi chiusi.
Troveremo il modo di superare questo momento mormor
pap. Non soffrirai per sempre aggiunse, baciandomi
le palpebre per impedirmi di sollevarle.
Quella mattina qualcosa attravers il mio corpo, e il dolore
cominci lentamente ad allentare la sua morsa. Il giorno
dopo mi svegliai con la stessa voglia di mettermi a correre,
ma prima scesi a fare colazione.
A mio padre bast uno sguardo per capire che cosa volessi
in quel momento. Un'altra partita? Annuii. D'accordo
disse, accarezzandosi la pancia. Far bene anche a me.
Da allora presi l'abitudine di alzarmi presto per andare
a correre, e per incontrarmi con pap sul campo da tennis
prima di andare a scuola. All'inizio eravamo soltanto noi
due, ma presto cominciai a prendere lezioni da un maestro.
Ero dotata dell'impassibilit necessaria a ogni attivit competitiva,
avendo imparato da mamma l'espressione stoica,
ma erano gli occhi di pap a guidarmi. Attento, orgoglioso,
non si perdeva un movimento.
E se un tempo ero rifuggita dalla mia capacit di memorizzare
testi, dopo la partenza di Teddy cominciai a riempirmi
la mente con tutto quello su cui riuscivo a mettere le
mani. Quando mio padre mi sorprese con i saggi di Einstein
sulla relativit, dovetti confessargli che per me erano
incomprensibili. Ma a nessuno dei due importava granch.
Il ritmo di un intelletto sicuro di s era come una ninnananna
per me, e aveva un effetto calmante su quel dolore
che in breve cominci ad affievolirsi.
Scrivevo a Teddy ogni domenica, dopo il pi lungo dei
miei allenamenti settimanali, ma nel giro di un anno quelle
lettere divennero un'abitudine, prive del sentimento che
mi aveva animata all'inizio. Comunque, al ritorno dal campo
da tennis salivo i gradini due a due, sudata, e mi sedevo
alla scrivania con carta e penna.
Le sue risposte arrivavano regolarmente, di solito verso
la fine della settimana. Non mi parlava mai della sua nuova
citt, n di sua madre; invece scriveva dei boschi vicini,
e degli uccelli che vi vedeva. Stava studiando in particolare
quelli di colore giallo, che provava a descrivermi, spesso
senza successo. Peggiori erano le descrizioni, migliori erano
i disegni che allegava. I miei preferiti erano quelli con una
semplice didascalia, una parola nera sottolineata accanto a
un dettaglio del piumaggio giallo.
Dopo un po' cominci a mandarmi i ritratti di alcune
persone, anche se il soggetto ero quasi sempre io. Le sue lettere
si fecero meno frequenti e pi drammatiche, meno personali,
quasi rubasse le battute dalle soap opera che guardava
sua madre. Mi manchi oggi pi di ieri scriveva, per
poi cambiare argomento senza alcuna coerenza. Mia madre
mi rivolge a malapena la parola. Non credo voglia pi
uscire da questa casa. A quel messaggio alleg il disegno
di un falco marrone e dorato con la testa di un ragazzo; era
appollaiato sul braccio di una ragazza accigliata che lo sollevava verso il cielo.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Le ultime lettere arrivarono quando cominciai le scuole superiori.
La prima era indirizzata al Dottor Feinstein. Subito pensai che volesse prendermi in giro, prima ancora che avessi aperto la busta. Ma il tono della lettera era decisamente piatto: parlava del tempo pessimo, di un gatto smarrito che era stato ritrovato con una brutta lacerazione all'orecchio sinistro, e del raffreddore che non voleva passare n a lui n a sua madre. Mi ritrovai a cercare un umorismo velato, come si cerca la rassicurazione di una faccia amica in mezzo alla folla in una citt sconosciuta. La lessi due volte, tre.
Al dottore: cos indirizz la lettera successiva. Di nuovo altri particolari banali. L'ultima, per, era diversa: Dottore, l'ospedale non  lontano da casa mia. Mi ricoverano il 13 di aprile. L'orario di visita  dalle dodici alle dodici. Non mi far dare farmaci, quando vieni tu. Mia madre penser alla tua parcella.
TR.
Rimasi in piedi davanti alla porta d'ingresso, fissando quelle righe nere. Lasciai cadere il braccio lungo il fianco e strinsi il foglio tra le dita finch non provai bruciore, e poi dolore.
Le sue parole mi scivolarono addosso gelide, quasi appartenessero a una lingua straniera a cui la mia mente si sforzava di dare un senso. E intanto mi rendevo conto che stavo per trovarmi faccia a faccia con una realt terribile che presto si sarebbe rivelata, anche se non ero pronta a guardarla. In qualche modo sapevo che la lettera che avevo in mano aveva spalancato una porta che mi offriva una nuova veduta di qualcosa che pensavo di aver gi visto sotto ogni luce; una veduta di Teddy e del suo amore aperto e ingenuo sotto una luce sempre pi debole. Il genere di luce che crea ombre.
Mi sedetti pesantemente dov'ero e, tenendo la lettera tra
le mani quasi fosse una catena che ci univa, richiamai quel
ricordo che mi ero sforzata di mantenere confuso e sbiadito
dal giorno in cui si era impresso nella mia mente. Il ricordo
torn subito, quasi stesse aspettando soltanto di venire
avanti:
Dati alla dimissione. Donna, 34 anni, identit sconosciuta, ricoverata il 22/03/1974. Condotta dalla polizia, fermata per disturbo della quiete pubblica. Al momento del ricovero la paziente mostrava ottundimento generale, ed era all'inizio del travaglio.
Un primo esame ha rivelato la presenza di lividi da iniezioni su entrambe le braccia, e un tasso alcolemico pari allo 0,18%.
Et gestazionale: terzo trimestre, 34a settimana. Ricoverata nel reparto di terapia intensiva. Trattamento per abuso di sostanze, poi sospeso. 28/03/1974 rottura prematura delle membrane.
31/03/1974 partorito maschio di 1,9 kg (Stenosi aortica). 06/04/1974 peggioramento dell'ottundimento. 07/04/1974 emiplegia destra. 09/04/1974 decesso. L'autopsia ha rivelato la rottura di un aneurisma cerebrale sinistro, nella distribuzione dell'arteria media cerebrale sinistra. Massiccia emorragia intracranica.
Inoltre: fibrosi del fegato; ipertensione portale; principio di ascite.
Quelle parole mi terrorizzarono come quando le avevo lette
a nove anni. Forse anche di pi, perch adesso compresi che
Teddy mi aveva mostrato quel foglio sospettando che contenesse
informazioni relative alle sue origini e all'influenza
che avevano avuto su ci che lui era. Informazioni che qualcun
altro avrebbe dovuto avere. E che io avevo seppellito.
Quando entrai in cucina, mia madre era al telefono a
cercare di farsi spiegare la bolletta del gas. Mio padre era
fuori per il weekend, era andato a far visita a clienti troppo
vecchi o troppo malati per viaggiare. Di solito aspettava
di averne almeno tre, prima di prenotare in tutta fretta
una stanza in un motel e fissare gli appuntamenti durante il
fine settimana. Non gli piaceva lasciare le sue ragazze da sole,
diceva, ma io sapevo per quale delle due si preoccupava.
Andai a prendere il dizionario medico che mi aveva regalato
insieme all'Anatomia del Gray per il mio nono compleanno.
Erano sulla mensola accanto al fornello, insieme
alla Relativit di Einstein, appena sopra il sale, il pepe e gli
altri condimenti. Era stato lui a decidere di metterli l, per
potermi interrogare mentre cucinava, un incarico che da
poco aveva cominciato a spartirsi con mia madre. Mamma
non sollev lo sguardo, quando posai il dizionario, cercando
subito le parole che avevo letto anni prima durante quei
primi giorni con Teddy. Ottundimento: stordimento, intorpidimento
mentale-, Emiplegia: paralisi totale o parziale
di un lato del corpo, causata da una patologia o da un danno
ai centri motori del cervello. Massiccia emorragia intracranica:
l'espressione era gi sufficientemente descrittiva. Fui
invasa dalla paura. Non occorre essere un medico esperto
per ricavare un quadro da una serie di termini medici, soprattutto
quando si desidera disperatamente capire qualcosa
riguardo a una persona cara.
E parole che conoscevo bene, come patologia e cervello,
cozzavano l'una contro l'altra, minacciose. Le patologie
potevano essere genetiche, persino una bambina di
nove anni lo sapeva, ma io allora l'avevo ignorato. Il documento
parlava anche di segni su entrambe le braccia, che da
bambina immaginavo come delle linee di pennarello nero
- una sorta di binari per un treno della fantasia - ben diverse
dal segno sul polso di mia madre, ma che adesso riconobbi
per quello che erano. Compresi anche che il tasso
alcolemico indicava la presenza di alcol nel sangue, che
con quella percentuale doveva aver invaso ogni organo del
suo corpo (e un bambino nato in quelle condizioni doveva
essere gravemente compromesso). A volte vorrei tornare al
periodo in cui ero in grado di memorizzare ma non di capire,
quando la mia mente era una sorta di veicolo, anzich un punto d'arresto.
Andai al cassetto in cui tenevamo le cartine stradali e
gli orari dei treni, e presi quello della South Station, la stazione
ferroviaria di Boston. Tirai fuori anche il pesantissimo
atlante dell'area medio-atlantica. Non impiegai molto
a tracciare mentalmente il tragitto che avrei dovuto percorrere.
Guardai l'orologio: le quattordici e trenta. Il primo
treno partiva dopo un'ora e mezzo, e alle ventidue e trenta
sarei arrivata a Trenton, New Jersey, la stazione pi vicina
a Freehold. M'infilai il giaccone sulla porta e uscii senza
che mamma mi vedesse. Sarei dovuta andare a cercarlo
tanto tempo prima. Adesso, forse, era troppo tardi. Andai
a piedi fino alla stazione della metropolitana, riempiendomi i polmoni d'aria gelida.
L'area di Greater Boston  servita da una rete capillare
di tram e metropolitana che ti permette di raggiungere
il centro da qualunque punto in un raggio di venticinque
chilometri. Con la Green Line, che attraversa Brookline, e
la Red Line che entra in citt, arrivai alla South Station in
netto anticipo per prendere il treno diretto a Trenton, ed
ebbi tutto il tempo di chiedermi che cosa stessi facendo, in
che guai mi stavo cacciando. A casa sarebbero morti di paura.
Cercai di scrollarmi di dosso i miei timori, lasciandomi
guidare dal desiderio disperato di vedere Teddy. All'arrivo
del treno fui la prima a salire, e mi trovai subito un posto
tranquillo in un vagone quasi vuoto. Cercai di mettermi
comoda. Si prevedevano nevicate, e il riscaldamento della
metropolitana era cos alto che le carrozze erano attraversate
da potenti sbuffi d'aria calda e soffocante.
Quando il treno part con uno scossone sui binari gelati,
un dubbio si insinu nella mia mente. Sapevo che con
ogni probabilit il nostro incontro non sarebbe andato come
speravo: qualcosa in lui era cambiato. Non sapevo in
che senso, ma avrei trovato un Teddy diverso, e il fatto di
non sapere che cosa gli fosse successo mi terrorizzava. Se
n'era andato per vivere una nuova vita, e a un certo punto
si era reso irraggiungibile. Quando il treno emerse in superficie,
e potei vedere le citt che scorrevano fuori dal finestrino,
le lacrime mi annebbiavano la vista. Non sempre
le persone vogliono essere ricordate nei minimi particolari.
Per ogni immagine gioiosa che avevo conservato di Teddy,
ce n'erano altre dieci in cui lo vedevo fuori fase e sconnesso,
che si accumulavano come strati di neve fredda e pulita
sul ragazzo che conoscevo. Mi assopii, e sognai che Teddy
era un orso, e che la signora Rosenthal andava a procacciargli
il cibo. Lo stridore dei freni mi svegli e notai che
la neve stava cadendo sopra una citt buia che in ogni caso
non avrei riconosciuto.
Appena scesa in stazione, per poco non mi scontrai con
un ingegnere dal viso rosso e l'espressione trionfante.
Senza interrompere il passo, allung una mano per evitare
che cadessimo. Gli hotel sono pieni, tesoro, e con questo
tempo i taxi non circolano. Spero che tu abbia qualcuno
che ti viene a prendere! Sembrava euforico per la bufera,
e mi strizz l'occhio allegramente prima di proseguire
per la sua strada.
Sbattei le palpebre, accecata dalle luci abbaglianti della
stazione, le narici invase dal forte odore di urina e di gas di
scarico. Per un attimo mi feci prendere dal panico, e mi si
rivolt lo stomaco. Mi costrinsi a fare un piano. Il chiosco
delle informazioni era chiuso, ma avevo qualche moneta e
una mappa che avevo preso da una cassetta fissata al muro.
C'era anche la guida telefonica sotto il telefono della cabina.
Mentre passavo in rassegna la lista dei Rosenthal, mi resi
conto che non avrei chiamato soltanto Teddy ma anche sua
madre. C'erano ventidue C. Rosenthal, nell'area di Trenton,
ma nessuna Chava. Cominciavo a sentire caldo, e con
i denti mi sfilai un guanto per consultare pi agevolmente
l'elenco telefonico, lasciando una chiazza d'umido con il
polpastrello. Allarmata, mi resi conto di non avere un posto
dove andare. Uscii dalla cabina e trovai una panchina
che aveva solo poche macchie non identificabili, e mi sedetti,
pensando che mi sarei messa distesa solo quando vi fossi
stata costretta. La stazione era ben illuminata. Non doveva
esserci nessuno in giro, con quel tempo. Ma poi vidi una figura
venire verso di me, curva sotto un cappuccio. Improvvisamente
la riconobbi, e subito provai sollievo... Ma poi
sopraggiunse una nuova ondata d'ansia. Via via che si avvicinava,
il cuore ricominci a battermi, mentre mi domandavo
se fosse furiosa e in qualche misura delusa per la mia
imprudenza. Forse, invece, era disperata. O magari entrambe
le cose. Non abbass il cappuccio, quando mi si mise davanti,
e la cosa mi fece irritare. Avrei voluto strapparglielo
dalla testa: anche adesso che era venuta a salvarmi, in una
stazione quasi abbandonata, sentiva il bisogno di nascondersi.
Mi diede un foglio di carta. Hai dimenticato questo
disse, sedendosi accanto a me.
Vidi la busta di Teddy, senza la lettera, e la guardai confusa
per qualche istante prima di capire che cosa voleva mostrarmi.
L'indirizzo del mittente: T. Rosenthal, 1600 Pennsylvania
Avenue, Apartment 6G. Niente citt, niente stato.
Come sapevi che mi avresti trovata qui?
Mia madre allung una mano e mi scost i capelli dietro
l'orecchio per guardarmi in faccia. Ho sempre pensato
che fosse una questione di tempo, e che prima o poi saresti
andata a cercarlo. Avevi bisogno solo di un piccolo incoraggiamento.
Oh, e hai lasciato sul tavolo della cucina gli orari
della South Station e l'atlante aperto sulla pagina del New
Jersey. Prese la busta e la sventol, tentando di sorridere.
Io abbassai lo sguardo sulla guida telefonica e ricominciai a
passare in rassegna la lettera R. Mi concesse un momento,
prima di chiudere il libro sulle mie mani.
 ora di andare disse alzandosi. Presto le strade saranno tutte bianche.
Non mi mossi. Invece la guardai. Sapevo quanto doveva
essere stata dura per lei scoprire che me nero andata, e rendersi
conto che si sarebbe dovuta vestire per venire a cercarmi
in quella serata gelida, percorrendo tutta quella strada
da sola. E per questo la odiai. Era l, accanto a me, proprio
quando non l'avrei voluta vicina. In bocca sentivo uno
strano sapore di sabbia, come in quei sogni che facevo ogni
tanto, in cui mi sforzavo di parlare ma non riuscivo a sollevare
la lingua, troppo pesante.
Potevo dormire qui dissi. E poi mi feci pi insolente.
Lui ha bisogno d'aiuto.
E pensi di poterlo aiutare tu, Naomi? mi chiese con
voce tesa. Le occhiaie erano di un grigio cupo che faceva risaltare
le iridi azzurre che mi fissavano. Guardai con pi attenzione
i suoi occhi lucidi, le labbra tirate e la lieve ragnatela
di rughe che cominciava a espandersi dal labbro superiore,
quasi che le parole fossero rimaste a lungo intrappolate
l, creando dei solchi nella pelle. Per la prima volta la
vidi brutta. Aggrottai le sopracciglia, contrariata.
Non puoi fare niente per lui, Naomi. Scosse la testa,
decisa. In realt credo che nessuno possa aiutarlo.
Hai letto la lettera?
L'ho letta, s.
Era diretta soltanto a me.
La mia insistenza sembr sorprenderla. L'hai lasciata sul tavolo con le altre cose.
Era comunque mia. Che cos'ha che non va, Teddy?
Dovetti fare uno sforzo per non mettermi a piangere come una bambina.
Si prese un momento per radunare i pensieri, prima di rispondermi. Non  cos semplice, suppongo disse vaga.
Allora dobbiamo scoprirlo ribattei alzandomi.
Per un attimo pensai che si sarebbe messa a discutere, invece la vidi soprappensiero. Mi fiss per un po', prima di parlare.
Ti ho mai detto che tuo padre avrebbe voluto chiamarti Ruth?
Io non ho voluto. Ero certa che quel nome contenesse
un presagio... Che, per stare con le persone che amavi,
saresti stata costretta a lasciare la tua casa. Cos optammo
per Naomi, colei che era riuscita a portare il suo amore
a casa con s; ci pareva che avesse avuto tutto ci che desiderava.
Sospir.  terribile lasciare la propria casa. Soprattutto
quando si ha la consapevolezza che sar per sempre. Allung
una mano e mi afferr per il polsino del giubbotto, cercando
di farmi rimettere seduta. Ma io mi rifiutai.
Teddy ha la sua casa adesso. E non  assieme a te. Devi
renderti conto che, per quanti sforzi si facciano per sistemare
le cose, a volte si  costretti a rinunciare. Come in
questo caso. Prese un respiro profondo e si mise le mani
in grembo. E comunque ha una madre aggiunse, cercando
di confortarmi, anche se subito dopo la sua espressione
si fece rigida. Probabilmente sapeva che non era la cosa pi
giusta da dire. Sono stanca concluse.
In auto, durante il tragitto verso casa, non parlammo fino
al confine con il Massachusetts. Le nuvole incombevano
ancora sopra di noi, ma aveva smesso di nevicare. Oltre
a noi, viaggiavano solo furgoni che con il loro peso ci facevano
sbandare ogni volta che ci passavano accanto.
Se lasciare la tua casa  stato cos terribile le dissi alla fine,
forse non avresti dovuto farlo. Non capivo perch, ma
ero furiosa. Non mi andava di guardarla in faccia.
Mi lanci un'occhiata. Non ho avuto la possibilit di
scegliere ribatt secca. E in ogni caso non  affar tuo.
Ma certo. La tua vita non mi riguarda. Per un attimo
me ne sono dimenticata.
Naomi, so che sei sconvolta...
Ero furibonda. E anche questa dissi, afferrandole con
forza il polso destro e passando il pollice sulla cicatrice non
 affar mio? O forse ti aspetti che me ne stia con le mani in
mano, in attesa di vederlo accadere di nuovo?
Accost a un lato della strada. Ges, Naomi sussurr
dopo qualche minuto. Io premetti la fronte contro il finestrino
gelido, aspettando che l'auto ripartisse. Faceva gi
cos freddo che dovevo tenere le mani sotto le gambe per
scaldarle. Lei non parlava, come sempre davanti alle mie
domande pi pressanti, la mia voce un antidoto alla sua.
Probabilmente se ne ramment anche lei. E dovette tornarle
in mente anche la nostra ultima, gelida notte all'aperto.
Come avrebbe potuto dimenticarla? Come poteva non rendersi
conto che era partito tutto da lei?
Non eravamo sposati nel '73 disse dopo parecchi minuti.
I suoi occhi erano liquidi adesso, l'espressione di nuovo
vuota. Ci sposammo nel '74. Nel febbraio del '74.
Aspett un momento, dandomi modo di capire. Io ero nata
nel giugno dello stesso anno.
Uscivamo insieme da qualche anno e convivevamo,
ma io non avevo nessuna intenzione di sposare tuo padre.
Non volevo sposarmi in assoluto. Poi rimasi incinta di te,
e mi feci prendere dal panico. Io, mia madre, lei... Per un
attimo perse il filo. Non sapevo che cosa fare con un figlio.
Ero spaventata. Paralizzata dalla paura. Scosse la testa.
Pensavo che saresti stata meglio senza di me. Che saremmo
state meglio entrambe, separate. Si chin in avanti
e appoggi la testa sul volante, tra le mani. D'un tratto me
la immaginai mentre guidava senza guardare la strada. Avrei
voluto dire qualcosa, qualunque cosa, ma avevo la gola serrata
per l'emozione, al punto che facevo fatica a deglutire.
Cos ci provai disse alla fine, voltandosi a guardarmi.
Ma non riuscii ad andare fino in fondo. Anzi, a un certo
punto volevo fermarmi. Oh, Dio disse, la voce rotta. Fu
il momento peggiore: la mia risoluzione, tutte le mie ragioni...
Ogni cosa fu spazzata via da quella terribile sensazione...
Non so se fosse panico, o che altro. Ma era pi forte
del dolore. Prese un respiro tremante. Non pensavo mi
fossero rimaste altre emozioni, oltre alla sofferenza.
Aspettai che mi dicesse che non era riuscita ad andare fino
in fondo a causa mia, ma non aggiunse altro. La osservai
mentre fingeva di riprendere il controllo, come un giocattolo
a molla che rientrava nella scatola.
E cos sposasti pap perch eri incinta. Di me.
Lo sposai perch ero convinta che sarebbe stato un padre
fantastico. Perch, grazie a lui, avevo trovato un po' di
fede. Perch pensai che avremmo potuto darti una casa, e
che tu saresti riuscita a concludere qualcosa di buono nella
vita con il suo aiuto.
Perch avere una figlia non significava concludere qualcosa
di buono dissi io, preferendo un dolore certo a un
dubbio insopportabile.
Vorrei tanto che lo fosse stato disse. Vorrei che qualcosa
fosse stato abbastanza buono. Sospir. Penserai che
non abbia grandi desideri, ma ti assicuro che questo lo vorrei
davvero. Con tutta me stessa.
Mi sono domandata spesso che cos'altro avrebbe potuto
desiderare. Mi lasciai sfuggire l'opportunit di chiederglielo
quella sera, ma da allora ci ho ripensato tante, tante volte.
Non dicemmo nulla a mio padre del mio viaggio a Trenton,
e non ne parlammo mai pi nemmeno tra noi. Se mia
madre era rimasta turbata, vedendo che cosa ero disposta a
fare per ottenere quello che volevo, da lei o da Teddy, non
lo diede mai a vedere. Semplicemente, era venuta a cercarmi
per riportarmi a casa, come un messaggero per nulla interessato
al contenuto del messaggio che portava.
Cos dovetti lasciar perdere Teddy. I miei genitori non
volevano sentirlo nominare - in particolare mia madre, dopo
quell'avventura - e divenne troppo doloroso pensare costantemente
a lui, come avevo fatto fino ad allora. Come
aveva imparato mamma, sulla sua pelle, nessun dolore poteva
essere sopportato all'infinito. Cos, da quel momento
in poi, ogni volta che mi veniva in mente Teddy, scacciavo
quel pensiero quasi fosse un brutto sogno da cui mi ero svegliata di soprassalto.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Quell'autunno cominciai a frequentare la Adams High
School. Con duemila studenti divisi nei quattro anni di corso,
era davvero enorme se paragonata alla Beacon Junior High
e alla scuola elementare Kennedy, entrambe piccole scuole di
quartiere. Nonostante i corridoi stretti, i soffitti erano talmente
alti che l'edificio sembrava vuoto anche quando era gremito.
E altrettanto vuoto era il regolamento: indossare gli abiti
giusti, avere un atteggiamento sereno e fingere sempre di
divertirsi. Tutte richieste che non ero in grado di soddisfare.
Mi dimostrai fin da subito un'ottima allieva, cos come
Anna Kim, tant' che finimmo presto per distinguerci come
le due studentesse modello. Sentendosi minacciata dalla
sottoscritta, mise in giro la voce che volevo andare a Wellesley
perch ero lesbica. Quando venni a saperlo, fui quasi
sul punto di andare a stringerle la mano per ringraziarla: far
credere che non ero interessata ai ragazzi rendeva pi facile
tenerli alla larga, invece di essere costretta ad ammettere che
non volevo pi innamorarmi di nessuno. Di tanto in tanto
in qualcuno di loro rivedevo Teddy: George Mason era alto
e goffo; Joe Giangrasso aveva gli occhi marrone fango... Ma
mi tenevo a distanza di sicurezza, concedendomi al massimo
qualche semplice quanto improbabile fantasia romantica.
Chi, come me, ambiva a iscriversi a un college selettivo,
veniva invitato a iniziare a costruire la propria domanda
d'ammissione quattro anni prima di scriverla realmente.
Non si trattava soltanto di ottenere i voti migliori, ci ripetevano
continuamente i consulenti scolastici. Dovevamo
compilare anche un curriculum di attivit extrascolastiche.
Durante il secondo anno, in autunno, diedi la mia disponibilit
per il trasporto ospedaliero presso il Brigham
and Women's Hospital: in sostanza, ogni domenica mattina
dovevo trascorrere quattro ore su una sedia pieghevole, in
una stanza priva di finestre nel seminterrato dell'ospedale,
insieme ad altre trenta persone, ciascuna delle quali aspettava
che venisse chiamato il proprio numero. I miei colleghi
erano perlopi dipendenti pagati che mi guardavano con
sospetto. Per ingannare il tempo, presi a leggere delle riviste
tremende, cos da evitare domande indesiderate. Dopo
un po' divenni parte dello scenario. Due sorelle dall'aspetto
prorompente venivano sempre a sedersi accanto a me, e
a discutere a voce alta in francese haitiano. Mi piaceva pensare
a loro come a due chiassosi angeli custodi che tenevano
lontane persone che m'intimidivano maggiormente.
Quando veniva chiamato il mio numero, ricevevo un foglietto
con il numero di una stanza e un colore che indicava
il livello di classificazione: verde per il trasporto di liquidi
non umani e atossici; arancio per il trasferimento di un
paziente da un piano all'altro su sedia a rotelle; rosso per
plasma o sangue. Mi capitarono al massimo liquidi umani,
quelli tossici mai. I liquidi umani erano nascosti in contenitori
di plastica spessi e morbidi, che ci consentivano di
girare per l'ospedale senza allarmare i non addetti ai lavori.
A ogni turno mi veniva concessa una pausa di venti minuti
di cui non avevo alcun bisogno, e che trascorrevo nel negozio
di articoli da regalo, domandandomi che cosa comprassero
le persone sane per i malati.
Inoltre ero molto impegnata a ignorare il modo in cui si
stava sviluppando il mio corpo, e i suoi desideri. Quando
questi ultimi si facevano pi prepotenti, mi limitavo a correre
di pi, soffocandoli come meglio potevo. Andavo a correre
quasi ogni giorno, anche quando avevo allenamento o
una partita dall'altra parte della citt: la squadra della nostra
scuola, che era pubblica, non aveva regole troppo rigide. A
volte andavo a correre quando era gi calato il buio, cosa che
mio padre detestava. Ma dovevo: era parte del tacito accordo
che avevo stretto con il mio corpo, affinch lasciasse che fosse
la mia mente a gestire la mia vita. E mentre correvo, senza
pensieri o quasi, spesso recitavo qualche cantilena capace di
calmarmi; la tavola periodica, il brano di Einstein che avevo
memorizzato anni prima, frammenti delle preghiere ebraiche
che sentivo recitare da mio padre, teoremi geometrici,
qualunque cosa potesse dimostrare che l'universo turbinante
poteva, di fatto, essere dominato. Nelle giornate peggiori,
per, restavo intrappolata nell'argomento che occupava
la mia mente; dovevo cercare di tirarlo fuori per buttarlo sul
marciapiede, tristemente incapace di liberarmi dai pensieri.
Nella primavera del secondo anno ebbi la sfortuna di
essere la seconda persona a entrare nell'auditorium della
scuola dove Anton Bascilia, uno dei ragazzi pi belli e di
successo, si era impiccato a un travetto del soffitto. Mi piaceva
usare quella scorciatoia, evitando i corridoi affollati,
ma quella mattina aprii la porta e andai a sbattere contro
Lilly Fawlke, che aveva la bocca spalancata e il viso pallidissimo.
Anton oscillava sopra le nostre teste, come un batacchio
senza campana. Mi ci volle un momento per riconoscere
il suo viso. Mi aveva sorriso una volta: se mi fossi
concessa di prendermi qualche cotta, lui sarebbe volato in
cima alla mia lista. Lanciai un urlo e poi mi misi a strillare.
Lilly si volt e mi poggi le mani sulle spalle, ma non riusc
a calmarmi. Mi mandarono a casa, per tornai di nascosto
per le lezioni del pomeriggio. Non credevo che qualcuno
si fosse accorto del mio attacco isterico dopo la scoperta
di Anton, ma Anna Kim - tanto bella quanto famosa, e ancora
in lotta con la sottoscritta per il titolo di allieva migliore
- aveva visto tutto. Da quel giorno, ogni volta che le passavo
accanto, gridava: Oh! Non so se riuscir mai a smettere!
Le sue amiche ridevano, i ragazzi trasformavano le sue burle
in battute a sfondo sessuale, e le ragazze li prendevano scherzosamente
a pugni sulle braccia. Presto tornai a prendere la
mia scorciatoia, badando a non sollevare lo sguardo, anche
se l'immagine di un corpo che dondolava sopra di me continuava
a tormentarmi; a volte era Anton, a volte mia madre, a
volte ero io. Detestavo ammetterlo, ma i giorni in cui immaginavo
me stessa appesa a quella trave erano i peggiori. Qualunque
cosa fosse successa, avevo una certezza: volevo vivere.
Allora andavo in bagno, mi spruzzavo acqua fresca sul viso
e, dopo le lezioni, andavo a correre fino a restare senza fiato.
Il terzo anno pass in un baleno, tra lo studio sempre pi
impegnativo e gli allenamenti sfiancanti, e all'inizio dell'ultimo
anno avevo preparato la mia domanda per Wellesley.
Quando il signor Rutledge, del corso avanzato di biologia,
prov a farci sezionare una rana, sollev molte proteste e rifiuti
da parte dei miei compagni. Dal canto mio, avevo adottato
un atteggiamento straordinariamente stoico, almeno all'esterno,
e non ebbi alcun problema a incidere la bestiola morta.
Mi aspettavo quasi che dal taglio uscisse uno sbuffo d'aria;
invece l'interno si rivel fin troppo semplice, con gli organi
chiaramente riconoscibili: cuore, fegato, stomaco, cervello.
Presi appunti, trattenendo la mia delusione, e attesi con ansia
la fine del semestre, quando avremmo sezionato un maiale.
Da otto anni attendevo quel giorno, o almeno cos credevo.
Divenne via via pi facile nascondere la mia infelicit
sotto quella nuova grinta da cui mi sentivo animata. E con
il passare del tempo cominciai a sviluppare una convinzione:
pi vedevo cadere le persone intorno a me, e pi dovevo
innalzarmi, per una sorta di compensazione. Forse dipendeva
tutto da quanto era accaduto quel giorno di tanti anni
prima, quando avevo assistito all'attacco di cuore di mio
padre e avevo aggirato il dolore grazie alla mia risolutezza.
O dal fatto che mamma e Teddy sembravano costantemente
in pericolo mentre io me ne stavo a guardare. O forse,
semplicemente, sapevo di non poter cancellare i ricordi, e
di dover imparare a chiuderne fuori alcuni, se volevo mantenere
il mio equilibrio. Per tutti questi motivi, e probabilmente
per tanti altri che non saprei nominare, mi aggrappai
a quello che sembra essere il rimedio dei giovani al dramma
della perdita: avrei cercato di vincere. Tutto. Sempre. Era cos semplice.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Avevo continuato il mio volontariato presso il Brigham and
Women's Hospital per tutti gli anni delle superiori, in modo
da poter affermare con una certa credibilit che il mio
progetto di diventare cardiologo poggiava su basi solide.
In una fredda mattina d'inverno, al terzo anno, una donna
entr al Centro Trasporti, presentandosi come la dottoressa
Sally Orchuk, e spieg che desiderava portare con
s un volontario in chirurgia. In seguito, mentre salivamo
all'ultimo piano in ascensore, mi confid di aver frequentato
Wellesley (classe 1973) e di aver saputo dall'ufficio volontari
che ero un'ottima studentessa, e che ero interessata
a quel college.
Togliti il braccialetto mi disse al nostro primo incontro.
Solo di recente avevo cominciato a portare il bracciale
di mia madre, nel tentativo di convincermi che il mio lavoro
l'avrebbe resa orgogliosa. Abbassai gli occhi sul gioiello
senza capire. Un chirurgo non indossa gioielli disse con
un sorriso provocatorio. E poi aggiunse, raddrizzandosi
in tutto il suo metro e ottanta porta sfortuna. Lo slacciai
e lo lasciai cadere in tasca.
Quell'estate mi permise di assistere ai suoi interventi;
l'autunno successivo, durante il corso di sezionamento (eravamo
arrivati ai topi e ai gatti), avevo in mano la tanto attesa
lettera di accettazione a Wellesley, insieme a un sostanzioso
aiuto finanziario. Pap afferm che era destino, che
Rose Kennedy mi stava ricompensando per tutte quelle visite
alla sua casa. Per un attimo provai nostalgia per quel
periodo della mia infanzia, quando ancora non sapevo che
il dolore era ben altro rispetto alla costante tristezza di mia
madre, cui riuscivo a passare sopra con tanta facilit. Da
parte mia, provai a obiettare che Rose non era n una divinit,
n un'entit che sorvegliava quanto accadesse all'83 di
Beals Street, ma pap liquid i miei commenti come avrebbe
fatto con una mosca fastidiosa. Non hai idea di quello
che sta facendo per te disse, quasi non mi rendessi conto
del madornale errore di giudizio che stavo commettendo.
Tre settimane prima della giornata di orientamento a
Wellesley, si tenne un torneo per le future matricole che
volevano disputarsi l'unico posto disponibile per le studentesse
del primo anno nella squadra di tennis. Rimasi sorpresa
di trovare oltre due dozzine di ragazze al Longwood
Cricket Club, un centro sportivo situato a soli dieci minuti
da casa mia. Ciascuna di noi si finse disinteressata nei
confronti delle altre, ma non mi ci volle molto per scoprire
che c'erano tre ragazze di New York, una dell'indiana e
una del Giappone. I suoi genitori erano volati l con lei per
il weekend, per assistere alla sua competizione.
Era la prima settimana di agosto, e quell'estate eccezionalmente
calda e umida volgeva ormai al termine. L'aria era
densa e pregna d'acqua, tanto che era difficile respirare, e
nel pomeriggio un lieve alito di brezza mise a tacere giocatrici
e spettatori, con i leggeri sbuffi d'aria che non ci portavano
sollievo quanto piuttosto ci costringevano a prestare
attenzione a quel poco fiato che ancora avevamo nei polmoni.
Rimasero quasi tutti fino alle partite finali, che mi
videro fra le quattro protagoniste. Nell'ultimo incontro dovevo
sfidare Jun Oko, la ragazza giapponese.
Superava il mio metro e settantadue, e immaginai che a
Tokyo dovesse essere considerata altissima. Portava la visiera
calata sugli occhi, nonostante il sole fosse ormai basso e
a giocare nella met campo in ombra ci fossi io, che riuscivo
a vedere soltanto la sua bocca, larga e fissa in un'espressione
accigliata. Dovevamo iniziare il primo set ed ero io
al servizio. Ero pronta, ma aspettai che la brezza mi rinfrescasse
un pochino la pelle. Oltre la rete, mi sembr di vedere
Jun irrigidirsi nel cogliere la mia esitazione. Non attesi
oltre; se non l'avesse notata lei, l'avrebbe fatto mio padre.
Da un po' di tempo osservava le mie partite con l'attenzione
con cui altri uomini avrebbero atteso di conoscere il risultato
di una scommessa.
Feci partire il servizio, che Jun mi risped con un movimento
tanto veloce e spontaneo da risultare quasi offensivo.
In quell'istante capimmo entrambe che avrebbe potuto
farmi correre senza alcuna difficolt, ma non si disturb a
farlo. Scaraventai la palla nella sua met campo, ad almeno
tre metri da lei e a un paio di centimetri dalla riga di fondo
campo. Anche questa volta ebbe una reazione curiosa; fece
un affondo per prenderla, ma non vi si avvicin nemmeno.
Sapevo che poteva giocare meglio di cos. Un pensiero
mi attravers la mente: forse mi aveva concesso volutamente
quel punto per scusarsi dell'iniziale condiscendenza. Non so
perch mi venne un'idea del genere, non riuscivo nemmeno
a vedere la sua espressione. E non la conoscevo. Ma c'era
qualcosa nel suo atteggiamento, e nell'estrema cura con
cui stava ad attendere tra un punto e l'altro, che m'indusse a
credere che si stesse sforzando intenzionalmente di perdere.
Mi concentrai sui suoi capelli scuri, non potendo vedere
altro. Trovavo irritante il modo in cui m'impediva di vedere
la sua espressione, quasi fosse troppo forte per considerarmi
un'avversaria, o quasi volesse nascondere qualcosa.
Rispose al mio successivo servizio con tanta forza da non
darmi alcuna possibilit di ribattere, anche se ci provai. Era
una mia pessima abitudine, come giocatrice: quando m'innervosivo,
tendevo a scattare come un animale spaventato.
Sapevo che mio padre sperava pi che mai che vincessi.
Niente lo emozionava pi di una vittoria contro un'avversaria
nettamente pi forte. Le pi recenti tra le sue cotte
colossali riguardavano le figure di leggendarie outsider che
erano riuscite a ottenere importanti vittorie a tennis: Nate
Winkles agli U.S. Open nell'85; Anna Treblenka a Wimbledon
nel '90. Adorava farmi la cronaca di quegli incontri,
e andava avanti finch glielo permettevo. Risposi al colpo
successivo di Jun, quando sentii il primo vago rimbombo
di un tuono. Lo ignorai, ma mancai la palla successiva.
Le foglie dei castagni che orlavano il campo cominciarono
a sussurrare, e un rombo pi fragoroso segu al primo.
La pioggia non mi preoccupava affatto, ma sapevo che
avrebbero sospeso l'incontro in caso di fulmini. Rinnovai
gli sforzi, ansiosa di recuperare e di farla correre, facendole
cadere quella dannata visiera. Ma lei raccolse la sfida e alz
il tono. Mi domandai se sentisse la partita quanto me,
se anche lei si rendesse conto che era la nostra prima esibizione
come studentesse di Wellesley. L'allenatrice in seconda
ci stava osservando, seduta da qualche parte sugli spalti,
ma durante il pomeriggio non si era mai fatta sentire, al
punto che c'eravamo quasi scordate di lei.
Il tuono seguente annunci una pioggia torrenziale. Gli
spettatori si alzarono tutti insieme, alcuni coprendosi la testa
con il dorso della maglietta, altri correndo per mettersi
al riparo. Li guardai dal campo, mentre la pioggia che cadeva
in diagonale mi sferzava il viso, scendendo nella scollatura
della polo. Jun mi stava osservando. Raccolsi la pallina
e lanciai, sebbene lei avesse abbassato la racchetta. Sembr
sorpresa, ma rispose.
L'arbitro corse in mezzo al campo e annunci che la partita
si concludeva l. Incontro sospeso! url, per poi correre
fuori di nuovo.
Pap era ancora al suo posto, e tentava di coprirsi con il
programma degli incontri. L'arbitro stava parlando con il
coordinatore, che era riuscito a portare un ombrello. C'erano
altri due spettatori, un uomo di origine asiatica e la
donna che lo accompagnava; i genitori di Jun, immaginai.
Erano l, seduti, come se fossero stati gli unici spettatori sin
dall'inizio. Come se la pioggia avesse lavato via tutto ci
che non era importante. Quei due, insieme, mi diedero l'idea
di essere pi forti di mio padre, che mi parve un povero
vecchio sperduto sugli spalti.
Non saprei dire perch io o lui restammo immobili, ma
dopo un attimo mi resi conto che Jun e la madre stavano
aspettando direttive dal capofamiglia. La donna non guardava
il marito; sedeva accanto a lui, paziente, e la sua immobilit
mi ricord subito quella di mia madre. Jun sembrava
riluttante ad abbandonare il suo posto. Alla fine suo
padre sollev una mano, e lei lasci il campo senza nemmeno
guardarmi. In quell'istante compresi che tra lei e i genitori
c'era una linea invisibile e indistruttibile.
D'un tratto vidi mio padre davanti a me. Ketzi, fa freddo,
siamo bagnati fradici. Si mangi le parole, quasi temesse
che si sarebbero bagnate anch'esse, se non ci fossimo
sbrigati. Entrammo nella clubhouse, dove si diede da fare
per trovarmi qualcosa con cui potessi asciugarmi; un attimo
dopo comparve un asciugamano, sorprendentemente
bianco e asciutto. Industrie Oko mi sussurr all'orecchio,
tamponandomi i capelli e fissando la famiglia giapponese
che si era materializzata dalla parte opposta del locale, mentre
tentavo di asciugarmi il viso. Dev'essere l'uomo pi ricco
di tutta Tokyo aggiunse, chinandosi su di me, e lascia
la figlia sotto la pioggia perch  convinto che abbia la vittoria
in pugno. Scosse la testa contrariato.
Il padre di Jun si volt. Guard negli occhi prima mio
padre e poi me. Lei e la madre andarono a metterglisi accanto.
Ci fissammo per un altro lungo momento, finch
lui non ci rivolse un inchino formale e sorprendentemente
elegante. Gli restituimmo la cortesia, un po' goffi. Poi il signor
Oko si volt, seguito dalla moglie e dalla figlia. Lo vidi
aprire un ombrello per tutti e tre, sotto la tenda dell'ingresso,
prima di andare. In autunno io e Jun cominciammo
a frequentare il college, ma ci saremmo incontrate di nuovo
solo un anno e mezzo dopo.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Tre settimane dopo il torneo di Longwood, al weekend di
orientamento di Wellesley, la pioggia non ci aveva ancora
dato tregua. Di l a quattro anni la maggior parte di noi si
sarebbe laureata sotto un altro acquazzone, e ho il sospetto
che molte avessero cominciato a considerare quei temporali
come un motivo d'orgoglio, come un atto della natura che
sembrava sottolineare la nostra forza collettiva. Ma non era
ben visto dire che il cielo avesse qualche influenza sulla nostra
vita: contavano solo le nostre capacit.
Quando passammo sotto lo striscione che ci dava il benvenuto,
superando l'ingresso del college, tirai fuori una
mappa da sotto una pila di opuscoli e libri, e guidai mio
padre al dormitorio Stone-Davis, una struttura vecchiotta
ai margini del campus, le cui finestre meridionali davano
sul lago. Mentre percorrevamo la strada principale in fila
con le altre macchine, non vedevamo che le luci dei freni
dell'auto che ci precedeva. Il portabagagli e i sedili posteriori
erano pieni delle cose che tutte noi credevamo ci sarebbero
servite per cominciare la nostra nuova vita lontano
da casa, quasi volessimo costruirci un'armatura con i nostri
effetti personali.
Quando giungemmo davanti all'entrata del dormitorio,
io e i miei genitori eravamo chiusi nell'auto calda e umida
da quasi un'ora. Aprii la portiera, come avevano gi fatto le
altre ragazze prima di me, cercando di sbrigarmi, ma eravamo
tutti e tre bagnati fradici, per non parlare dei miei bagagli,
e la salita della scalinata anteriore fu addirittura pi
faticosa e goffa di quanto sarebbe stata in condizioni pi
favorevoli. Una volta trasportate tutte le mie cose nell'atrio
principale, pap decise di andare a parcheggiare l'auto,
mentre io e mamma portavamo il primo carico su per le
scale e lungo tre corridoi, fino a raggiungere una stanza che
ottimisticamente poteva misurare tre metri per due. Sapevo
che le era costato uno sforzo enorme accompagnarmi quel
giorno, e che ci rimuginava da settimane. Forse, tenendola
occupata, sarei riuscita a dimostrarle quella gentilezza che
non avrei saputo riservarle in altro modo.
La mia compagna di stanza, Amy Wade, era gi l; almeno
cos pensai, vedendo quella ragazza bionda e minuta che
mi guard con un misto di aperta condiscendenza e di interesse.
Sorrisi, e come me mia madre; dovemmo sembrarle
identiche, mentre ci sforzavamo di mostrarci felici di conoscerla.
Amy restitu il sorriso, piuttosto divertita, prima
di sbraitare contro il padre che stava sistemando i suoi libri
sulla mensola superiore della libreria che ci saremmo divise.
Ges, pap, la mia compagna penser che voglia invadere
tutto lo spazio! Dovrebbe avere lei quella mensola, guarda
quanto  alta! Cristo! Riport il suo sguardo su di me con
un sorriso ancora pi ampio. Ho preso il letto di sotto, spero
non ti dispiaccia. E ho appeso il Matisse indic una grande
stampa con dei fiori e dei pesci. Trovo che stia bene su
quel muro. Mi guard per capire se volessi oppormi. Io fissai
la stampa, che dominava l'unica parete abbastanza grande
da accoglierla. Amy Wade si present, alla fine, guardandomi
mentre si accovacciava accanto a una scatola. Non
si disturb a darmi la mano, forse perch eravamo entrambe
ragazze, o perch sapeva di non aver bisogno di presentazioni
formali. Dal Wisconsin. Il suo sguardo suggeriva che fosse
al corrente che io non ero mai stata in Wisconsin.
Naomi Feinstein dissi. Da una casa in fondo alla strada
concluse per me mio padre, apparso in quel momento
sulla porta. Ridacchi della sua stessa battuta, osservando la
scena che aveva davanti. Solomon Feinstein disse, facendo
un passo verso il padre di Amy, piuttosto imbarazzato da
quando la figlia lo aveva rimproverato. Sol aggiunse, tendendogli
la mano. E lei  mia moglie, Theresa.
John Wade. Strinse la mano di pap, prima di sorridere
a mamma. Feinstein.  un cognome ebreo?
Amy gli diede una gomitata. Non  cos importante,
pa'. Tutte le scuole migliori sono multiculturali, ormai.
Lui annu a quel nuovo rimprovero, e torn a sistemare i
libri.
Mia madre  a casa spieg Amy, mentre studiava la
mia. Lavora quindici ore al giorno, non ce l'ha fatta a venire.
 vicepresidente della Procter and Gamble.
Mamma aspett prima di rispondere, quasi cercasse di
capire se doveva mostrarsi impressionata davanti a tale informazione
- e credo che l'avrebbe fatto, nel mio interesse.
Mi guard, ma io non le diedi alcun indizio riguardo
alla mia reazione, e la cosa sembr sollevarla. Stava cercando
di mettermi a mio agio, di lasciare che fossi io a decidere
il tono della giornata. Ne sarai orgogliosa disse a Amy.
E poi aggiunse, rivolta a me: Vuoi che ti prepari il letto?
Subito dopo aggiust il tiro. Cio potremmo tirare
fuori coperte e lenzuola e riportare a casa lo scatolone.
Guard il signor Wade. Vuole darci delle scatole da portare
via?
Ehi, sarebbe fantastico disse Amy. Abbiamo gi cominciato
ad ammucchiarle nel corridoio. Non so come riusciranno
a portare via tutta questa roba. Mamma aveva
raggiunto pap, e gli pos delicatamente la mano sul braccio.
Forse dovremmo lasciare sole le ragazze, cos che possano
sistemarsi gli disse.
Dalla sua espressione capii che si era aspettato di restare
molto di pi. Avr bisogno di aiuto disse, alzando la voce.
Poi mi guard. Hai bisogno d'aiuto, Naomi, vero? Ecco.
Apr lo scatolone con i libri. Lascia almeno che ti metta
l'Anatomia del Gray sulla mensola. Vorrai averla a portata
di mano. Si volt verso John Wade, che si era sforzato
di ignorarci dopo i saluti formali. Naomi diventer medico
annunci. Non preoccuparti, pap dissi io guardandolo.
Posso pensare da sola ai bagagli, quando ve ne sarete
andati. Il tempo  pessimo, dovreste tornare prima che
faccia buio. Lo vidi rattristarsi mentre pronunciavo quelle
parole. Vi accompagno dissi. Non piove poi molto fece
lui abbattuto. Infil la mano stretta a pugno nella tasca del
cardigan. Era vecchissimo, grigio-blu, con enormi bottoni
di finto bronzo. Be', vi accompagno comunque di sotto.
Devi disse il padre di Amy, solenne. Hanno regole severe
qui.
Pa', non durante il primo weekend, con tutti i genitori
in giro cantilen Amy. In quel momento un ragazzo alto
e muscoloso pass davanti alla nostra porta con uno scatolone
pieno. O con i fratelli o chi per loro aggiunse, rivolgendomi
un sorriso allusivo. Hanno regole riguardo a noi
padri? chiese pap.
Nessun uomo di et superiore ai dodici anni pu oltrepassare
la reception senza essere accompagnato recit a memoria
Amy. Era un estratto del regolamento tratto dalla Guida
di Wellesley, che ci era stata spedita a casa un mese prima.
Nessun uomo di et superiore ai dodici anni pu circolare
nei corridoi senza essere accompagnato da una studentessa
di Wellesley. Gli ospiti di sesso maschile non possono passare da
un piano all'altro senza essere accompagnati da una studentessa
di Wellesley. Sollev lo sguardo. La mente  una trappola
d'acciaio disse, picchiettandosi una tempia. Un gesto
che parve goffo persino a lei.
Nessuno disse nulla. Suo padre, in particolare, si tenne
occupato con la libreria, intento a osservare il proprio lavoro.
Amy si inginocchi davanti alla scatola dei libri che
aveva aperto, prese i pochi che rimanevano e si appoggi
su di lui, smontando e risistemando quello che aveva fatto.
Andiamo, pa' dissi, prendendolo per un braccio. Mamma
gli aveva messo la mano sull'altra spalla.
Abbiamo gi il tuo numero di telefono? chiese mentre
uscivamo dalla stanza. Probabilmente ci vorr qualche
giorno gli risposi. Il corridoio era gremito di studentesse
che continuavano ad arrivare, ed ero ansiosa di andarmene.
Mi sentivo vulnerabile, ferma in mezzo a tutta quella gente,
ma anche fieramente protettiva; mamma e pap erano
miei, e non dovevano subire lo scrutinio di estranei nervosi
e portati a esprimere giudizi troppo critici nei confronti del
prossimo: pap sarebbe apparso rudemente tenero, mamma
troppo rigida.
Andr tutto bene, pa' gli dissi, una volta giunti in silenzio
alla fine dei corridoi per uscire dalla porta principale.
Nel viavai di gente in mezzo al quale stavamo avanzando,
si apr un varco momentaneo. D'un tratto ebbi l'impressione
che non saremmo riusciti a salutarci come avremmo dovuto.
Ti voglio bene, pap. Lo strinsi in un forte abbraccio,
che sperai gli comunicasse molto di pi. Ti chiamer
appena avr un telefono. Lo abbracciai ancora, inspirando
l'odore di lana bagnata del suo vecchio cardigan. Ti
voglio bene, mamma. Abbracciai anche lei, che mi sorrise.
La sua pelle pallida sembrava sottile sotto la luce del lampadario.
Mi spostai appena, per vedere meglio la sua espressione.
Pap aveva lo sguardo arcigno. Forse anche loro, in
quel momento, pensarono che la nostra unica ricchezza fossimo
noi tre.
Pap mi abbracci un'ultima volta e poi la segu svelto.
 il tipo d'uomo che non capisce il senso di un addio;
 ancora sconcertato dall'idea che adesso io abbia una casa
mia, che abbia fatto esperienze che non ho condiviso con
lui. Dalla finestra accanto alla porta li guardai scendere lungo
il vialetto in pendenza, attenti a non scivolare; vista da
dietro, mamma sembrava ancora pi magra, e pap aveva
la camicia che usciva dai pantaloni. Fu orribile e al tempo
stesso spassoso guardarli andare via.
La prima settimana a Wellesley fu caotica e solitaria, e
quando arrivarono anche le studentesse pi grandi parve
esserci ancora pi motivo di sentirci sole: loro erano perfettamente
a proprio agio nel campus curato, molte di loro
immerse nelle proprie occupazioni e con una sicurezza
che sfuggiva alla mia comprensione. Guardandomi intorno,
mi resi conto che fuori dall'Adams High School, e dal
dominio di Anna Kim, il mondo delle mie coetanee sarebbe
potuto cambiare per me. Ma nessuna sembrava rispondere
ai miei sguardi.
Apparentemente, le matricole socialmente ambiziose
potevano aspettarsi al massimo qualche amicizia frettolosa
e disperata; le ragazze che legavano immediatamente
si muovevano in un regno spaventoso e inospitale. Erano
estasiate in modo aggressivo, quasi comico, ed erano in
minoranza. Io e Amy unimmo subito le forze non appena
ci rendemmo conto che nessuna delle due faceva amicizia
con tanta facilit, anche se il nostro non era certo un legame
basato sulla stima reciproca. Semplicemente stringemmo
il tacito accordo di aiutarci a vicenda a sopravvivere.
Cercavamo di trovarci a pranzo e a cena in mensa e, quando
non potevamo, fingevo di dover correre da qualche parte.
Mangiavo troppo in fretta, e l'insicurezza diventava un
vero e proprio groppo nello stomaco.
Quando spegnevamo la luce la sera, io fissavo il soffitto
bianco sopra di me con la sensazione di affondare: non solo
la solitudine mi aveva seguita fino a Wellesley, ma si faceva
addirittura pi minacciosa. Non so dire esattamente che cosa
mi fossi aspettata di diverso, ma il crescente senso di vuoto
mi teneva sveglia la notte. Mi mancavano i miei genitori,
ma le telefonate a casa erano sempre imbarazzate e insoddisfacenti.
Mamma mi salutava e mollava il telefono a pap,
da cui cercavo di sapere come stava. A sentir lui, mamma
stava sempre bene. Sapevo che non era vero, ma dovevo
credere che mi avrebbe informata, se ce ne fosse stato bisogno.
Non sopportavo l'idea di andare a trovarla, per timore
di non riuscire pi a venire via, cos nel weekend chiedevo a
pap di venire a mangiare al campus. All'inizio accett; poi
si rese conto che me ne stavo per conto mio e non salutavo
nessuno, e decise di lasciarmi i miei spazi. Non puoi fare
amicizia, se tuo padre ti sta sempre intorno.
Cos dipendevamo dal telefono, ma non eravamo abituati
a stare separati, o a comunicare usando solo la voce. I
suoi consigli cominciarono a ripetersi, e divennero apertamente
ottimisti. Mi diceva che dovevo solo conoscere le altre
ragazze ebree, e che dovevo rivolgermi all'Hillel, l'organizzazione
che riuniva gli studenti della mia religione. Sebbene
fossimo diventati ormai non praticanti, mano a mano
che io diventavo sempre pi competitiva e ossessionata
dall'istruzione e dallo studio, pap amava credere che,
quando mi fossi laureata e fossi andata a vivere per conto
mio di fronte a casa loro, avremmo ricominciato a osservare
saltuariamente lo Shabbat e le feste pi importanti. Lo
odiavo e lo amavo, per questo.
Pure, non avendo idee mie, misi alla prova il valore delle
sue. L'Hillel era un'organizzazione attiva, gestita da donne
caste e sicure della loro religione. Scrutai la folla intorno
a me, chiedendomi se qualcun'altra avesse una madre irlandese
cronicamente depressa, allevata secondo la fede cattolica,
e un padre israeliano e orfano di entrambi i genitori.
Anche se probabilmente non avrei discusso di argomenti
simili.
Una donna di Newton - la citt confinante con Brookline,
geograficamente e culturalmente - fu felicissima di conoscermi;
ma era tanto cordiale e semplice con il suo foulard
e la gonna lunga, quanto io apparivo sospettosa e insicura
con il mio vestito formale. Mi sentivo un pesce fuor
d'acqua, come immaginavo mi sarei sentita nel gruppo sociale
di una chiesa. Ero sola, chiusa in me stessa, come spesso
mi capitava nelle comunit ebraiche, e provavo un triste
conforto nel riconoscere i canti che avevo sentito da mio
padre, oltre alla sensazione di non essere adatta a quell'ambiente,
mentre invece avrei dovuto. L'Hillel tenne il mio
nome nella mailing list per i quattro anni successivi, anche
se per tutto quel tempo continuai a chiedermi se avessi realmente
il diritto o un motivo per fare una nuova visita all'organizzazione.
La sera, quando mi coricavo e non riuscivo a
dormire, pensavo al fatto che stavo tradendo tutti gli ideali
di mio padre, in tutti i modi possibili.
Cos, come sempre, mi tuffai a capofitto negli studi, e
stranamente cominciai a sentire di essere in buona compagnia.
In biblioteca, o nelle altre sale comuni, c'erano sempre
altre ragazze sole circondate da libri e appunti. Ed erano
loro a farmi andare avanti, nel bene e nel male. Far parte
di una comunit esclusivamente femminile accentuava il
confronto tra noi, e l'ispirazione. Persino quando ci incrociavamo
in uno degli innumerevoli corridoi tra gli edifici, ci
salutavamo di rado, arrivando addirittura a ignorarci. Cercai
anch'io di adottare la freddezza che vedevo intorno a me,
godendomi la strana eccitazione derivante da quell'atteggiamento
asociale che nemmeno io avevo osato adottare prima
di arrivare l. All'inizio, se vedevo un'altra studentessa che
veniva verso di me lungo un sentiero del campus, mi preparavo
a essere ignorata, ma entro pochi mesi cominciai a irrigidire
la mia postura e a godermi l'attesa di quella esplicita
scortesia da entrambe le parti. Era incredibile incrociare
un'altra ragazza della mia et, che frequentava il mio stesso
college, e fingere che non avessimo nessun motivo di salutarci.
Era una grande, potente bugia, fredda come l'inverno
in cui stavamo entrando, anche se talvolta aveva lo stesso
potere rinvigorente. In biblioteca mi sedevo al mio tavolo senza preoccuparmi del fatto che qualcuna mi chiedesse
di sedere con me. Studiavamo in silenzio, e il tragitto verso
il dormitorio era punteggiato da incontri con altre estranee
impassibili. Non eravamo navi nella notte; eravamo missili
diurni. E l'intera situazione era spaventosa, e crudele.
Per continuare a essere persone complete, venivamo
incoraggiate a unirci a gruppi, molti dei quali sembravano
interessati a definirsi per antitesi nei confronti della popolazione
del campus in genere o, nei casi pi fortunati,
nei confronti di un altro gruppo. Dopo le prime settimane
Amy mi convinse a fare un provino con lei per le Wellesley
Symphonettes, un coro a cappella. Allora ero ancora disposta
a credere che avrei potuto scoprire una passione o un talento
nascosti, o che quel luogo mi avrebbe rivelato un lato
di me che non conoscevo, cos le diedi retta.
Ed ecco la perversa realt: dei tre gruppi simili presenti
nel campus, le Symphonettes richiedevano che le candidate
si esibissero in una canzone e in una barzelletta. Quando
giunse il momento di raccontare una storiella, non riuscii
a ricordare quella che Amy mi aveva suggerito qualche ora
prima. Le ragazze dell'associazione erano sedute in fila davanti
a me, tutte sorridenti, come un affabile plotone d'esecuzione.
Mi sarei sentita meno intimidita se avessero aggrottato
le sopracciglia o si fossero schiarite la voce, mandandomi
via. Ma quei sorrisi stampati sui loro volti mi paralizzarono.
Sapevi che il provino prevedeva che tu raccontassi una
barzelletta? mi chiese in tono sommesso la vicepresidente.
Annuii.
Vedi intervenne poi la presidente in persona, noi vogliamo
intrattenere il pubblico. Una buona performance
non si ottiene solo con la parte musicale. Il pubblico vuole
divertirsi. Portava uno di quei rossetti che non avevo mai
avuto il coraggio di provare, sicura che mi sarebbe finito sui
denti. Ma su di lei era una perfetta cornice rossa intorno al
bianco candido del suo sorriso, quasi fosse stato applicato
con la massima cura da un clown professionista.
Durante il semestre di primavera mi ritrovai ad avere
una lezione alle otto e quindici della sera, e dovetti costringermi
ad andare a cena in mensa prima, e a tirar fuori la testa
dalla sabbia per cercare quelle amicizie che forse esistevano
l, appena al di fuori della mia portata. Una di quelle
sere mi armai di coraggio e andai a sedermi a un tavolo
con altre due ragazze pi grandi che non conoscevo; avevo
memorizzato quasi tutte le facce del mio dormitorio, ma a
quelle due non riuscivo a dare una collocazione: una era alta
con i capelli rossi, l'altra di media statura con i capelli
quasi neri e con un nasino minuscolo a forma di pera. Avevano
l'aria schietta ma tranquilla. La rossa mi disse il suo
nome, Heather, e quello dell'altra ragazza, Beth, e in breve
scoprii che era una specializzanda in letteratura inglese, ansiosa
di raccontare gli aneddoti pi infamanti sui professori della facolt.
Heather stava cominciando ad animarsi, quando un'altra
ragazza ci pass accanto con un foglio sopra la testa. Era
diretta a un tavolo dall'altra parte della sala, e il suo passaggio
suscit una scia di mormorii che ci indussero a osservarla.
Pochi minuti e i mormorii giunsero fino a noi. Jennifer
Seton, una bionda appariscente e piena di soldi iscritta
all'ultimo anno, apparve dal nulla e venne a sedersi con noi.
Sarah Stroeber  appena stata accettata a Yale, alla facolt
di giurisprudenza.  la seconda della nostra classe
quest'anno. E Mira ha ricevuto la lettera lo scorso fine settimana.
Questo significa che Ann Graber  fuori. Sembrava
perfettamente a suo agio nel comandare il suo pubblico.
'giorno, Jen disse Beth, mentre infilzava un boccone di
melone. Anna potrebbe ancora essere ammessa.
Jen chin la testa da un lato, alquanto divertita. Credo
avesse sperato proprio in una reazione del genere. Prendono
due studentesse di Wellesley ogni anno.
1988 replic Beth. Quattro.
1980. Soltanto una.
Non si tratta di una cazzo di equazione, Jen. Beth si
spinse i capelli dietro le spalle.  Yale. Fanno quello che
vogliono.
Stronzate. Jen allarg le mani sul tavolo. Quando la
Essex era preside, riceveva una chiamata dal rettore ogni
anno, il primo di novembre. Avevano un accordo.
La facolt di giurisprudenza di Yale non ha alcun interesse
a stringere accordi con direttrici progressiste.
Jen fece un sorriso affettato, rifiutandosi di abboccare.
 stata preside di Wellesley per dodici anni. Certo che
aveva una corsia preferenziale. Il rettore era ai suoi piedi.
S, be', adesso non c' pi. Quell'ultima affermazione
mise bruscamente fine alla conversazione, e fu seguita da
un silenzio carico di tensione. Avevamo appena perso la nostra
beneamata preside, Ann Peabody Essex, passata a un'universit
mista con un'ottima squadra di basket. Era come
se avesse mollato tutte noi. Ne sentivo la mancanza anch'io,
sebbene se ne fosse andata alcuni mesi prima del mio arrivo.
Adesso avevamo una preside ad interim che prometteva
bene, ma c'era stato qualcosa di cupo e di sospettosamente
misurato nel suo insediamento: i festeggiamenti erano stati
simili a un numero funambolico che fa seguito alla caduta
di un acrobata.
Be', a questo punto credo di essere fuori. La voce di
Heather si ud a malapena. Beth la guard per la prima volta
da quando Jen si era seduta al nostro tavolo, accigliata.
Hai fatto domanda anche tu? squittii. Domanda sbagliata.
Heather scroll le spalle.  solo un'universit comment.
Nessuna ha ancora avuto risposta da Harvard o Stanford
si affrett a dire Beth. Il viso scuro era teso, l'espressione
aggressiva.
Devo andare. Jen si alz. Scusa, Heather, non sapevo
che per Yale fossi in corsa anche tu. Heather fece una
smorfia, quasi fosse la cosa peggiore che avrebbe potuto dirle.
Jen si lisci la gonna, e il tessuto pesante obbed ai suoi
palmi come nessuno dei miei vestiti faceva. Ci si vede a
economia, Beth. Con questo, se ne and.
Sentivo di dover dire qualcosa, ad esempio che non mi
sarei mai seduta con loro se avessi saputo quello che sarebbe
successo. Heather era rossa come un peperone, e mi lanci
un'occhiata ironica. Non lasciarti convincere a entrare in
questa merda mi disse. Non ho mai voluto iscrivermi a giurisprudenza,
ma a quanto pare sono portata per questi studi.
Non credo che mi laureer in letteratura inglese feci
io. Frequento i corsi propedeutici a medicina.
Puoi provare entrambe le cose disse Beth senza guardarmi,
gli occhi ancora rivolti a Heather, le labbra arricciate.
Sei davvero portata le disse. Potresti anche aspirare al
mondo accademico.
S, ma gli avvocati fanno i soldi osserv Heather con
un sospiro. Mentre un professore non arriva ai quaranta
l'anno. S aggiunse sollevando una mano, impedendo
all'amica di ribattere, lo so che hanno prestigio. Si alz.
Devo rivedere gli appunti prima della lezione. Lieta di
averti conosciuta mi disse. Buona fortuna.
Beth la guard andare via. Yale era la sua prima scelta.
Non sarebbe dovuta andare cos, ma... Lo sguardo era ancora rivolto verso l'amica che se n'era andata. Il mio ultimo ragazzo  andato a Yale. Era un coglione mi raccont con un sorriso. Certo, lo sono quasi tutti i maschi sotto i quarantanni, ma lui era proprio un campione.
Una volta mio padre ha lavorato per una persona che ha frequentato Hastings azzardai. A San Francisco cinguettai, e la mia voce suon falsa persino alle mie orecchie.
Ha detto che era grandiosa.
Le studentesse di Wellesley non vanno a Hastings, tesoro.
Il melone era quasi finito. Beth stava giocherellando con la tazza sporca del caff, che aveva gi bevuto con pochi, lunghi sorsi. Se non sei fra le prime tre, non hai voce in capitolo. Puoi solo pregare per un buon internato al primo anno. Pos la tazza sul vassoio, decisa, e poi mi guard.
Ti trovi bene qui da sola? mi chiese.
Quella domanda mi colse di sorpresa. Non mi ero aspettata tanta gentilezza. Annuii in silenzio, con un nodo alla gola. Il primo anno  duro aggiunse. Il secondo andr meglio. Buona fortuna. Si alz e se ne and.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Il resto del primo anno fu una sequenza infinita di lezioni e
ore di studio. Ero entrata tra le riserve della squadra di tennis,
ma non fui mai convocata. Il carico di lavoro che mi
autoassegnavo non mi permetteva di andare spesso a correre;
inoltre pi studiavo, pi mi sentivo solo un cervello,
una mente completamente separata dagli interessi del corpo,
che era in grado di badare solamente ai bisogni pi elementari.
Mi allenavo quando ne avevo il tempo, ma pi
che uno sfogo cominciava a diventare un obbligo.
L'estate la trascorsi a casa, ma cercai di fare pi ore possibili
al Brigham and Women's Hospital. Spesso, quando
prendevo la metropolitana per rientrare, al tramonto se
non pi tardi, mi sedevo e guardavo scorrere il paesaggio
fuori dal finestrino, dimenticandomi l'ora, la stagione, tutto.
Mia madre non era affatto migliorata, e mio padre faceva
quello che poteva per consentirmi di fuggire da casa.
Evitarli era molto pi facile che affrontare la mia apparente
incapacit di cambiare la situazione. Quando, in autunno,
tornai a Wellesley per cominciare il secondo anno, mi
domandai se fossi mai stata via.
Amy mi aveva convinta a propormi come assistente interna,
come lei, cos avremmo potuto ambire a una delle
stanze, decisamente pi grandi, riservate al personale. Sembr
dare per scontato che saremmo state ancora compagne,
sebbene la nostra amicizia non fosse esattamente decollata.
Pensavo che si fosse legata a me perch nemmeno lei era
molto abile a farsi delle amiche. Tante studentesse di Wellesley
sembravano non riuscire a intrattenere un rapporto disinvolto
con il mondo circostante; probabilmente molte di
noi non erano state capaci di inserirsi dove invece altre non
avrebbero fallito. E avremmo impiegato un po' di tempo a
capire perch avevamo bisogno le une delle altre.
Ero certa che io e Amy non saremmo mai state invitate
a far parte del comitato del personale interno, a causa della
mia eccessiva diffidenza e del suo carattere brusco, ma evidentemente
quell'anno non dovevano esserci state molte richieste.
La nostra nuova stanza era sempre affacciata sul lago,
ma era grande quasi il doppio della precedente, ed era
al secondo piano. Quell'anno solo tre studentesse vennero
a chiederci aiuto, tutte preoccupate dalla media dei voti.
I miei corsi riguardavano perlopi l'ambito medico, ma
la mia consulente m'invit ad allargare la mia selezione. Il
professor Sanders, l'insegnante di scrittura del primo anno,
aveva elogiato la mia capacit di analizzare testi, e mi aveva
raccomandata per il corso su Shakespeare del professor
Pope, che seguii durante il semestre autunnale. Le lezioni
scorrevano veloci e appassionanti, e per la prima volta dopo
tanto tempo cominciai ad amare non solo quel che mi veniva
insegnato, ma anche il piacere stesso di studiarlo. Il professor
Pope era un uomo controcorrente e altezzoso che disprezzava
la letteratura contemporanea, ma sembrava essere
schietto e onesto. Mi piacque subito, e alla fine del semestre
gli consegnai il mio compito migliore, almeno a parer mio:
era un'interpretazione di Misura per misura, in cui suggerivo
che il duca travestito fosse un personaggio sovversivo, da
biasimare pi del corrotto Angelo. Un'opinione da giovane
arrogante quale ero. Pope non fu affatto d'accordo, e mi
diede B meno meno. Ci rimasi molto male, e andai a cercarlo
durante l'orario di ricevimento per discuterne con lui.
Su una parete aveva un poster malconcio del Globe, che
chiunque si fosse trovato a passare davanti alla finestra opposta
poteva vedere. Era un ometto basso di statura, e pi
anziano di quanto mi fosse sembrato in aula. L'abito severo
di tweed marrone era pi una sorta di armatura che una
divisa professionale: sembrava sostenerlo, quasi rischiasse di
collassare non appena se lo fosse tolto.
 una tesi folle afferm con una smorfia, che non ho
mai sentito in tanti anni di vita accademica. E con folle non
intendo dire che sia brillante si appoggi alla scrivania, in
piedi come me, bens che  priva di fondamento, assolutamente
oltraggiosa. Angelo  uno dei personaggi pi spregevoli
dell'opera di Shakespeare. Lei non pu paragonare le
lievi debolezze del duca alle azioni di un uomo che cerca di
ricattare una religiosa. Aveva in mano il mio compito, che
per non stava guardando.
Ma il duca permette ad Angelo di minacciare Isabel
senza interferire ribattei. Il riscaldamento nell'ufficio era
troppo alto e io non mi ero tolta il giaccone; mi domandai
se il professor Pope percepisse il mio disagio. Non  disposto
a rivelare la propria identit per punirlo. Eppure sa
che dovrebbe. A me sembra cattivo quanto Angelo, se non
di pi.
Oh, non c' dubbio che sia un personaggio losco. Era
cos divertito che per poco non si mise a ridere. Quel contrasto
lo eccitava, dandogli la possibilit di condividere tutta
la conoscenza enciclopedica che gli saturava il cervello.
Ma non c' niente che sostenga la sua argomentazione.
L'opera non lascia intendere che il mancato intervento
sia peggio della minaccia di stupro o del non voler mostrare
clemenza verso una vita innocente. Uno studioso deve sempre
affidarsi al testo, signorina Feinstein, se non vuole imbarcarsi
su una nave destinata ad affondare.
Credevo di averlo fatto.
No, invece. Ancora in piedi, incroci le gambe. Gli
esempi che porta sono deboli, i ragionamenti poveri. Aveva
ragione. Avevo sperato di impressionarlo con la mia
creativit, ma in fondo avevo saputo fin dall'inizio di aver
osato troppo. Mi resi conto che dovevo essere diventata paonazza.
Avrei dovuto darle un voto pi basso, ma il suo
tentativo mi ha divertito. Il suo sorriso si addolc, rendendo
la sua espressione pi comprensiva. Mi domandai quante
studentesse si mettessero a piangere in quell'ufficio. In
quel momento rientrare in tale categoria mi parve la cosa
peggiore che potesse capitarmi.
Non si faccia un cruccio per quel doppio meno. Quando
parl, mi accorsi che dovevo essere rimasta in silenzio
per qualche minuto. Una volta ho dato una B con diciassette
meno. Non aveva smesso di sorridere. Sollevai lo
sguardo e mi lasciai andare a una risata che risuon in tutto
l'ufficio. Mi guard con aria interrogativa, e in un istante
tornai a provare il terrore di mettermi a piangere.
D'accordo dissi, mentre rimettevo le mie cose nella borsa.
Non si disturbi a riscriverlo fece lui. Non pu recuperare
in alcun modo. Gett il mio compito sulla scrivania l
accanto. Si concentri sul testo dell'esame finale, e vedremo
che cosa sar in grado di fare. Se devo basarmi sui suoi commenti
a lezione, posso dirle che ha una buona capacit di lettura.
Prov a incoraggiarmi con un sorriso, che per risult
alquanto affettato. Buona fortuna, signorina Feinstein.
Grazie mormorai. Incespicando, uscii dall'ufficio.
Trattenni il fiato, sperando di ricacciare le lacrime. Dentro
di me qualcosa cominciava a diventare pi chiaro... una sicurezza
di cui avevo un disperato bisogno, ma che non trovavo
il coraggio di affrontare. Un'altra ragazza stava aspettando
fuori dalla porta: Jenna Lieberman, una tipa intelligente
e alla mano che per un po' avevo considerato come
una potenziale amica. Mi sorrise. Tenni la testa bassa e le
passai accanto; uscii di corsa e non riuscii pi a trattenere
le lacrime. Mi resi conto di averla snobbata, e provai un'umiliazione addirittura peggiore.
Nonostante la borsa pesante, superai il dormitorio e scesi
al lago. Dicevano che avremmo avuto l'inverno pi freddo
degli ultimi quattordici anni. L'inizio di ottobre aveva
portato due gelate, e durante il semestre il lago era ghiacciato
per met. Le foglie erano passate rapidamente ai toni
brillanti dell'arancio e del rosso per poi cadere, e gli alberi erano ormai spogli.
Il lago Waban  un luogo di villeggiatura noto a molti
residenti della zona e famoso per le passeggiate. Ma a causa
del freddo improvviso non c'era quasi nessuno. Attraversai
un boschetto, troppo sconvolta per cercare un vero sentiero,
e avanzai pesantemente tra gli alberi finch non mi
ritrovai su quello principale, che seguiva il perimetro del
lago. Lasciai cadere la borsa, senza preoccuparmi del fatto
che qualcuno potesse trovarla, cosa che peraltro mi parve
abbastanza improbabile. E continuai a camminare veloce,
schiacciando i rami morti e gelati sotto i miei piedi, lo
sguardo rivolto a terra. C'erano due ragazze davanti a me.
Avrei voluto che sparissero, e cercai di non sentire le loro
voci. Gli camminai dietro per circa mezzo chilometro,
finch mani e orecchie non cominciarono a dolermi per il
freddo. Era passato troppo tempo dall'ultima volta che avevo
camminato a quella velocit, ed era una bella sensazione,
come quella notte dopo la partenza di Teddy, quando ero
scesa in strada solo per mettermi a correre. Mi rammaricai
soltanto di non essermi cambiata le scarpe.
Non so che cosa m'indusse a sollevare gli occhi in quel
momento, ma ecco la scena che mi si present: una delle
due ragazze era ancora sul sentiero, mentre l'altra stava
camminando sulla superficie ghiacciata del lago, ed era gi
a quattro o cinque metri dalla sponda. Mi fermai, come se
fossi andata a sbattere contro un muro di pietra: d'un tratto
la mia mente si rifiut di dare un senso a quello che stavo
vedendo. La ragazza davanti a me aveva la bocca spalancata:
sembrava inchiodata a terra, quasi temesse che il suono
della sua voce avrebbe potuto rompere lo strato di ghiaccio
sotto l'amica. Senza rendermene conto, mi misi a urlare.
Entrambe si voltarono a guardarmi. La ragazza in mezzo
al lago mi sorrise, prima di girarsi per fare un altro passo.
L'altra, finalmente, cominci a gridare: un urlo selvaggio
che non aveva nulla di umano, e che si affievol quando
il ghiaccio cominci a creparsi, come se una frusta si fosse
abbattuta sul lago. La prima si accovacci, cercando di
abbassare il baricentro per mantenersi in equilibrio sulla lastra
che si muoveva. Un attimo dopo era finita sott'acqua.
Rimasi pietrificata. Non so quanto tempo dur, ma non
riuscivo a muovermi. Poi cominciai a correre. Le raggiunsi in un baleno.
L'amica stava gi cercando tra i rami sotto i nostri piedi.
Trova un ramo, un bastone, qualcosa. Le nostre mani
si muovevano frenetiche. Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, merda
imprec lei, mentre il tempo passava con una lentezza e
una rapidit insopportabili. Trovai un ramo piuttosto lungo
e resistente, sepolto sotto le foglie bagnate, e cominciai a
tirarlo. D'un tratto mi ritrovai accanto la ragazza, per darmi
una mano. L'amica in acqua era riemersa due volte, ma non
aveva emesso alcun suono. Non riuscivo a guardare nella
sua direzione, era come fissare i fari di un treno dai binari.
Lascia fare a me mormor l'altra, quando liberammo
il bastone. Lo tenne davanti a s mentre si voltava verso la
distesa di ghiaccio. Stenditi a pancia in gi! le urlai, correndole
dietro. Io ti tengo per i piedi.
Aggrappati! grid lei all'amica in acqua, anche se la testa non si vedeva pi.
Un minuto dopo la ragazza riemerse e cerc di afferrare
il ramo, che per era storto a quell'estremit, e con
quell'angolazione temetti che potesse spingerla di nuovo
sotto. In qualche modo, per, riusc nell'impresa, e noi cominciammo a tirare.
Non so che cosa sarebbe potuto succedere, se non avessimo
afferrato quel ramo con tutte le nostre forze. Incredibilmente,
riuscimmo a tirarla a riva. Non appena il busto
fu completamente fuori dall'acqua, l'amica gett via il bastone
e la prese sotto le braccia, e io la aiutai a tirarla a riva.
Il ghiaccio sotto di noi era ingannevolmente opaco. Trascinammo
quel peso morto sulla sponda. La ragazza congelata
si fece strada con le mani per terra, quando fu abbastanza
vicina, ma non riusc ad alzarsi in piedi. Tirala su, tirala
su mi ripeteva l'amica. Cercai di aiutarla, ma era pesante,
fredda; mi dissi che era solo colpa del ghiaccio, dei vestiti
bagnati e dello shock che aveva subito.
La sollevammo e riuscimmo a riattraversare il bosco,
sbuffando per l'aria gelida e per lo sforzo. Entrammo nell'edificio
pi vicino, Tower Court, dove urlammo alla ragazza
di turno alla reception di chiamare un'ambulanza. Le ci
volle un secondo per capire quello che le stavamo chiedendo,
e un altro per venire a darci una mano, tenendo il maglione
ben aderente al corpo per non bagnarsi. Eravamo
fradice tutte e tre, al punto che dovette pensare che fossimo
cadute in acqua insieme. All'arrivo dell'ambulanza mi
sedetti su una sedia nella sala comune, inebetita, e dopo un
po' mi resi conto che doveva essere passato parecchio tempo,
perch i miei vestiti erano quasi asciutti, e il lato sinistro
del mio corpo - quello con cui avevo sostenuto la ragazza
- era appena umido, quasi appiccicoso in quella stanza
calda. Solo il polsino del giaccone era ancora bagnato.
L'amica si era lasciata cadere sulla sedia di fronte, e aveva gli occhi chiusi.
La guardai un momento: la riga che divideva i capelli
lisci, i jeans strappati, gli scarponi pieni di fango. Provai
a immaginare da dove venisse, in quale stato si trovasse la
sua casa. Ancora non me la sentivo di andarmene. Avevo
assistito a qualcosa che certo non aveva scelto di mostrarmi,
e quella scomoda consapevolezza mi teneva inchiodata
alla sedia, per non attirare l'attenzione su di me e sul motivo della mia presenza l.
Stai bene? le chiesi, alzando la voce quanto bastava per farmi sentire da lei.
 una maledetta idiota rispose, senza aprire gli occhi.
Annuii. Mi dispiace dissi. Forse... Sapevo che le mie parole sarebbero suonate goffe. Forse trover qualcuno che la aiuti. Quando la dimetteranno dall'ospedale. Sono sicura che star bene. Non ci credevo nemmeno io, e quel dubbio mi lacer lo stomaco, costringendomi a circondarmi il ventre con le braccia. La ragazza sollev le palpebre solo per guardare fuori dalla finestra. Star bene ripet, quieta.
Annuii. Sarebbe stato un buon momento per andare via, ma non lo feci.
Lei si gir verso di me, le labbra incurvate in un mezzo sorriso. Adesso mi stava guardando dritto negli occhi, con un'espressione amichevole, come se potesse cancellare tutto quello che era successo prima con la sola forza della volont.
D'un tratto si alz. Senti, io devo andare. Vieni a berti un caff con noi domani sera. Lei sar uscita. Io mi chiamo Julie Abrams. Prese un foglietto da un tavolino l accanto e mi scrisse il suo numero. Chiamami, sarai nostra ospite.
Adesso devo andare, ho lezione tra dieci minuti. Mi ringrazi.
Scossi la testa per dirle che non ce n'era bisogno, ma lei stava gi correndo fuori. Un attimo dopo infil di nuovo la testa nella porta. Dimenticavo, come ti chiami? La ragazza alla reception spost lo sguardo da lei a me.
Naomi le urlai.
Non ci credo.
Giuro. Scosse la testa e la abbass, prima di salutarmi con la mano. Un istante e se n'era andata.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Non ricordo di aver parlato con nessun altro fino al pomeriggio
successivo. Era un sabato. Amy, che aveva ufficialmente
deciso di laurearsi in astronomia ed economia, aveva
laboratorio il venerd sera, e quasi tutte le mattine io uscivo
prima che si svegliasse. Il sabato tornava in laboratorio per
fare da tutor a qualche altra studentessa. Quella mattina feci
un po' di ricerche per un compito che avrei dovuto consegnare
in settimana, e di ritorno al dormitorio presi qualcosa
per pranzo e poi lavorai qualche ora, nell'attesa - per
nulla ansiosa - che tornasse anche Amy. Sollevai gli occhi
dai libri poco dopo le quindici, allungai i muscoli del collo
e mi chiesi quanto freddo facesse fuori. Nel dormitorio regnava
il silenzio e c'era odore di chiuso. Fissai oziosamente
il telefono, come avevo gi fatto diverse volte dalla sera
prima, quando mi ero domandata - finalmente calma, calda
e asciutta - se gli eventi di cui ero stata testimone erano
accaduti realmente, o se erano solo il risultato della mia
fervida immaginazione. Avevo visto una ragazza camminare
su un lago ghiacciato, sorridermi e cadere in acqua. Avevo
osservato la sua amica mentre tentava di salvarla, e l'avevo
aiutata a trascinarla a riva. E in quel momento mi resi
conto che le avevamo salvato la vita.
Dal telefono spostai lo sguardo verso la finestra. Il cielo
era grigio. Amy sarebbe rientrata da un momento all'altro.
Mi vidi sospirare, chiusa in quella stanza. Detestavo sentirmi
bloccata, insicura sul da farsi. Che cosa c'era di tanto
grave, mi avrebbe chiesto Amy. Detestavo ammettere anche
con me stessa che ero diventata timida e impacciata come mai in vita mia.
Vidi girare il pomello della porta, e un istante dopo entr
Amy, accigliata. Si gela... neanche la tetta di una strega
potrebbe essere pi fredda borbott. E stasera ho di nuovo
laboratorio. Quell'idiota a cui faccio da tutor non  riuscita
nemmeno a localizzare Cassiopea su una mappa delle stelle.
Cassiopea? Non era la dea della vanit, o qualcosa del genere? E facile da trovare?
Amy mi stava guardando in cagnesco. Cassiopea, Naomi?
La W di Wellesley? Dio. A volte mi domando dove hai la testa.
Gi. Non mi ero resa conto che nel nome Wellesley ci fosse anche una costellazione. Sospirai, ma lei non mi prest attenzione.
Aveva le guance chiazzate di rosso, le occhiaie giallastre.
Io ordino una pizza disse bellicosa, voltandosi a guardarmi.
Ti va? Sapevo che un rifiuto l'avrebbe fatta infuriare.
Quando era di quell'umore, pretendeva che tutte le attenzioni
fossero rivolte a lei, principalmente per poterti ribattere
con qualche allusione sardonica.
Ho altri progetti dissi, distogliendo lo sguardo e alzandomi.
Per un minuto non mi rispose. Con un ragazzo? quasi
grid poi. Non sapevo ne conoscessi qualcuno.
La fissai, mentre mi chiedevo se si rendesse conto di
quanto sapeva essere sgradevole.
No. Mi vedo solo con delle amiche per un caff. Mi
fiss ancora un momento, poi sbuff e cominci a togliersi
giaccone e sciarpa. Presi il telefono: il foglietto di Julie si
era bagnato a tal punto che dovetti cercare il numero sull'elenco.
Amy continu a osservarmi mentre tenevo il ricevitore
contro il petto; impossibile non notare il suo silenzio.
Dopo due squilli qualcuno rispose.
Julie. La voce all'altro capo del telefono era molto formale, forse per prendere in giro l'interlocutore. Le dissi chi ero, sentendomi subito come una goffa ragazzina che chiama il suo primo amore.
Naomi! esclam. In sottofondo sentii un fruscio. Mi costrinsi a lasciar andare il filo che stavo attorcigliando tra le mani, ma Julie cominci a parlare senza darmi la possibilit di chiudermi ulteriormente nel mio silenzio. Raggiungici all'Hoop tra mezz'ora. Suon pi come un ordine che come un invito.
Non ero mai stata all'Hoop, la caffetteria gestita da studentesse nel seminterrato dello Schneider Student Center; era un posto frequentato da artiste e studentesse degli ultimi anni, ragazze che in generale sembravano avere una vita
completamente diversa dalla mia. Julie riappese senza darmi il tempo di farle un'altra domanda. Mi aveva gi dato l'impressione di essere il tipo che sfugge alle conversazioni un attimo prima che giungano a conclusione.
Mi misi giaccone e cappello e uscii con la sciarpa ancora
in mano, evitando di incrociare lo sguardo di Amy. Ciao
dissi, sbattendo la porta e avviandomi svelta lungo il corridoio.
Era un pomeriggio incredibilmente freddo. Sapevo che
non sarei riuscita a scaldarmi nel tragitto tra il dormitorio
e il centro, cos accelerai il passo, stringendomi nel giaccone.
Notai, sorpresa, che il polsino sinistro era ancora completamente
fradicio; lo scrollai, e poi feci il pugno dentro le
maniche, rannicchiandomi nelle parti pi asciutte.
L'entrata dell'Hoop era in fondo a una breve rampa di
scale. C'era una sola porta, e l'ingresso era dominato dal
bancone delle ordinazioni - un semicerchio di pietra piuttosto
alto - con la lavagna su cui campeggiavano le offerte
del giorno scritte con gessetti colorati. Vari dolci pi o
meno sofisticati erano in bella mostra in grandi vasi di vetro
chiusi da un coperchio: biscotti, chicchi di caff rivestiti
di cioccolato. Pensai che avrei dovuto ordinare qualcosa,
nel caso fossi stata in anticipo o nel caso le due amiche non
si fossero presentate, ma il caff non mi piaceva. Scelsi una
cioccolata calda prima di avere il tempo di pensare a qualcosa
che mi avrebbe fatto sembrare pi in.
Non c'erano appendiabiti dove lasciare il giaccone e,
quando presi la cioccolata dalla ragazza alla moda che stava
dietro il bancone, che non mi degn neanche di uno sguardo,
per poco non mi bruciai le mani. Faceva molto caldo,
adesso il polsino era solo leggermente umido. L'Hoop comprendeva
quattro stanze comunicanti separate da passaggi
ad arco, e ricordava una caverna sotterranea. Mi chiesi che
cos'avessero ospitato quei locali prima della caffetteria.
Julie era gi seduta nella stanza alla mia sinistra, quella
immediatamente accessibile, nonostante fosse anche la
pi interna; doveva trovarsi sotto il centro dell'edificio. Era
la zona pi tranquilla, dove le ragazze conversavano sommessamente.
L'amica quasi annegata era con lei, e mi dava
le spalle. Non mi ero resa conto di quanto fosse alta, me
ne accorsi solo quando si volt per salutarmi, attraversando
mezza stanza e stringendomi la mano come avrebbe fatto
un uomo, prima di serrarmi in un abbraccio vigoroso.
Mi dispiace, non avrei voluto spaventarti tanto mi disse,
tirandosi indietro. Ma sto bene, vedi? Sono forte come
un toro. Eravamo in piedi accanto al loro tavolo. La sua
accoglienza mi aveva colta di sorpresa. Non riuscivo a ricordare
l'ultima volta che qualcuno mi aveva abbracciata con
tanta spontaneit.
Julie rimase seduta e mi sorrise. Naomi, lei  Ruth disse
indicandomi l'amica. Ruth, Naomi.  davvero il tuo
nome? chiese Ruth, ancora in piedi, con un sorriso stampato
sul volto. Credevo che Julie se lo fosse inventato.
Oh, no, ne sono piuttosto sicura. Rise, ed ebbi l'impressione
che avrebbe riso comunque, qualunque cosa avessi
detto. Presi l'ultima sedia disponibile, mentre Ruth si sedette
tra me e Julie, volgendo di nuovo le spalle alla porta.
Ebbi la sensazione che mi avesse tirato fuori la sedia da sotto
il tavolo, anche se probabilmente fu solo la mia immaginazione,
stimolata da quella calda accoglienza.
Sai mi disse, ho sempre amato il discorso di Ruth a
Naomi. Ma mai avrei pensato di trovare una Naomi a cui
rivolgerlo. Mi prese la mano. Sorpresa, fui tentata di liberarmi,
ma riuscii a trattenermi, limitandomi ad arrossire.
Perch dove andrai tu, andr io cominci a recitare
dal Libro di Ruth. Dove alloggerai tu, allogger io: la tua
gente sar la mia gente, il tuo Dio il mio Dio. Mi lasci
andare la mano. Peccato che non riuscirei a credere in un
Dio nemmeno se me lo presentassi su un vassoio d'argento.
Mi strizz l'occhiolino e si sistem pi comoda sulla
sedia, l'espressione soddisfatta.
Non  antisemita mi spieg Julie, studiando il mio
volto.  solo un'atea patentata.
 vero fece Ruth. Odio tutte le religioni. Tu sei ebrea?
Anche lei scrut il mio volto e mi domandai che cosa mai
potesse rivelare. Annuii. Bene. La maggior parte degli
ebrei che conosco ha seri dubbi riguardo a Dio. Ed  comprensibile!
Tendono ad abbracciare l'ateismo meglio di tanti atei.
Allung una mano a prendere una tazza enorme e fumante
che si port alle labbra. Sai,  la terza volta che finisco
nel lago da quando sono qui continu, passando da
un argomento all'altro con nonchalance.
L'espressione di Julie si fece acida. Sollev lo sguardo, e
la interruppe. Sei al primo anno? mi chiese.
No, al secondo. D'un tratto mi sentii in imbarazzo.
Per loro, dovevo essere apparsa dal nulla.
Strano che non ci siamo mai viste osserv Ruth. Le fui
grata del fatto che lo trovasse curioso, fosse sincera o meno.
Dove vivi?
Allo Stone-Davis.
Conosciamo qualcuna che sta allo Stone-Davis, vero?
Non appena Ruth ebbe pronunciato quella domanda, capii
che doveva essere il dormitorio pi sfigato del campus, proprio come avevo temuto.
Julie scosse la testa. Indossava un maglione marrone aderente
e una sciarpa azzurra. Nessun gioiello. I suoi capelli
brillavano nonostante la luce scarsa del locale, come quelli
di mia madre. Tanto era raffinata lei, tanto sgraziata era
Ruth, con il maglione che le tirava sulla pancia e i pantaloni
troppo corti che lasciavano scoperte le caviglie.
No, aspetta si corresse Julie, girando il polso e puntando
l'indice verso l'amica. Linda alloggia l. Oh,  vero!
Conosci Linda McDade? Scossi la testa. Si laurea in storia
dell'arte aggiunse Ruth, ma non mi fece suonare nessun
campanello. Non credo di averla mai incontrata. Mi domandai
quando si sarebbero stancate di me e mi avrebbero
chiesto di andarmene. Se non sbaglio, Hillary Clinton  stata
in quel dormitorio tutti e quattro gli anni azzardai. S,
mi pare proprio che tu abbia ragione! conferm Ruth. Julie
sospir, soffiandosi via dalla fronte i pochi capelli che vi
cadevano davanti. Devo finire questo compito per domani,
ma sembra un'impresa impossibile. Si chin verso di me,
incrociando le braccia sopra il quaderno. Allora, come va?
Come avrei dovuto risponderle? Stavano succedendo
tante cose, e poche andavano bene. Bene dissi, alzando le spalle. Credo.
E tutto okay? Julie mi stava studiando. Direi di s.
Mi costrinsi a rilassare le spalle, trattenendomi dalla vecchia
abitudine di far scrocchiare il collo. Lei sorrise compiaciuta.
Bene disse. Come ti trovi qui a Wellesley?
Non ero sicura di saper rispondere a quella domanda, o
forse non l'avevo ammesso nemmeno con me stessa.  stata
piuttosto dura. Subito mi sentii esposta, insicura. Voglio
dire... Che cosa volevo dire? Tentai di controllarmi, di
adottare un tono meno cauto, pi sicuro di s.  un posto
fantastico, solitudine a parte. Difficile credere che quelle
parole fossero uscite dalla mia bocca. Forse l'inattivit sociale
mi aveva resa troppo frenata, a rischio poi di riversare
fuori tutto quello che mi tenevo dentro. Abbassai lo sguardo
sul tavolo. Sto seguendo il corso di Shakespeare del professor
Pope, questo semestre, e non sta andando molto bene.
Oh, Cristo fece Ruth. Sei una delle sue cocche? Si
volt verso l'amica. Tu cosa dici? Non  una delle sue pupille?
Mi guard. Non sei abbastanza androgina, questo
 certo, ma Pope sa apprezzare un bel viso. Comunque imparerai
molto da lui. Stai pensando di unirti alle Shakes?
Scossi la testa, confusa. Sapevo molto poco della Shakespeare
Society. Ne avevo sentito parlare, ma era una cosa su
cui c'era parecchio riserbo nel campus: le altre studentesse
consideravano la societ shakespeariana con rispetto e con
un certo sospetto, anche se non mi pareva che nessuna mi
avesse mai raccontato che cosa vi avvenisse.
Non vado cos bene con Pope ripetei.
Probabilmente le ha dato pi di un meno a met semestre.
Julie mi stava fissando, le palpebre lievemente socchiuse.
B meno meno rivelai. Ma non  poi cos importante.
Cercai di riprendere il controllo della conversazione.
Tu stai bene? chiesi a Ruth.
Impiegarono un momento a rispondermi; evidentemente
le avevo spaventate. Forse non si erano aspettate che mi
facessi valere tanto da cambiare argomento in modo cos
palese. Ma ormai ero un'esperta in certe cose. Al punto che
ogni tanto mi domandavo se distogliere l'attenzione da me
stessa fosse diventata la mia caratteristica principale.
Certo mi rispose Ruth. Devo solo imparare a vestirmi
meglio per l'occasione. L'anno scorso portavo biancheria
di seta, che non scaldava abbastanza. Ieri ho provato con la
lana, ma diventa troppo pesante. Anche se  lana leggera.
Sorrise.  uno studio che sto facendo.
Ges, Ruth fece Julie, contrariata. Non vuole mica
sentire tutta la storia.
S, invece fece l'altra, allegra, appoggiandosi allo schienale
della sedia. Ehi, ma il tuo giaccone  bagnato! Si chin
in avanti e mi afferr il braccio sinistro. Ma che diavolo...
 l'acqua del lago? Era a bocca aperta, sbigottita.
Certo che  acqua del lago intervenne Julie. Ecco,
prendi il mio. Si gir a togliere il suo giaccone dalla spalliera
della sedia. Non puoi uscire con quello, sta per nevicare.
No obiett Ruth,  troppo piccolo. Si lev il suo
e me lo gett sulle ginocchia. Senza togliermi il mio, lo
strinsi al petto. La piuma era calda, troppo per quel locale.
Aveva il profumo lieve e dolcemente sconosciuto del
suo sapone, del suo shampoo, o del suo profumo; era come
tenere tra le mani un telo esotico, senza sapere che cosa farne.
Sto bene dissi. Davvero.
Mettitelo per tornare al dormitorio insistette Ruth. E
adesso ascolta aggiunse, tornando a mettersi comoda sulla
sedia. Cos capirai che non hai nulla di cui preoccuparti.
Mi strizz l'occhio. Si tratta di un rito annuale, per la
delusione della nostra Abrams. Liquid Julie con un gesto
della mano. Hai mai sentito parlare di Frederick Wiefern?
mi chiese, chinandosi verso di me.
Julie fece roteare gli occhi. E come potrebbe?
Ma Ruth non la guard nemmeno, e l'amica abbass lo
sguardo sul quaderno, fingendo di mettersi al lavoro. Ruth
si appoggi di nuovo allo schienale della sedia, un gomito
sulla traversa pi alta, la mano sospesa in aria. Era un immigrato
tedesco, titolare di un piccolo caseificio nei pressi
del confine canadese. Comunque, in Germania era un
intellettuale, ma qui non si pot permettere di continuare
i suoi studi. Avrebbe potuto essere un grande professore.
Con le mani circondai la tazza di cioccolata bollente. Mi
sentivo bene, come una bambina che non aveva alcun interesse
per la storia che le veniva raccontata, ma che era felice
che qualcuno gliela leggesse.
Innegabilmente comment Julie, senza sollevare lo
sguardo dal quaderno.
Comunque la teoria di Wiefern era -  - che il corpo
umano si sia evoluto fino a raggiungere l'attuale stato
di galleggiabilit perch si strofin le mani come una mosca
davanti a del cibo aveva bisogno di stabilire un equilibrio
emotivo. Si ferm e mi guard negli occhi, aspettando
qualcosa. Capisci che cosa significa?
Ebbi la sensazione che non servisse dire o fare molto perch
Ruth fosse soddisfatta. Scossi la testa. Julie stava tamburellando
con la matita sulla pagina, mentre l'amica giunse
le mani come se si stesse preparando a recitare una preghiera
silenziosa, nonostante avesse gli occhi sgranati e pieni
di luce. L'equilibrio emotivo  una cosa ovvia, ma questa
idea della galleggiabilit fisica  legata all'emotivit; procedono
mano nella mano. Intrecci di nuovo le mani,
completando la sua esposizione.
Wiefern sapeva che il corpo e la mente hanno bisogno
di una bella imbottitura, entrambi continu. Sapeva che
lavorano insieme e funzionano al meglio solo se entrambi
si chin in avanti, incantata possiedono delle riserve
extra. Si appoggi allo schienale. Il corpo intero ha bisogno
di essere ben rifornito, altrimenti si sforza, lotta contro
se stesso, e finisce per indebolire la mente concluse, abbassando la voce.
In altre parole Julie sollev la punta della matita con
cui stava picchiettando il foglio che aveva davanti, Chris
Farley dovrebbe essere l'uomo pi sano al mondo.
Ruth mi stava ancora guardando, sorridendo, in attesa
di una mia reazione. Non badare a lei. Si rifiuta di comprendere
le sottigliezze della teoria. Se esiste un precedente
disgusto di s, come nel caso del nostro povero signor Farley,
qualunque modello teoretico sar compromesso. Inoltre
osserv amorevolmente lei  tanto acida perch non
ha riserve.  come sua madre.
Che  stata grassa, se mi posso permettere, finch non
ha avuto le gravidanze. Attenta, potresti aver ereditato i
suoi geni. Julie era stanca, incapace di discutere.
 possibile. Ruth aveva incrociato le mani davanti al
petto, l'aria compiaciuta quasi mi fossi alzata ad applaudire
la sua teoria. Siamo cugine dalla parte tedesca. Le nostre
mamme sono sorelle. Si fece pi vicina. Mia madre ha mantenuto il suo cognome.
Si odiano salt su Julie.
Ruth scosse la testa contenta, come se avesse davanti un
cagnolino. Comunque allung la mano e mi sfior il polso
con le dita, con fare confidenziale vado a camminare sul
lago ogni anno.  una celebrazione di famiglia. So che non
annegher; non  mai successo. Julie non vuole farlo perch
sostiene che sia una follia, ma ha soltanto paura perch
 pelle e ossa. Si raddrizz. Io incarno alla perfezione il
modello Wiefern: pienotta e acuta. Non ho paura dell'acqua
o del freddo. E non sono stata depressa un solo giorno
in tutta la mia vita. Non  vero, Jules?
Nemmeno un giorno. Julie stava rileggendo i suoi appunti.
Wiefern era il nostro bisnonno. Sto scrivendo la mia tesi
su di lui mi spieg Ruth, con un sorriso gentile. Quando
ricominciava a parlare, riusciva a coinvolgermi di nuovo, e
ogni volta mi dava l'impressione di essere felice di vedermi.
Uau dissi, chiedendomi da quale corso, da quale facolt
e da quale sconosciuto angolo del college fosse uscita.  una tesi di psicologia?
Liquid la mia domanda con una mano. La psicologia
non ha abbastanza immaginazione Mi sponsorizza Milton
Fried, di filosofia. L'avevo sentito nominare. Incisivo, adorato,
prossimo alla pensione. Sa che hai l'abitudine di buttarti
nel lago?
Julie sollev improvvisamente gli occhi e un sorriso cominci
ad allargarsi sul suo viso stanco. Ruth non mi rispose.
Si chin in avanti e tolse il coperchio dalla mia tazza.
Cioccolata calda disse con un ghigno, rimettendolo al
suo posto. Brutta giornata, vero? Ho finito. Stavo cominciando
a godermi il ritmo di quelle domande che non richiedevano
alcuna risposta. Mi stava ancora guardando con
aria soddisfatta, quando mi chiese: Ti piace Shakespeare?
Se non avessi Pope come insegnante, intendo...
Mi era piaciuto dare tutta me stessa per quel saggio.
Credo di si. Cercai di mostrarmi indifferente, o comunque
di fingere che non m'importasse che qualcuno mi stesse
dimostrando un simile interesse.  un ottimo insegnante.
E io ero convinta di aver scritto un buon saggio.
Allora vieni a teare.
A teare?
Oh, non stare a scervellarti, non significa niente. Offriamo
un t alle nuove reclute, e abbiamo coniato un ridicolo
verbo da college. Brillante, non trovi?  un po' come se
avessimo bisogno di una nostra lingua privata. Dio, le teine
sono una tale noia questo semestre. Mi rivolse un'occhiata
ironica, quasi stesse per fare una battuta. Pensano tutte
che sia un'associazione studentesca. Non avevo mai visto
tanti bottoni e perle in un posto solo. E dubito che qualcuna
di loro abbia mai letto un dramma al di fuori delle lezioni.
Quanti dei tuoi indumenti possiedono bottoni? chiese
a Julie, che rispose con un'alzata di spalle.
D'un tratto mi venne in mente quanto avevo amato la
fine del Racconto d'inverno, che avevo letto quella settimana
saltando i primi atti: l'avevo trovata inaspettatamente irreale,
ipnotica. Hermione era stata scambiata per una statua,
prima di rivelarsi. Per qualche strana ragione pensai
anche a Teddy, e al nido zuppo d'acqua che avevamo riparato
per le anatre. Non credo che sarei molto interessante, come socia.
Oh, la tua  solo malinconia da Wellesley osserv Julie.
Le migliori sono quelle che ne soffrono di pi. Ti risolleveremo il morale in un attimo.
Ruth annu e abbass la voce, il suo ghigno un'eco amplificata del sorriso accennato della cugina. Ci piace considerarci parte della realt underground di Wellesley. E credo che piaccia anche alle altre, perch ci lasciano quasi sempre in pace. Mi si avvicin con fare confidenziale. Un sacco di gente ti lascia in pace, se usi Shakespeare come intestazione.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Il secondo t del semestre era fissato per la settimana seguente.
Qualche giorno prima l'intero campus era stato tappezzato di poster con i simboli di Shakespeare, la penna e la maschera, nelle tonalit del grigio e del bianco, un po' imponenti ma ben noti. Avevano qualcosa... non so, uno spirito
sarcastico, o sovversivo. Forse, semplicemente, risultava sovversivo tutto quel sarcasmo in un ambiente altrimenti serio.
La sera prima mi addormentai cadendo in un sonno profondo, solo per svegliarmi dopo poche ore. Aprii la finestra di una fessura per vedere se il temporale previsto dai meteorologi locali era cominciato, ma la luce esterna m'imped
di vedere bene. Misi fuori la mano; stava piovigginando.
D'un tratto desiderai di essere gi in primavera, nonostante l'inverno fosse solo agli inizi. Dovevo consegnare una relazione sugli esperimenti fatti in laboratorio, e decisi di alzarmi per mettermi al lavoro, ma ci ripensai non appena
accesi la piccola lampada sulla mia scrivania e Amy si mosse. M'infilai giaccone e sciarpa e preparai la borsa per andare in biblioteca. Era quasi mezzanotte, ma la biblioteca era sempre aperta, tutta la notte, uno strano orario imposto
dalla costituzione del college. Qualche facoltosa fondatrice aveva deciso che le donne moderne dovessero essere liberate da ogni vincolo, incluse le convenzioni di orario.
E le altre le avevano fatto un'unica concessione: l'apertura della biblioteca ventiquattr'ore su ventiquattro.
Giunta al pianoterra, aprii con una spinta la porta del dormitorio e uscii al freddo. Fui investita da un'inattesa raffica di vento, ma mi avvolsi pi strettamente nel giaccone e decisi di prendere la strada pi lunga. Presto cominciai a scaldarmi, e la pioggerellina che mi sferzava il viso divenne un gradito sollievo dopo le ore trascorse nel caldissimo dormitorio. Non era la prima volta che uscivo a camminare durante la notte. Prima di trasferirmi al campus, quando
vedevo il nome Wellesley sapevo che quel luogo era inestricabilmente connesso alla persona che sarei diventata; e tale segreta consapevolezza aveva contribuito a creare un legame intimo e personale tra me e quel college. Eppure, il
suo nome riusciva sempre a eccitarmi: era intimo e sconvolgente al tempo stesso... Era l'essenza di una promessa che si sarebbe realizzata. Ogni tanto mi piaceva camminare per il campus quando era quasi deserto, per riportare in
superficie l'antica eccitazione, per riflettere sul fatto che mi trovavo in un luogo e in una posizione a cui aveva ambito nientemeno che Rose Kennedy, il personaggio pi vicino al ruolo di matriarca americana. Talvolta, quando c'era
la luce giusta, riuscivo ancora ad avvertire il falso benessere conferito dal successo. I giardini di Wellesley sono ricettivi nei confronti di tali peregrinazioni. Le fondatrici sapevano che una donna consapevole della propria intelligenza avrebbe avvertito il pathos di quel luogo e il tragico romanticismo che deriva dall'essere una pensatrice.
L'architettura gotica degli edifici  rispecchiata perfettamente dall'area circostante: ci sono dozzine di passaggi tortuosi tutto attorno agli edifici. Molti sono estensioni di questi ultimi, corridoi con copertura ad arco, alcuni con
terrazzi o finestre, che consentono a chi si muove a piedi di concedersi delle pause per fantasticare. In qualunque altro giorno avrei potuto prendere uno di quei corridoi per raggiungere la mia meta. Quella notte, invece, optai per il passaggio coperto nei pressi di Founders Hall, sede della maggior parte delle facolt umanistiche, nonch dell'ufficio del signor Pope. Rabbrividii all'idea che a quell'ora fosse completamente vuoto e buio. Quando riemersi nella corte interna tenni la testa bassa, in previsione della pioggia che mi avrebbe investita... E poi la sollevai, allarmata.
C'era qualcuno davanti a me.
Mi vide quasi subito. Il cappuccio le nascondeva il viso.
C'era un po' di luce che proveniva dagli edifici, ma lo spazio
compreso tra l'uno e l'altro era perlopi buio.
Ciao mi disse.
Ciao risposi, trattenendo il fiato.
Annu, quasi stesse aspettando qualcuno, non necessariamente
me, anche se la mia presenza non sembrava averla
infastidita.  difficile trovarsi un posto appartato in questo
campus disse alla fine, fissando un punto davanti a s.
A volte si  fin troppo appartati. Mi sorprese il fatto di
aver ammesso una cosa simile con un'altra studentessa, soprattutto
con una che non conoscevo. Mi guard per un minuto,
scrutandomi. Non sorrise, ma il suo viso si rilass. Probabilmente
frequentiamo corsi diversi. Ti conosco? mi chiese.
Scossi la testa. Naomi dissi. Mi schiarii la voce, cercando
di adottare un tono pi sicuro. Naomi Feinstein.
Lei strizz gli occhi. Giochi a tennis? No risposi subito,
e poi mi corressi. Giocavo. Avevo deciso di smettere
del tutto all'inizio di quell'anno, dicendomi che un chirurgo
deve proteggere le proprie mani.
Lei distolse di nuovo lo sguardo. Abbiamo giocato insieme
una volta afferm, concreta. A Longwood. Mi
guard di nuovo e tir indietro il cappuccio, mostrandomi
il suo viso. Sono Jun Oko. Ti ricordi di me? Vidi il suo
volto, e ripensai alla partita, e al temporale.
Oh.
Sorrise. Gi. Lieta di rivederti. Mi tese la mano.
Gliela strinsi, stupita da tanta formalit. Che cosa ci fai qui fuori? le chiesi, tentando senza successo di scacciare l'imbarazzo.
Mi guard negli occhi, ma non mi rispose. Forse sospettava
che volessi farle rapporto. Ripensai al modo in cui aveva
atteso un segno di suo padre, quel giorno di un anno e
mezzo prima, senza togliersi dalla pioggia. Che cosa ci fai
tu qui? ribatt tagliente. Mi parve di scorgere l'accenno di
un sorriso beffardo, ma stava guardando dritto davanti a s.
Sto andando in biblioteca risposi, e il mio tono lasci
intendere che non avevo nulla da nascondere. D'un tratto
mi pentii di essermi fermata. Sebbene quella partita fosse
ormai un ricordo lontano, c'era qualcosa in lei che mi faceva
venir voglia di infastidirla, o quanto meno di non offrirle alcuna concessione.
Come sei studiosa disse. Io sollevai un sopracciglio. Se
le avessi risposto, come minimo avrebbe ribattuto. Io me
ne sto qui a fissare il nulla dichiar, articolando ogni singola
parola per enfatizzarla. Poi, all'improvviso si copr la faccia
e, proprio quando pensavo che si sarebbe messa a piangere,
scoppi a ridere. Una risata stentata, poi colma di gratitudine.
O forse fui io a provare gratitudine per quella occasione
di ridere, e per l'aria pulita e gelida che feci entrare nei polmoni.
Ebbi la sensazione che fossimo ancora tese per quella
partita, ciascuna per i propri motivi, e che sapessimo che cosa
significava conservare una simile tensione tanto a lungo.
La sua risata era tonante e contagiosa, sembrava quasi
che stesse tentando di controllarsi. Mi dispiace riusc
a dire alla fine. Ma sei piombata qui senza fare il minimo
rumore, come un fantasma. Mi hai spaventata a morte. Si
calm. Sto lavorando all'Amleto mi spieg poi, scuotendo la testa.
Sei nella recita?
S, faccio Amleto. Mi presi un secondo per digerire
la sua risposta, e poi ci sorridemmo contemporaneamente.
Sul serio me ne stavo qui fuori senza guardare nulla. Avevo
pensato di ripetere la mia parte, ma sono rimasta bloccata.
Hai mai notato che, quando fissi una cosa che pensavi di
conoscere a memoria, la fai cambiare? Dal suo sorriso, era
convinta che avrei capito. Andiamocene. Devi ancora andare
in biblioteca? Scossi la testa. Vieni con me. Ho una piccola
commissione da fare. Se la notte me lo consente ancora.
Lev gli occhi al cielo senza stelle, reso nero dalle nuvole.
Si volt e si mosse, passando tra i due edifici. Corsi per
raggiungerla. Aveva il passo veloce, nonostante il sentiero
fosse buio e reso scivoloso dalla pioggia. Ma non ci rimase
a lungo: in fondo alla corte scavalc il muretto di pietra che
la circondava e attravers la strada. La seguii, scivolando appena
sull'erba bagnata. Giunte sull'altro lato, ci ritrovammo
a guardare il tetto di una piccola costruzione. Al buio mi
ci volle un minuto per rendermi conto che si trattava della
bizzarra casetta che sorgeva lungo una strada secondaria del
campus: la replica del cottage in stile Tudor di Anne Hathaway,
il luogo di ritrovo della Shakespeare Society.
Vieni mi disse Jun. Aggir svelta la casa e tir fuori
una scaletta, fissandone i piedi a terra e infilando l'estremit
superiore nella grondaia del tetto. Cominci ad arrampicarsi
senza paura, sebbene la scala traballasse un pochino.
Non avrebbe fatto un grande salto se fosse caduta, ma via
via che saliva la situazione mi parve pi rischiosa. La seguii.
Una volta in cima al tetto, mi accovacciai, aggrappandomi
al bordo, mentre lei cominci ad avanzare sulle tegole
sconnesse come un granchio a caccia di prede. Faceva scorrere
le mani, come se quello che stava cercando fosse scritto
in un goffo Braille. Poi si ferm. Dal margine del tetto,
guardai di sotto per assicurarmi che nessuno ci vedesse.
Come un lampo sullo sfondo di uno schermo nero, all'improvviso
mi torn in mente la scritta di Rosemary sul
retro della fotografia di Amelia Earhart: Sapeva volare.
D'un tratto ebbi un attacco di vertigini e allargai le braccia,
cercando di abbassare il mio baricentro. Per la prima volta
dopo anni, dopo aver perso Teddy, ripensai ai tesori nascosti
di Rosemary, e inaspettatamente provai un senso di colpa,
come se una cosa che avrei dovuto custodire non fosse pi al suo posto.
L'oscurit era tale che riuscivo a distinguere solo il profilo
di Jun. Si muoveva come una pianista: determinata ma
elegante, guidata dalle sue mani. In quel momento si accovacci,
un paio di metri davanti a me. Ed emise un verso.
Una sorta di esclamazione, ma sommessa. Sentii che stava
cercando di staccare qualcosa; una tegola, o qualche altro
pezzo del tetto. Quando ci riusc, deposit l'oggetto accanto a s.
 qui mormor, abbassando gli occhi.
Tir fuori qualcosa che non riuscii a vedere. Un pezzo
di palcoscenico annunci sollevandolo, cercando di guardarlo
meglio e, contemporaneamente, di mostrarmelo. Sepolto
qui sotto intorno al 1952. Sorrise. Per un attimo rimasi
impressionata dal modo in cui la sua espressione mi
fece venire in mente quella di mio padre all'83 di Beals
Street, mentre sollevava un volume che era riuscito a prendere
dal soggiorno, allungando un braccio sopra il cordone,
e spiegava alla signora Olsen che l'aveva messo nel posto
sbagliato, perch il Folger andava nella stanza della musica.
Aveva ragione; era sempre stato sul tavolo rotondo di
noce a sinistra della porta, aperto sul discorso del re nell'atto
IV dell'Enrico V: Se  peccato bramare l'onore, sono il
pi criminale tra i vivi. Era stato felicissimo di poter rimediare a quell'errore.
Jun si sedette sui talloni. Questo semestre sono la segretaria,
e ho fatto qualche ricerca mi stava spiegando. Sembrava
impaziente, quasi volesse arrivare alla parte in cui ci
saremmo potute meravigliare della scoperta. Negli archivi
ho trovato la lettera di un'ex alunna che affermava di aver
rubato questo pezzo dal palcoscenico del Globe per poi nasconderlo
qui, sotto le tegole del tetto, sul lato nord.
Dal modo in cui lo teneva, sembrava quasi credere che
potesse emanare un raggio di luce. Forte, eh? Lo sollev
un po' di pi, ma il bagliore del lampione sotto di noi era
troppo fioco. Tent ancora un momento di osservarlo meglio,
poi lo rimise al suo posto, con cura, lisciando con la
mano la tegola che lo copriva. Dalla tasca del giaccone tir
fuori un chiodo e un piccolo martello. Si chin in avanti,
ancora accovacciata, e con qualche difficolt fiss la tegola.
Lo lasci qui? le chiesi. Lei si ferm e si gir a guardarmi.
Non lo porti via? Mi pentii subito della mia palese delusione.
Lei sembr divertita. No. Qui  stato al sicuro per quasi
cinquantanni. Meglio non alterare le cose. Mi sorrise.
Volevo solo verificare che fosse davvero quass.
Si rialz, e io la raggiunsi. D'un tratto temetti che sarebbe
saltata gi dal tetto e mi avrebbe scaricata, lasciandomi
a Amy e alla nostra stanza soffocante. Sai che ore sono? le chiesi.
Stava passando le mani sopra il suo lavoro alle tegole, per
controllare che fosse tutto a posto. Tardi rispose distrattamente.
Domattina ho un esame di economia. Di nuovo
mi rivolse il suo sorriso sghembo. Forse  ora di scendere
e rientrare. Tu sei fradicia.
Lo eravamo entrambe. La pioggerellina era leggera ma costante,
ed eravamo rimaste l fuori quanto bastava per bagnarci.
Pensavo di teare dissi. E sorridemmo di nuovo. Sul
serio... D'un tratto desiderai che entrambe credessimo alle
mie parole. Conosci Julie Abrams e Ruth Wiefern?
So che dici sul serio. Abrams e Ruthie. Certo. Come mai
le conosci? Scrollai le spalle. Dovresti teare davvero.  una
cosa diversa. Carina. Metter una buona parola per te aggiunse
dopo un momento. Pronta? Prima ancora che avessi
il tempo di risponderle, era gi oltre il bordo del tetto.
Giunta all'estremit orientale della corte, si volt prima
di tornare al suo dormitorio. Mi ha fatto piacere averti
rivista, Naomi. Di nuovo fui colpita dalla strana formalit
del suo modo di parlare, ma anche dalla gentilezza che vi colsi.
A colazione, l'indomani mattina, Amy mi ignor sfacciatamente,
concentrando le sue attenzioni su Fleur Simons,
una biondina tranquilla del terzo anno che si diceva
fosse in lizza per una borsa di studio a Rhodes, e che si era
seduta al nostro tavolo non avendo trovato posto altrove.
Solo quando cominciai a rimettere i piatti sul vassoio,
Amy interruppe Fleur per chiedermi dove fossi stata la notte
precedente. Non dirmi che hai una storia segreta e non
ne hai nemmeno parlato alla tua compagna di stanza. Sorrise
ironica, lanciando un'occhiata d'intesa a Fleur.
Ero in ritardo per la lezione successiva. Non credo siano
affari tuoi le dissi, prima di andarmene.
Amy mi raggiunse quando avevo gi attraversato met
campus. Hai il ciclo, o che? mi chiese. Nonostante i suoi
modi graffianti, reagiva con sorprendente vulnerabilit nelle
poche occasioni in cui le rispondevo a tono. Era imbronciata,
pronta a rivelare tutta la sua insicurezza.  concesso
anche a me avere la luna storta, Amy le dissi, aumentando
il passo. Ero troppo stanca per risponderle con le sue stesse
armi. Sarai felice di aver conosciuto Fleur.
Non riusc a trattenere un sorrisetto trionfante. Penso
di s. Forse pu farmi entrare nella Direzione Studentesca.
Dovr starle alle calcagna. Comunque, Noms mi chiamava
di rado in quel modo, dove sei stata la scorsa notte?
Eri preoccupata per me? scherzai.
In realt s. Si accigli di nuovo, pronta a montare in collera.
Infilai le mani in tasca, in profondit. Era uscito il sole,
che rendeva abbagliante il ghiaccio sul marciapiede. Entro
met pomeriggio lo avrebbe sciolto, lasciando una poltiglia
persistente. Ho fatto due passi, tutto qui. Non riuscivo
a dormire. Amy non era disposta a lasciar cadere la questione.
E il caff dell'altra sera? Ti sei incontrata con una
tutor? No. Non ho bisogno di una tutor, Amy. Non mi
andava di raccontarle quello che era successo al lago. Le dissi
che stavo pensando di unirmi alla Shakespeare Society, e
che avevo conosciuto Ruth, Julie e Jun.
Trasse un profondo sospiro, sollevata. Oh. Be', non sei
proprio il tipo, Naomi. Si era messa le mani sotto le ascelle,
il viso rosso per lo sforzo di tenere il passo. Sono un
branco di rinnegate, di schizzate. Ho sentito dire che il college
farebbe chiudere quella societ, se potesse. Fanno cose
che non dovrebbero. Dovresti cercarti qualcosa di meglio,
se  quello che vuoi. Qualcosa che ti aiuti ad arrivare tra le
prime. Stava cominciando a rilassarsi. Il Dibattito. Wellesley
a Washington. Agli studi legali e alle scuole di medicina
non interessano le societ studentesche. Rimasi a corto
di risposte. Probabilmente aveva ragione, ma per la prima
volta in vita mia provavo il desiderio di appartenere a qualcosa
che mi facesse sentire meno definita, e che accettasse i
miei sforzi. E, assistendo al modo in cui un'altra ragazza si
era felicemente salvata dalle acque ghiacciate del lago, avevo
cominciato a intravedere una possibile salvezza anche
per me. Sono amica della presidente della squadra di Dibattito
mi stava dicendo Amy. Vuoi che le parli? Mi parve insistente, pi che generosa.
Non so.
Solo, ti prego di lasciare perdere le Shakes. Butteresti
via il tuo tempo. Il cappello calato sulla fronte faceva sembrare
i suoi occhi pi piccoli e sporgenti di quanto non fossero.
E poi non credo ti prenderebbero; non sei esattamente
un tipo da confraternita studentesca.
Mi fermai. Non  una confraternita studentesca, e non
m'importa se mi vogliono o meno. Desidero solo provarci.
Sai, dovresti venire anche tu. Sapevo che era la mia unica
amica, ma in quel momento la disprezzai comunque, o forse proprio per questo.
Rise. Naaa. Non fa per me. Devo concentrarmi su
obiettivi sicuri. Comunque ho gi abbastanza carne al fuoco,
e sei tu quella che ha pi bisogno di altre amiche. Buona
fortuna! Mi diede una pacca sul braccio. Non vedo l'ora
di sapere com' andata! Si avvi lungo il pendio, con lo
zaino che le rimbalzava pesantemente sulla schiena.
Il t, naturalmente, era alle quattro del pomeriggio.
Ogni volta che vi ero passata davanti, la casetta in stile
Tudor mi era parsa una costruzione finta, un tentativo di
creare un rifugio incantato che si adattasse agli edifici gotici
circostanti. Quando la porta si apr, invece, mi resi conto
all'istante che era tutto vero. Fui accolta da una bellissima
ragazza indiana con un anello al naso. Indossava un abito
di velluto verde lungo fino al pavimento, abbellito da un
cordoncino d'oro intrecciato sotto il seno. In mano aveva
un bicchiere. Vino rosso. Ciao! mi disse, rivelando i denti
pi dritti che avessi mai visto da una distanza tanto ravvicinata.
Sei qui per il t?
Annuii e le tesi la mano. Mi chiamo Naomi.
Lieta di conoscerti, Naomi mi rispose con la sua voce
profonda, il sorriso ancora cordiale, la mano piccola e forte.
Vieni, prendi un bicchiere di vino. Aveva il lieve accento
di chi ha studiato inglese all'estero e l'ha imparato alla perfezione.
Non appena la porta si fu richiusa, il college che conoscevo
scomparve. La casa era calda, chiassosa, invasa da corpi
in movimento. La ragazza indiana m'indic una stanza
che si apriva sulla mia destra. Mi disse qualcosa che non
riuscii a sentire, probabilmente il suo nome, e sorrise. Ricambiai
il sorriso, ma si era gi avviata lungo il breve corridoio
che conduceva a quella che, a giudicare dal rumore,
doveva essere la cucina, sul retro.
Entrai nella grande sala, talmente affollata che era quasi
impossibile aprirsi un varco. Le pareti a est e a ovest avevano
una serie di piccole finestre, mentre in quella a nord
c'erano delle porte chiuse, ma dalla forma della casa dedussi
che dovevano portare a un'altra stanza pi piccola. La ragazza
che era venuta ad aprirmi era tornata indietro, e adesso
mi stava di fronte, impegnata a parlare con un'altra che
indossava un paio di jeans e una maglietta; sembravano entrambe
parecchio animate, ma le loro voci si perdevano nel
clamore generale. Mi allarmai, quando mi giunse un suono
dalle finestre a ovest, alla mia destra; mi tranquillizzai solo
quando capii che era stato uno scoppio di risa.
La stanza era arredata nei toni del marrone e del rosso,
ma a quanto vidi era tutto logoro e sfilacciato. Le finestre
erano incorniciate da tendine corte da due soldi, i vetri divisi
in tanti diamanti separati da sottili strisce di ferro. Una
ragazza che portava tre grossi anelli alla mano destra mi
pass accanto gesticolando. C'era qualcosa di apertamente
anacronistico nella scena che avevo davanti, ma persino le
ragazze in costume avevano uno stile semplice, quasi esotico.
Molte studentesse di Wellesley si sarebbero sentite perfettamente
a loro agio in qualche zona periferica del Connecticut,
per il loro modo di vestire. Ma adesso pensai di essere
finita nella tana di un coniglio, per ritrovarmi a una sfilata
di moda d'avanguardia: velluto vecchio, lana fine, corsetti
e pesanti bracciali d'argento sulle lunghe braccia. Ogni
interpretazione era diversa dall'altra, e molte erano sbalorditive.
Diedi uno strattone al mio pesante maglione blu,
imbarazzata dalla mia scelta banale. Se non altro, era abbastanza
interessante da dimostrare la sua et.
Cominciai a inoltrarmi tra la folla. Facendomi largo con
le spalle, superai un gruppetto di sei o sette ragazze, due delle
quali mi sorrisero e mi fecero passare. Dietro di loro c'era
la ragazza pi alta che avessi mai visto, o almeno cos pensai.
Qualcuna stava cantando. Ed ebbi l'impressione che
qualcun'altra stesse piangendo. Avevo quasi raggiunto l'altro
lato della sala, liberandomi della folla quasi stessi uscendo dalle acque di un fiume.
Al tavolo del rinfresco, una ragazza mi si present.
Amanda disse. Amanda Wilcox.
Naomi risposi, stringendole la mano. Era curiosamente
pallida e piccola, i capelli bianchi tagliati cortissimi, gli
occhi di un grigio liquido. Avevo avuto un insegnante albino
alle superiori, ma persino lui mi era parso pi colorito.
Il pallore di Amanda era pi freddo, la pelle del suo viso quasi trasparente.
Sei una matricola?
Sono iscritta al secondo anno.
Anch'io. Non ti ho mai vista in giro. Fu un'affermazione
secca. Lei  la nostra ex presidentessa, nonch attuale
regista, Phyllis disse, presentandomi una ragazza vicina.
Phyllis, questa  Naomi. Non ricordo il cognome...
Feinstein dissi, porgendo la mano a Phyllis.
Lieta di conoscerti. In quel momento mi parve di sentire
della musica proveniente da un'altra stanza. Ma credo
di averti gi vista a lezione da Pope. Io sono la signorina Tratelli
aggiunse, facendo una perfetta imitazione del professore.
Aveva i capelli rossi, lunghi e lisci, e gli occhi infossati
nel viso magro. Mi guard negli occhi. Gli piaci, lo sai?
Gli piace il tuo modo di pensare. Adesso la riconobbi: era
una delle studentesse degli ultimi due anni che in aula interveniva
spesso. Si esprimeva molto bene. La classica ragazza
che non era mai sola e che non restava mai senza parole.
Scoppiai a ridere, ma mi controllai subito. Mi sorprende
sentirtelo dire. Presi un bicchiere per avere un'aria pi
rilassata, ma non sapevo quale vino scegliere, men che meno
versarlo nel modo giusto.
Ti ha parlato del tuo saggio? Annuii. Mi imbarazzava
parlare di studio a quella che credevo fosse una festa. Allora
gli piaci afferm decisa. E i tuoi commenti in classe
sono sempre acuti. Al diavolo quelle matricole. Strizz gli
occhi e guard dall'altra parte della stanza, per poi riportare
lo sguardo su di me. Vuoi un po' di vino?
Oh... certo. Scambi la mia esitazione per qualcosa
che non era. Abbiamo anche della birra. Tiney, portale
qualcosa da bere. Mi strizz l'occhio e si volt. Sentendo
il suo soprannome, Amanda fece un sorriso che era quasi
una smorfia, prima di allungare una mano a scegliere una
bottiglia di vino.
Ci penso io disse una voce alla mia destra. Jun. Tiney
le consegn la bottiglia e si volt.
Mi sorprese il fatto di essere tanto felice di rivederla.
Ciao la salutai con un sorriso. Ehi fece lei, ricambiando.
Guard Tiney che si allontanava, e pos la bottiglia.
Vuoi del t?
Annuii. Mi diede una tazza e ne scelse una per s. Non lasciarti
intimidire. E sempre uno zoo qui, e molte di noi odiano
il t, quindi si crea un po' di tensione in queste occasioni;
a volte si perde il controllo. Una ragazza minuta dai capelli
grigio topo era accanto a me, dall'altra parte, e stava versando
silenziosamente il t. Ciao fece Jun allegra. L'altra sorrise,
esitante. Assaggia un biscotto fece ancora Jun. Prese il vassoio
intero e glielo porse. La ragazza obbed, incerta.
Sono Ellie disse, goffa, e Jun annu. Sei nel mio corso
di economia. Stai nei dormitori nuovi? Dovremmo essere
nella stessa casa. Ellie annu. Mi sentii subito parte del
gruppo, dal momento che Jun non ritenne che avessi bisogno
di attenzioni particolari, e al tempo stesso ebbi un
attacco di gelosia; avevo appena avvertito il primo richiamo
dell'amicizia, quasi una parte di me fosse stata destata
all'improvviso, con delicatezza.
Mi voltai e andai verso un gruppetto di ragazze a un paio
di metri di distanza. Quella pi vicina indossava un abito
blu scuro ricamato, meno logoro del vestito della prima ragazza,
e in netto contrasto con la pelle spruzzata di lentiggini.
Guard verso di me, sorridente, gli occhi verde scuro,
i capelli crespi quasi neri simili a una criniera. Aveva un
enorme e ironico sorriso stampato sul volto, e si conquist
subito la mia simpatia. Anush disse, porgendomi la mano.
E questa ...
Ruth dissi io.
Ruth indossava short neri e un cardigan verde sbiadito:
sarebbe sembrata meno fuori luogo con un costume di scena,
che con quell'abbigliamento informale che non sembrava
nemmeno della sua taglia. Sorrise. Lei  Naomi disse
ad Anush. Naomi? fece lei, fingendosi stupita dall'accoppiamento
dei nostri nomi. Feinstein aggiunsi. Feinstein
o Naomi? scherz lei. Entrambi, credo. Chiamami come
vuoi. A me piace Naomi fece Ruth. E stata lei a tirarmi
fuori dall'acqua disse ad Anush, trionfante.
Quest'ultima annu, mordicchiando una carota. Ne
vuoi una? mi domand, offrendomi il suo piatto. Accettai,
e lei ne fu felice. Chiamami A. J. Nessuno sa pronunciare
il mio nome. Quindi a scuola sono semplicemente A. J.
Anusheh Jahedi disse Ruth. Be', Ruth sa pronunciarlo perch  persiana. E le piace il suono della sua voce. Ma
fa parte di una minoranza.
Mezza persiana mormor Ruth, la bocca piena di biscotti.
Sai gi del mio bisnonno tedesco aggiunse con aria complice.
Secondo Wiefern, l'unione tra persone appartenenti a
paesi dai climi diversi pu dar vita a una forza straordinaria.
A. J. le moll una gomitata. Chiudi il becco, Wiefern.
I miei nonni erano israeliani feci io, forse con troppa
impazienza. Mio padre  nato a Gerusalemme.
Sul serio? A. J. scrut il mio viso, sospettosa. E quando
sono venuti negli Stati Uniti?
Nel '41 risposi diligentemente. A. J. era ancora dubbiosa.
Continu a scrutarmi, quasi sperasse di trovare delle
risposte. In realt non so molto di loro. Mio padre 
cresciuto qui. Stavo raccontando quei dettagli per cercare
di inserirmi, sperando di accattivarmi le loro simpatie, ma
esponendo il vago passato della mia famiglia sentii di essermi
tradita: avevo levato la mia ancora e cominciavo ad andare
alla deriva. Certe volte era soprattutto questo a rattristarmi:
il pensiero che la storia della mia famiglia - o quel
poco che ne sapevo - potesse essere trasformata in qualunque
cosa, come in uno di quei giochi che si fanno alle feste.
A. J. annu. E cos metteremo in scena Amleto, il prossimo
semestre? Aveva finito quello che aveva nel piatto e si
stava pulendo la bocca. Us discretamente il mignolo come
stuzzicadenti. Sai che tutte le nuove iscritte devono partecipare alla recita?
Annuii, cercando di mostrarmi indifferente. Il chiasso
cresceva. Alzai la voce. Cio, non ho mai avuto grandi
esperienze di recitazione, ma sarei felice di prendervi parte
aggiunsi, in preda a una strana audacia.
Laerte disse A. J. a Ruth.
Lei annu. Perfetto.
Non l'avete gi assegnato? Non mi sembrava un ruolo
che avrebbero voluto affidare a una novellina.
No. Fammi andare a cercare Phyllis. Ruth si allontan,
mentre A. J. mi mise un'altra carota nel piatto e la segu.
Ieri notte mi sono scordata di chiedertelo fece Jun, che
apparve all'improvviso accanto a me. Perch non hai pi
provato a entrare nella squadra di tennis? Mi sedetti sulla panca che avevo dietro di me.
Sto seguendo i corsi propedeutici a medicina cominciai
a dirle, non sapendo se servissero altre spiegazioni. Si
sedette anche lei, portando con s una ventata d'aria calda.
Dalla finestra entravano spifferi, e non mi ero resa conto
che cominciavo a sentire freddo. Al centro della stanza si
avvertiva il calore dei corpi.
Altro t? mi chiese. Scossi la testa. Sembri infreddolita.
Ho freddo, infatti.
Jun mi guard un momento e poi disse: Sai, non mi eri
piaciuta al nostro primo incontro. Aveva il capo chino, le
mani sulle ginocchia. La sua postura pi riflessiva, pi amichevole.
E quella confessione - l'implicita ritrattazione della
prima impressione che aveva avuto di me - fu una delle
prime, vere gentilezze che ricevetti al college. Non so perch aggiunse.
Nemmeno io. Evitai di dirle che avevo pensato la stessa
cosa di lei. Forse era colpa del tennis.
No. Si trattava di qualcos'altro. Era successo dell'altro.
Sollev lo sguardo verso di me. Ti va una tartina?
La presi e diedi un morso. Comunque  un salasso di energie le dissi.
Il tennis? Mangiava in fretta, una tartina dopo l'altra.
S. Segu solo un brevissimo silenzio, ma sufficiente
a farmi notare il chiasso. La verit  che non amo molto
quello sport. Mi resi conto di pensarlo davvero solo nel
momento in cui quelle parole uscirono dalla mia bocca.
Jun corrug le sopracciglia, lo sguardo fisso sul piatto.
Nemmeno io. Sollev gli occhi, ma non verso di me.
Annuii. Comunque pare che la squadra sia andata piuttosto bene.
Fece un breve cenno del capo, asciugandosi le mani sui
jeans. Siamo brave. Seconde nella divisione. Ehi mi guard.
Ti va di fare qualche tiro? Cos, per tenerti in allenamento.
Non mi andava. Mi piaceva correre, senza preoccuparmi
di essere osservata. Non so risposi. Jun si volt. Okay
disse poi, annuendo.
L'avevo delusa. Il silenzio che segu fu teso, diverso da
quello di poco prima.
Le dissi che magari l'avrei raggiunta sui campi. Lei mi
rispose con un enorme sorriso. Il suo viso era cos aperto,
cos diverso da quello che avevo visto in occasione del nostro
incontro. Cos'altro mi ero lasciata sfuggire, mentre giocavamo?
Ruth si sedette, era senza fiato. Fatta annunci soddisfatta.
Che cosa? mi domandai. Hai mangiato abbastanza?
mi chiese. Si appoggi sulla panca di legno, quasi fosse
una comoda sedia. Sai, la teoria di Wiefern  pi semplice
di quanto ti abbia spiegato sinora... Lanciai un'occhiata
furtiva a Jun, ma sembrava concentrata sul suo piatto,
il volto privo di espressione. Ruth le fece un cenno, e in
un attimo divenne lei stessa l'incarnazione della sua stessa
teoria, come in quei video degli anni Sessanta che avevamo
guardato negli Ottanta, con la musica in sottofondo, la voce
dolce del narratore, l'argomento rispettoso. Le persone
sono arrivate a mangiare di pi per proteggersi dal freddo
non fisico ma emotivo...
Ruth, chiudi quella cazzo di bocca. Era A. J., che la stratton delicatamente per una manica. La spaventerai disse all'amica, la voce inaspettatamente tenera. E Ruth mi parve stranamente offesa.
Va tutto bene protestai. Davvero,  una teoria interessante.
Ruth mi guard raggiante, e A. J. la lasci andare.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
Quando, quella sera, l'intera Shakespeare Society si present
nel corridoio fuori dalla mia stanza, battendo i piedi
e strillando per darmi il benvenuto, Phyllis mi disse che
non ero l'unica futura dottoressa in medicina su cui fossero
riuscite a mettere le mani, e che non sarei stata l'ultima.
Le dissi che ero convinta di essere io ad aver messo le mani
su di loro, e non viceversa, e lei annu in segno d'approvazione.
La verit era che non sapevo perch mi fossi unita
alla societ, e nemmeno ero sicura di doverlo sapere. Cominciavo
a credere che fosse stata Ruth a tendermi un ramo
per salvarmi, e non il contrario.
L'iniziazione fu surreale e melodrammatica, il che mi evit
di prenderla troppo sul serio. Le nuove reclute vennero
condotte una alla volta al piano di sopra, nella casa buia, dove
rimanemmo quasi un'ora. Eravamo immerse nell'oscurit,
a parte il flebile bagliore dei lampioni in strada. Riuscii a
distinguere solo due delle mie quattro compagne. Quando i
miei occhi si adattarono alla debole luce che proveniva dalle
finestre superiori, mi resi conto che la ragazza accanto a me
sedeva sotto un ritratto di Shakespeare incorniciato; d'istinto
mi voltai, e notai che ce n'era uno anche sopra di me, anche
se diverso. Era una stampa lacera, anonima.
C'era una punta di freddezza, o di tristezza, nello sguardo
del mio Shakespeare, ma l'espressione della bocca era
quasi civettuola come se il soggetto, malgrado la tristezza,
avesse riso per qualche battuta segreta. Il ritratto sulla parete
opposta era nettamente diverso, la testa piena di capelli
e l'espressione e la posa di un uomo preoccupato all'idea di
diventare filosofo. Tentai di conciliare le due immagini. In
base alla mia esperienza, tutte le foto dei grandi personaggi
erano simili l'una all'altra: esistevano innumerevoli immagini
di Einstein e dei suoi capelli bianchi, di Kennedy con
il vestito e il sorriso da star del cinema. Ma Shakespeare restava
un enigma. Mi domandai se fosse una conseguenza
dell'evoluzione della tecnica ritrattistica, o se dipendeva da
quello che noi volevamo vedere in loro. Quante immagini
irriconoscibili di quegli stessi personaggi giacevano in qualche
cassetto buio? In che misura le mie conoscenze, o quelle
di chiunque altro, derivavano da una percezione? Possibile
che la genialit fosse solo un'illusione, un ritratto fatto a
mano da un disegnatore miope? Cercai di liberarmi di quei
pensieri che avevano cominciato a turbinare dentro di me,
ma cominciai a tremare, l seduta al buio. Da quanto tempo
eravamo lass? Da venti minuti, immaginai, non avendo
l'orologio. Quando si apr la porta che dava sulla stanza
accanto, quasi mi vergognai di sentirmi tanto sollevata.
Una donna con un abito pesante e lungo fino ai piedi ci
fece segno di passare dall'altra parte. L'intera societ si era
riunita: oltre una cinquantina di ragazze sedute su due panche.
La sala era identica a quella al pianoterra, eccezion fatta
per il palcoscenico che intravidi sul fondo. Phyllis si mise
davanti al tavolo sistemato al centro del locale e accese
delle candele collocate in precedenza.
Dal punto in cui stavo riuscivo a vedere solo qualche ragazza,
ma a turno presero tutte la parola.
La prima: Consigliamoci insieme se far qualcosa alle
spalle del grasso cavaliere.
La seconda:  il tentativo, e non Fatto una volta compiuto,
che pu perderci.
La terza: Oh, se si trattasse soltanto della vita, la getterei
subito purch tu potessi esser liberato, con la stessa disinvoltura
con cui getterei uno spillo.
So anch'io che si fa presto ad approfittare di una povera
donna, se essa non ha spirito sufficiente per resistere.
Le voci giungevano da punti sparsi; erano impressioni,
tanti pezzetti che formavano una storia.
O, un uomo coraggioso! Qualcuna rise a quella citazione.
Forse, mio signore, dimostro pi astuzia che amore.
Perch l'esser saggio in amore supera le possibilit dell'uomo.
Quando ebbe parlato anche l'ultima voce, Phyllis si alz
di nuovo. Mi chiesi se la luce delle candele fosse visibile
dalla strada, se qualche futura laureata diretta in biblioteca
potesse immaginare che quelle luci illuminavano un rituale
vecchio di un secolo che lei nemmeno sapeva esistesse.
Io stessa avevo appena scoperto che la societ era stata creata
nel 1877 dalle fondatrici del college, e che - malgrado
lo scandalo del 1898 scoppiato per delle ginocchia mostrate
impropriamente e finito sulla stampa nazionale, costringendo
l'istituto a sorvegliare pi attentamente le sue attivit
- continuava a osservare le proprie cerimonie iconoclastiche
da centodiciassette anni.
Phyllis attacc con il suo discorsetto: Da questo momento,
secondo la tradizione della pi antica societ shakespeariana
femminile di questo paese, vi rivolgerete al pubblico
di questo luogo soltanto con la voce delle sue eroine.
Aveva un sorriso compiaciuto, si stava godendo quel testo
orribile. Vi chiediamo di imparare le parole di una delle
nostre fondatrici, Alice Fae Childress, classe 1879: Non
pensate a ci che non potete dire. Invece gustatevi le parole
che sono il vostro fortunato retaggio. Uniamo le nostre
voci nei versi di Shakespeare per imparare il nostro valore.
Naomi Feinstein, fai un passo avanti.
Allarmata, obbedii. Ripeti dopo di me disse, facendomi
posare la mano su una copia malconcia delle Opere del
poeta: Ogni cosa sar fatta secondo fede e per rendere un
servigio. Ripetei.
La settimana seguente mi presentai al provino.
Grandioso comment Phyllis con un sorriso. Molto
virile, un vero pallone gonfiato. Sei perfetta per quella parte,
le ragazze avevano ragione. Hai mai recitato, prima?
Scossi la testa e la osservai dall'alto del palco. Si era raccolta
i capelli in uno chignon basso, che sottolineava il viso spigoloso,
e indossava un cardigan pesante. Nonostante il riscaldamento
alzato al massimo, la stanza era molto fredda.
Ma Phyllis era imperturbabile, chic, vestita appositamente
per trascorrere una giornata in quella sala.
Ancora una cosa. Si alz e venne verso il palcoscenico.
Voglio vederti leggere assieme a qualcun altro. Si tolse
una matita dall'orecchio e mastic delicatamente la gomma
mentre studiava le battute che aveva davanti. Atto primo,
scena terza, Laerte aspetta di ricevere direttive dal padre...
Hai presente il discorso riguardo all'essere fedeli a se
stessi? Mi rivolse un sorriso affettato, gustandosi una battuta
che non avevo capito. Ruth fece un cenno all'amica
che stava seduta con lei in fondo alla stanza. A parte noi
tre, l'unica altra persona presente era Tiney, la direttrice di
scena. Ruth era assistente alla regia.
Ruth legger il discorso di Polonio, e voglio guardarti
mentre lo ascolti. Ti voglio deferente ma condiscendente,
come se pensassi di sapere tutto ma non osassi interrompere
tuo padre. Vediamo concluse, tornando al suo posto.
Ruth era salita sul palco e mi strizz l'occhio prima di
lanciarsi in un'interpretazione grandiosa. Fantastico! url
Phyllis, quando avemmo finito. Sei riuscita ad apparire costipata
e piena di te senza doppi sensi. Be', forse con doppi
sensi. Comunque per me funziona. Grazie, Naomi. Sarai il
mio Laerte. Sorrise. Ancora una volta vidi Ruth raggiante.
Appenderemo la lista ufficiale del cast questa sera stessa.
Si avvi a grandi passi verso la porta doppia, che apr. La
prossima! chiam, immersa in una performance tutta sua.
Andai ad allenarmi con Jun qualche sera dopo il provino
per l'Amleto. Il semestre stava per finire, ma il freddo ci
concesse una tregua e Jun sugger di giocare all'aperto. Dovetti
recuperare la racchetta dal fondo dell'armadio. Ero
fredda e rigida, e la feci dondolare lievemente mentre aspettavo
di scaldarmi, in imbarazzo per il nostro ultimo incontro
e per il fatto di essere fuori forma.
Arrivai presto, e dovetti aspettarla per alcuni minuti. Mi
disse che i cancelli erano chiusi e che saremmo dovute entrare
di nascosto, un'idea che non mi entusiasm affatto. Non so
a chi sarebbe potuto importare, ma di certo non volevo essere
beccata. Mi sentivo a mio agio a volare basso, o comunque
c'ero talmente abituata che ero certa che qualcuno mi avrebbe
sorpresa a prendere aria, se avessi osato alzarmi un pochino.
Mentre cominciavo a conoscerla, mi resi conto che era
una delle rare persone che hanno il grande dono di saper
fare tante cose straordinariamente bene. Tra le sue caratteristiche
meno nobili c'era invece la capacit di intromettersi
con la massima facilit in ogni cosa. Il Freeman, il suo
dormitorio, era stato eretto intorno alla met del secolo;
un brutto periodo per il costruttore, John Evans II, che secondo
la leggenda stava affrontando un divorzio scandaloso
e fumava sigarette generosamente arricchite con cocaina.
I pavimenti erano irregolari, le porte lasciate aperte si chiudevano
sbattendo e spesso facendo scattare le serrature. Durante
la permanenza di Jun a Wellesley, non ci fu mai bisogno
di un fabbro. Lei aveva la grazia e l'eleganza di una
principessa beneducata e, quando voleva sparire, trasformava
la sua regalit in un'immobilit di cui non ho mai visto
l'eguale. Me n'ero resa conto la prima volta quando aveva
recuperato la reliquia shakespeariana dal tetto, e me ne accorsi
di nuovo quando arrivammo ai campi da tennis e la
guardai forzare la serratura del cancello; non sembrava mai
stanca, si muoveva con la fluidit di una forza della natura,
facile da ignorare quanto il vento o la sua assenza.
Come facciamo per le luci? le chiesi, quando ebbe richiuso
il cancello alle nostre spalle.
Regola Oko Numero Uno mi rispose formale. Impara
a giocare al buio. Accese le luci.
Regola Feinstein Numero Uno mormorai, resistendo
all'impulso di accovacciarmi. Stai pi basso. Indicai una
finestra illuminata nella facciata di una grande casa che sorgeva
su un pendio dietro i campi. Ero disorientata; non conoscevo
quella zona del campus, e non sapevo con sicurezza
che edificio fosse. E poi era una serata gelida e senza nuvole,
e avevo troppo freddo per pensare lucidamente. Quella
settimana era stata insolitamente asciutta, e cominciavo a
dispiacermi che i campi scoperti fossero praticabili.
Oh, quella  la stanza di Binky Silas, il cugino della preside.
Ha qualche problema, ma nessuno  ancora riuscito a
capire di che cosa si tratti. Lo tiene a casa con s e, quando
lo vede tirare fuori il binocolo, si gira dall'altra parte. Salut
con la mano. Saluta anche tu. Se gli permettiamo di
guardarci, non dir alla preside che siamo qui. Con ci, si avvi verso il campo.
Quali sono le altre Regole Oko? le chiesi, dopo il primo scambio.
Jun strizz gli occhi. Parli del tennis?
S.
Serv. Regola Oko Numero Due: impara a giocare in silenzio.
Mancai la risposta. Non bisognerebbe farlo sempre?
Scosse la testa. No. Si finisce inevitabilmente per emettere
dei gemiti. Comunque una brava giocatrice deve sapere
tutto della sua avversaria. La respirazione  importante.
Di solito riesco a capire molto di una giocatrice ascoltando
come respira. Tu non respiravi a Longwood. Scaravent la palla nella mia met campo.
No? Probabilmente aveva ragione. E la terza? chiesi, espirando.
Dimmi prima la Regola Feinstein Numero Due. Non ebbe bisogno di fermarsi per interrogarmi.
Ci pensai su un minuto. Impara le preghiere ebraiche risposi.
Jun scoppi a ridere. Regola Oko Numero Tre: impara a giocare senza toccare la palla.
Impossibile dissi, mentre avevamo ricominciato a palleggiare.
Guanti disse lei sbuffando.
Ero fuori forma e stavo pensando troppo. Quarta: odore, molletta per il naso. Quinta: gusto, se lecchi la palla sei eliminata.
La sua risata risuon nella serata limpida. I giapponesi
hanno una concezione diversa dei sensi. Comunque aggiunse,
mentre serviva nuovamente non sei degna della Legge
Oko. Sei fuori allenamento. Ci scambiammo ancora qualche
palla, finch finalmente non fu lei a mancarla. Aveva talento,
e la cosa mi distraeva. Avrei voluto studiarla, anzich
pensare a batterla. Me l'ero cavata per la mia determinazione,
e per la preparazione atletica; lei, invece, era una vera tennista.
Regola Oko Numero Quattro: impara a giocare da sola
disse ansimante, senza avversarie, finch ce la fai. Numero
Cinque: impara a giocare con tante palle. Datti una
mossa, ragazza. Devo farmi una bella sudata.
Sono regole di tuo padre? le chiesi dopo un altro palleggio.
Mi parve di cogliere una lieve esitazione prima della
sua risposta. Di mio nonno. Andiamo a bere qualcosa. Lasciai
cadere la racchetta e la raggiunsi a bordo campo. Il vento
passava attraverso la polo umida. Presi la felpa e allacciai
la cerniera. Jun stava bevendo avidamente dalla sua borraccia
d'acqua. Dunque anche lei era senza fiato. Me la pass.
Chi lancia le altre palle? le chiesi.
Mi guard senza capire. Oh fece poi con un sorriso,
ho una sorella e un fratello. Lui, Hiroshi, sa azionare
una macchina, io e mia sorella ne azioniamo due alla volta,
quindi chi va a ricevere ha un bel da fare. Il suo sorriso
si fece ancora pi largo. L'idea  concentrarsi su una palla
quando te ne arrivano altre. Dovresti vederci in azione.
Posso immaginare. I capelli neri e lisci le stavano appiccicati
alle orecchie, disegnando delle righe scure. Ricordo
di aver pensato che, in quel viso armonioso, si sarebbe
notato anche un piccolo dettaglio fuori posto.
La brezza si fece pi forte, e Jun mi colp volutamente a
una spalla. Dai, non lasciamo crescere l'erba sul campo.
Mio padre mi diceva quelle stesse parole, quando ero ancora
una bambina, e voleva che l'allenatrice spiegasse il ragionamento
che stava dietro ogni nuova regola. Fissai Jun, e mi chiesi se mi stesse sfuggendo qualcosa che avrei dovuto riconoscere.
Che c'?
Come facevi a sapere del cugino della preside?
Lo sanno tutti. Andiamo si volt verso il campo. Dieci minuti dopo stavamo sudando di nuovo. Era tanto che non mi sentivo cos stanca. La sensazione mi piaceva, ma non credo mi fossero rimaste molte energie. Stavamo giocando da quaranta minuti, o soltanto da venti? Jun ferm la palla. Non ti hanno mai detto di non morsicarti il labbro mentre giochi? Subito, lo sporsi in fuori. Potresti tranciarlo via con i denti. E, comunque, chi diavolo ti ha dato lezioni?
Mi fermai e mi misi immediatamente sulla difensiva.
Mio padre, all'inizio. E poi vari maestri.
Mi resi conto che non sapeva come chiedermi scusa. Non avrebbe dovuto permettere che ti mordessi il labbro disse.
Non sapeva niente di questo sport. Presi fiato. Era solo un appassionato.
Allora da dove viene il tuo talento?
Pap dice che il mio prozio Hershel era un drago a pallamano.
La feci sbagliare. Scoppi a ridere, ma non avrei saputo dire se a divertirla tanto fosse la pallamano o il nome del mio prozio. Ero seria, ma davanti alla sua risata mi lasciai andare a un sorriso.
Hershel... Si chiamava davvero cos?
Pu darsi. Ma a te cosa importa? Lanciai decisa.
Lei ribatt. I miei genitori avevano scelto un solo nome prima della mia nascita: Jun. Evidentemente si aspettavano un maschio. E un nome da ragazzo, in effetti. Naomi esiste anche in giapponese continu. Palleggiammo per un po', e poi riprese a parlare.
Mio padre ha cominciato ad allenarmi quando avevo tre anni mi disse. A quattro avevo dei maestri, a cinque ho partecipato al primo camp, a sei al mio primo torneo. A Londra, a scuola, giocavamo due tornei l'anno.
Mancai la palla e mi fermai. Ero sfinita. Non mi andava di dirle come avevo cominciato a giocare: non volevo che sapesse che era stata una questione di sopravvivenza, la necessit di imparare a lottare. Soltanto i miei genitori sapevano
di Teddy, e speravo di non doverne mai parlare con nessuno. Ero convinta che il solo pensiero di lui avrebbe spezzato una sorta di incantesimo, rendendo la sua scomparsa pi reale, pi vivida, facendola affiorare in qualche angolo della mia mente. Non ho mai detto nulla di questa storia, avrei gridato. Possiamo cominciare dalla fine, possiamo renderla un nuovo inizio.
Mi piaceva correre dissi, e pap amava guardarmi giocare.
Sentii la sua mancanza. Le partite vere sono arrivate solo quando ho compiuto tredici anni. Gli mettevano troppa ansia. Si sedeva sugli spalti e urlava finch non gli ordinavo di smetterla.
E tua madre? mi chiese.
Non  poi cos appassionata.
Nemmeno la mia.  piuttosto un'appassionata dello shopping. E con me  stata proprio sfortunata. In Giappone per la mia statura sono una specie di gigante. Giocare le aveva sciolto la lingua, oltre che i muscoli. Prenotava le nostre visite nei negozi ogni estate, ma dopo la mia seconda media smise. Non mi stava bene niente. Era un orribile incubo, come avere tutto il denaro del mondo e fare shopping in un paese per bambole. Ordinava i miei vestiti su misura, e cercava di farli sembrare identici a quelli nei
negozi. Non le interessavano le mie partite, ma pap la costringeva
a venire ogni volta. Ero una femmina, ma lui decise
il mio destino non appena venni alla luce.
Jun aveva avuto piet della mia stanchezza e aveva riposto
la racchetta nel fodero. And a spegnere le luci e d'un
tratto fu buio. Impiegammo entrambe un minuto ad abituarci all'oscurit.
E tu?
Io che cosa? ribattei svelta.
Sei figlia unica?
Annuii, pur sapendo che probabilmente non poteva vedermi.
E tuo padre voleva che giocassi a tennis?
Annuii di nuovo. Fissai la casa della preside, con la finestra accesa.
Sei piuttosto silenziosa, eh? osserv Jun.
La sua schiettezza mi spinse a risponderle subito. Credo
di si dissi.  una caratteristica di famiglia. Era la prima
volta che lo dicevo ad alta voce, e forse era la prima volta
che mi rendevo conto di avere una caratteristica in comune
con mia madre. Una caratteristica tanto importante.
Jun annu. Le fui grata della sua discrezione. Era questo
uno dei miei timori peggiori riguardo all'amicizia: la necessit
di spiegare molte cose di me che non capivo nemmeno
io.
Sono figlia unica le dissi. E pap voleva che giocassi a
tennis. Mi ha sempre incoraggiata aggiunsi poco convinta.
Ma anche un po' oppressa, giusto?
S ammisi, troppo spaventata dalla sua sagacia per
mentire. Credo che un pochino sia cos.
Tu ricordi tutto quello che leggi, vero? continu. Mi
domandai se avesse una sorta di lista mentale delle cose da
chiedermi.
Chi te l'ha detto?
Non mi rispose subito. Le voci girano piuttosto in fretta
nella casetta della societ. Se  vero, alle prove ci sarai
molto utile. Mi rivolse il suo sorriso sghembo. Era la prima
volta che qualcuno scherzava sulla mia capacit mnemonica,
e la cosa mi comunic un improvviso senso di libert.
Imbarazzata da tanta euforia, cercai di reprimerla almeno
in parte.
Accennai solo un sorriso. Quasi tutto ammisi. Ricordo
la maggior parte, non tutto. Devo prestare attenzione, se
voglio memorizzare un testo dall'inizio alla fine.
Si lasci andare a una risatina felice. C' forse qualcuno
che non deve farlo? chiese. In quel momento ci smarrimmo
per un attimo, lasciando cadere la conversazione, quasi
avessimo avvertito contemporaneamente il desiderio di
dedicarci alle nostre preoccupazioni personali. Quando ripenso
a quell'episodio, mi chiedo se il fatto di esserci concesse
quell'intimo silenzio avesse segnato il vero inizio della
nostra amicizia.
I rumori provocati dal nostro gioco erano svaniti: le luci
avevano smesso di tremolare, e il vento soffiava forte tra
le sbarre del cancello. Hai mai notato quante cose non
sembrano reali di notte? mi chiese Jun. La luce alla finestra
di Binky Silas lampeggi quando qualcosa vi pass davanti.
Poveretto. Credo che abbia bisogno di una bambola
gonfiabile.
S dissi ridendo, senz'altro lo farebbe sentire appagato.
Be', per lo meno sarebbe ancora con lui, una volta spente
le luci. In qualche modo la tensione si era rotta. Ti va
di giocare dopo la prossima prova per la rappresentazione?
Dovevo studiare, ma adesso mi sentivo meno stanca, addirittura
eccitata. Certo.
Annu. Mi fa piacere. Comincio a essere stanca di tutto
questo. Fece un gesto, ma dovetti indovinare che cosa
avesse voluto dire.
Riesci a vedere spesso tuo padre? le chiesi.
Serr le labbra, ma mi rispose. Ogni tanto, in estate. Il
suo modo di dire mezze verit era reale come il mio.
Non vorr venire a vederti recitare Amleto?
Regola Oko Numero Uno-A: niente Amleto.
Gertrude sarebbe pi accettabile?
Rise. No. Forse Claudio. Almeno diventa re.
...
.
...
FINE Parte 1.